IN LIBIA SONO IN GIOCO GLI EQUILIBRI NEL MEDITERRANEO

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In Libia prosegue l’escalation di violenze fra le milizie dell’L.N.A.(Libyan Nation Army) sotto il controllo del Generale Haftar e il governo di Tripoli (riconosciuto internazionalmente) del Presidente al-Sarraj. Quello che sembrava a tutti gli effetti un conflitto esclusivamente interno, stà assumendo i tratti di una guerra per procura che riguarda in realtà la rivalità per l’egemonia nella regione fra i principali attori internazionali. Nella Libia dilaniata dal conflitto, gli unici a non avere voce in capitolo sono gli stessi libici.

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Il caos in Libia iniziò nel 2011 quando una rivolta interna ampiamente sostenuta dalla NATO rovesciò il regime del colonnello Gheddafi che fino a quel momento aveva mantenuto in equilibrio precario il frammentatissimo quadro politico locale, costituito da poteri tribali organizzati su più livelli. Nelle intenzioni occidentali vi era il rovesciamento del regime pseudo-dittatoriale del colonnello e l’instaurazione di un governo democratico.

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L’impossibilità di raggiungere i suddetti obiettivi si manifestò fin da subito. I vari potentati (religiosi, politici, militari ecc.) entrarono in aperta contrapposizione fra loro, provocando la perpetrazione del conflitto e gettando le basi per la seconda guerra civile libica che iniziò formalmente nel 2014.

In quest’ultima, la molteplicità di forze contrapposte si condensò in una disputa bipolare fra il governo di Tripoli, guidato da al-Sarraj e riconosciuto dalla comunità internazionale e quello di Tobruch, sotto il controllo del Generale Haftar, che forte dell’appoggio della Libyan Nation Army si pose come obiettivo quello di riunificare la Liba debellando tutti i gruppi di potere contrapposti.

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Il conflitto, proseguito senza soluzione di continuità fino al 2019, non ha prodotto alcun risultato tangibile, concretizzando di fatto una situazione di stallo e di assoluta parità fra le forze in campo. A dir la verità infatti, questo ha avuto il merito di unire i due schieramenti in un unico elemento, la comune avversione a qualsiasi forma di soluzione diplomatica alla vertenza.

La situazione di instabilità che ne è derivata ha favorito di fatto la proliferazione dell’illegalità, manifestatasi soprattutto attraverso l’ingresso nella disputa di alcuni gruppi terroristici come ISIS, Al-Qaeda e Ansar al-Sharia. Questi gruppi hanno trovato nella scarsa presa del potere centrale un’importante elemento di vantaggio che ne ha permesso una diffusione capillare.

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Tuttavia la presenza sul territorio di questi ultimi ha dato nuovo slancio alla politica del Generale Haftar, che facendosi portatore in prima persona della battaglia contro l’espansione del terrorismo islamico, ha di fatto trovato una nuova fonte di legittimazione per il perseguimento dei suoi obiettivi primari. L’allargamento spaziale dell’area di influenza di Haftar, ha in un certo senso giustificato il lancio dell’operazione Flood of Dignity, finalizzata a sottrarre Tripoli al controllo di al-Sarraj e riunificare la Libia sotto il suo controllo.

Da questo momento l’equilibrio delle forze in campo che aveva da sempre caratterizzato il conflitto sembrò venir meno, provocando la reazione dei principali attori (regionali e non) interessati a un’influenza sempre più pervasiva nel bacino del Mediterraneo.

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La Russia ad esempio, ha sostenuto le milizie di Haftar con l’invio in territorio libico di un gran numero di mercenari. Il Sudan ha ugualmente schierato circa 3000 soldati per combattere al fianco del Generale. Parallelamente gli Stati Uniti, che negli ultimi tempi hanno promosso una smobilitazione generale dalla regione, agiscono tramite i loro alleati in loco mantenendo una linea ondivaga, che propende in modo alternato per entrambe gli schieramenti in campo. Allo stesso modo l’Italia, che formalmente appoggia il governo di Tripoli, sembra mantenere aperto il canale di comunicazione con Tobruch da una parte per non rischiare la marginalizzazione totale per aver appoggiato la parte soccombente nel conflitto, dall’altra perché “ricattata” dal controllo dei flussi migratori libici da parte di Haftar.

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Il governo del Presidente al-Sarraj è apertamente sostenuto solo da due Paesi, la Turchia e il Qatar che investono ingenti risorse (sia economiche che militari) per cercare di estendere la loro influenza a tutta la regione. Il Qatar, come sottolineato da alcuni analisti, sostiene il governo di Tripoli perché questo risulta tollerante verso alcuni gruppi estremisti come i Fratelli Musulmani, mentre la Turchia cerca da una parte di estendere il suo potere nel Mediterraneo e dall’altra di ridurre il potere del suo principale competitor, l’Egitto.

