LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA IN POLONIA: CRONOLOGIA DI UN CONFLITTO APERTO E LE IMPLICAZIONI GEOPOLITICHE

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Una tra le questioni più impervie e frastagliate della politica interna polacca e dei suoi rapporti con l’Unione Europea è senza dubbio la riforma della giustizia. Una riforma che nel corso degli anni ha assunto l’aspetto di un vero e proprio scontro in merito a principi cardine dello stato di diritto e punti cardine della permanenza del paese nell’Unione.

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Si può identificare un punto d’inizio della crisi nell’ottobre del 2015, in seguito alla vittoria nelle elezioni parlamentari del partito PiS (Prawo i Sprawiedliwość-Diritto e Giustizia) guidato da Jarosław Kaczyński, iconico attore della politica dell’area conservatrice di matrice cattolica polacca. La riforma della magistratura è sempre stato uno dei punti della visione riformatrice del partito, punto di forza nel marcare la transizione dalla fase post-comunista a quella di paese in via di sviluppo e modernizzato. Già nel Dicembre del 2017 la Commissione Europea annunciò la procedura di infrazione nei confronti del paese secondo l’articolo 7 del TFUE, rimettendo la questione dell’effettiva violazione dei principi dell’art.2 al Consiglio degli stati membri in merito alla riforma della Corte Costituzionale del 2016 ed alle riforme conseguenti della giustizia.

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Nell’opinione della Commissione, il blocco di riforme del 2017 viola i principi dello stato di diritto, ed in quanto organo difensore dei Trattati istitutivi dell’Unione ha denunciato la violazione e rimesso la questione agli stati membri, senza però potere ottenere la maggioranza dei 4/5. Questo è uno dei punti chiave della frattura in seno all’UE tra il fronte di Bruxelles e i paesi del fronte di Visegrad (V4). Slovacchia, Ungheria e Cechia sostengono la stessa concezione dello Stato e della separazione dei poteri giurisdizionali ed inquirenti della Polonia, questa la comunanza di vedute che ha creato un fronte compatto in merito all’ingerenza dell’Unione negli affari interni delle rispettive nazioni. Da qui la discrepanza fondamentale tra le concezioni di Visegrad e quelle di Strasburgo (che pure nella sua giovane esperienza storica non è estranea a scontri in merito alla sovranità e alla ripartizione delle competenze tra gli organi legislativi Sovra-nazionali e Nazionali, come “carismaticamente” dimostrato dal caso Inglese) delle prerogative dell’UE in merito alle questioni di ripartizione del potere tra gli organi di stato nazionali, ed in merito ai provvedimenti e alle leggi ordinarie dei propri parlamenti, considerati pienamente sovrani dal fronte a 4.

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Per ovviare all’impossibilità di attivare le sanzioni di cui all’art.7 per via della mancanza della maggioranza tra gli stati membri, la Commissione ha ovviato al problema affidando il giudizio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CJEU- Court of Justice of the European Union). Il Giudizio del Lussemburgo (sede della corte) è stato positivo, ma la Corte Costituzionale polacca ha impugnato. Nel Ottobre 2019 la Commissione Europea ha intrapreso un’azione legale attraverso il CJEU in merito alla creazione del Gabinetto Disciplinare per i giudici supremi ed ordinari. E’ stato introdotto nell’atto della Corte Suprema dell’8 Dicembre 2017 per risolvere il problema della sostanziale impunità dei giudici polacchi rispetto all’imparzialità di giudizio e al conflitto d’interessi. Un’impostazione che la Repubblica ha ereditato dal periodo comunista e che per prassi ripetuta si è consolidato sempre di più nel corso del tempo, e che Diritto e Giustizia ha inserito tra i punti fondamentali del programma delle elezioni politiche del 2015, ossia le riforme cruciali da porre in atto per decretare la fine della fase di transizione post-comunista e l’inizio di una nuova era per le istituzioni nazionali polacche. Riforma de facto legittimata fortemente dalle elezioni della Dieta del 2019, in cui il PiS ottenne la maggioranza assoluta.

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L’opinione della Commissione Europea è che la Polonia non provveda a tutelare l’indipendenza della Giustizia e “garanzia di tutela giuridica negli ambiti in cui ha competenza l’UE”. L’8 Aprile 2020 la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha sentenziato che la Polonia debba “sospendere immediatamente l’applicazione delle riforme nazionali riguardanti il gabinetto disciplinare della corte suprema riguardanti casi disciplinari contro i giudici”. In tutta risposta la Polonia si è appellata al Tribunale Costituzionale, che nel suo verdetto ha stabilito che la Commissione stia violando la competenza in materia di Giustizia intervenendo ad interim senza che le sia stata delegata la competenza dai trattati. Il primo ministro Morawiecki ed il ministro della giustizia Romanowski si sono scagliati contro l’UE asserendo di volersi appellare al Tribunale di Giustizia e che sia una questione di dare credito all’opinione di alcuni giudici del tribunale di giustizia dell’UE al posto che darlo alla “lettura dei trattati alla luce dell’ordinamento costituzionale polacco”. Nell’agosto del 2018, la camera del lavoro e della previdenza sociale della corte suprema polacca ha presentato delle interrogazioni dirette a Bruxelles al fine di ottenere una normativa preliminare in merito. Queste interrogazioni si riferivano alla competenza generale dell’Unione e del suo diritto derivato in merito alle riforme della giustizia e del Consiglio Nazionale Giudiziario (il KRS) e la loro compatibilità. Nella sentenza del 19 Novembre 2019, in risposta a tali domande, ha sentenziato la supremazia dell’ordinamento europeo comunitario sulla legge nazionale in merito all’istituzione del Gabinetto Disciplinare e la nomina dei giudici derivante dalla riforma del KRS per via del principio di imparzialità e separazione dei poteri stabiliti dai trattati Europei.

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Il 23 Gennaio 2020 tre camere della Corte Costituzionale polacca hanno votato una risoluzione proposta dal giudice costituzionale Małgorzata Gersdorf che prevedeva l’annullamento de facto delle camere istituite con la riforma del KRS, incluso in Gabinetto Disciplinare. Gersdorf ha anche più volte manifestato ostilità alle riforme e protestato assieme all’opposizione del governo, sebbene la Costituzione polacca stabilisca all’art.179 par.3 un divieto dei giudici costituzionali di partecipare ad attività politiche che possano pregiudicare l’imparzialità dei giudizi della corte. Il 20 aprile, infine, la Corte Costituzionale polacca ha spronato il primo ministro Morawiecki a sedare allo scontro tra competenze del Parlamento e la Corte e ha giudicato la sentenza del 23 Gennaio incostituzionale e incompatibile con i trattati europei. Con questa sentenza la Corte ha ristabilito la propria supremazia sull’ordinamento comunitario lanciando un segnale forte e chiaro sul fronte esterno come sul fronte interno.  

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Questo è il teatro su cui si muove lo scontro per la supremazia dell’ordinamento nazionale polacco su quello europeo o viceversa. E’,in realtà, parte di uno scontro aperto con la visione conservatrice di PiS e del governo Morawiecki sua proiezione, che si estende su più fronti. Quello giuridico è uno dei più caldi dal momento in cui le sanzioni interessano il fuoco vivo dell’interesse nazionale polacco nel permanere nell’UE: i fondi. Un gioco di “carota e bastone” che Bruxelles cerca da sempre di giocare sui paesi dell’est bisognosi di fondi strutturali e con i semplici candidati come dimostrano il caso Turco e Serbo. Nell’ultimo mese le tensioni si sono acuite a ridosso delle elezioni, vinte con una percentuale maggiore rispetto al 2015 dal presidente uscente del PiS, Andrzej Duda, che ha ottenuto il 51,03% dei voti contro il candidato centrista Trzaskowski che ha ottenuto il 48,87%. Tensioni alimentate in parte dalle critiche alla gestione della crisi Covid-19 (per cui ora i contagi in diverse regioni come quella di Cracovia stanno salendo di nuovo) ed in parte per via delle speranze riposte nel candidato centrista promotore e rappresentante delle istanze LGBT+ e omosessuali, che il PiS (com’è facile immaginare) rigetta radicalmente, sfociate ora in proteste di piazza ed agitazioni.

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Si sono quindi ingrandite ancora di più le fratture nei rapporti tra Bruxelles e Varsavia, le stesse che sono costate a quest’ultima le intimidazioni dei cosiddetti “paesi frugali” in merito ai fondi ad essa destinati del Recovery Fund, fondi ancora una volta utilizzati come deterrente. La forza coercitiva di Bruxelles sembra avere appigli esclusivamente in materie giudiziarie di competenza nazionale ed in merito ai fondi, ossia una delle più grandi e rilevanti motivazioni della permanenza della Polonia nell’Unione. Risulta, quindi, assolutamente insufficiente la forza coercitiva di quest’ultima nei confronti di un paese che sempre di più si inserisce in una cornice strategica più rilevante e (questa sì) veramente sovranazionale come la NATO ed il riassetto delle truppe USA nel continente. La Polonia gioca una partita estremamente tattica nei confronti degli alleati, continentali ed oltre atlantico.

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Sa di detenere un’importanza capillare e sfrutta l’interesse altrui al fine di conseguire il proprio interesse nazionale, nei confronti dei partner europei accettandone saggiamente i fondi, con i “clientes” del fronte di V4 integrandoli in alleanze ed intese strategiche, offrendosi come Luogotenente e paese guida, e nei confronti del peso massimo alleato americano come fedele servitore, smarcandosi dalla sgradevole posizione di pericolo, geneticamente avvertito, nei confronti della Russia. La questione della riforma del KRS, in conclusione, è parte di un quadro estremamente più ampio di implicazioni strategiche che ci dimostrano quanto le fredde regole della geopolitica trascendano le questioni ideologiche e di come nel caso polacco la cessione di sovranità ai fini d’un integrazione maggiore e più completa nell’Unione sia un lontano obbiettivo se non una distopica illusione.

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