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Il sostegno turco al Presidente al-Sarraj ha mostrato nel tempo un’importante evoluzione, passando dall’invio di materiale bellico e fondi da destinare al sostegno delle milizie, allo schieramento di veri e propri contingenti di terra come appoggio per le truppe governative. Da quel momento quello che inizialmente era nato come un supporto difensivo si è trasformato in una vera e propria campagna di espansione verso oriente. A luglio ad esempio è iniziata l’offensiva di Tripoli su Sirte, considerata “linea rossa” per la sicurezza nazionale egiziana. Il superamento del “confine sensibile” da parte dell’esercito tripolino sostenuto dalle milizie di Ankara, potrebbe provocare l’ingresso attivo dell’esercito del Cairo nel conflitto. Il premier egiziano al-Sisi a tal proposito ha già ricevuto il consenso parlamentare per un eventuale intervento in terra libica, giustificato dalla tutela della sicurezza nazionale egiziana.

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La preoccupante escalation che sembra contraddistinguere la contesa aveva già smosso la diplomazia internazionale. A gennaio infatti con la Conferenza di Berlino si era cercato di portare al tavolo negoziale tutti i player del conflitto, senza pervenire tuttavia ad alcuna soluzione, visto il rifiuto del documento finale da parte di al-Sarraj e Haftar. In quella occasione era stata di fatto sancita la parità delle forze in campo ed era stata promossa la convergenza degli attori esterni verso una soluzione politica all’emergenza.

Quella che è emersa nel marasma libico è l’assenza dell’Europa. In Libia di fatto l’Europa non c’è. Ci sono gli Stati invece, o meglio solo alcuni, come la Francia, che nel tentativo di promuovere i propri interessi nazionali limita sensibilmente la possibilità di un intervento comunitario coordinato. L’Italia da parte sua sembra non percepire l’importanza del vicino africano, considerando solo politiche di breve termine relative al fenomeno migratorio e alle riserve petrolifere.

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Tale stato di cose presta il fianco a un’ingerenza ancora maggiore da parte dei competitor internazionali interessati alla spartizione delle risorse del Paese (Turchia da una parte, Egitto e Russia dall’altra).

Al momento, come fanno notare alcuni analisti, lo scenario migliore per l’Europa sarebbe quello di una tregua seguita da un sistema di monitoraggio internazionale capace di individuare e sanzionare le azioni unilaterali intraprese per il vantaggio di una delle parti.

L’Europa in questo frangente dovrebbe ridimensionare gli interventi unilaterali degli Stati e agire con un’unica voce per imporsi come attore diplomatico primario, capace di portare le parti confliggenti al tavolo delle trattative. Sarebbe auspicabile sostenere le istituzioni libiche, intendendo con esse quelle riconosciute dalla comunità degli Stati (onde evitare il rischio di un ulteriore svilimento del diritto internazionale). Ritagliarsi un ruolo attivo in questo particolare momento storico significherebbe essere considerati attori credibili in futuro, andando di fatto a ricoprire quella posizione di assoluta centralità che all’Europa, sia per motivi geografici che storici, spetterebbe nel Mediterraneo.

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Qualora tuttavia non si creassero le condizioni per un intervento coordinato da parte dell’Unione lo stesso suggerimento varrebbe anche per i singoli Stati. Per l’Italia ad esempio, relegata ormai alla marginalizzazione più totale nello scenario libico. La partita è aperta. In palio ci sono interessi strategici non indifferenti e il prestigio di una posizione di assoluta centralità nel bacino del Mediterraneo e di questo gli Stati stanno acquisendo sempre maggior consapevolezza. In virtù di ciò ad esempio sembra affacciarsi al conflitto un nuovo attore, la Grecia, che in aperta contrapposizione con la Turchia per alcune dispute sui diritti di sfruttamento minerario nel Mediterraneo orientale, potrebbe affiancare l’Egitto nella missione di contenimento di Ankara.

I prossimi mesi saranno decisivi per definire i nuovi equilibri nella regione. Una vittoria in Libia significherebbe oggi una posizione di assoluta preminenza nel Mediterraneo. L’auspicio è ovviamente quello che a muovere le leve della politica siano non solo gli interessi economici e strategici (tuttavia non escludibili), ma anche quelli umanitari, ovvero l’intenzione di riportare la pace a una terra che ormai non è nemmeno più capace di ricordarla.

 

 

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