GIORNATA INTERNAZIONALE DEI POPOLI INDIGENI: VIOLATI I DIRITTI UMANI DI ALLEATI ESPERTI PER LA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI

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Depositarie di culture autentiche, in continuità storica con i gruppi pre-coloniali e con una profonda relazione spirituale con la Terra, le popolazioni indigene del mondo sono vittime di molteplici violazioni di diritti umani. Ciò solleva non solo una questione di giustizia internazionale ma anche di tutela ambientale e di sviluppo sostenibile mondiale.

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Oggi, 9 agosto 2020, si celebra la ventiseiesima Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni del mondo. Istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1994 (A/RES/49/214), tale data corrisponde al giorno in cui il working group dell’ONU sui popoli indigeni (WGIP) si riunì per la prima volta nel 1982. Eppure, nonostante il WGIP avesse elaborato la bozza di Dichiarazione già nel 1985, bisognerà aspettare il 13 settembre 2007 per l’adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (A/RES/61/295) con 143 Stati a favore, 11 astenuti e 4 contro: Australia, Nuova Zelanda, Canada e Stati Uniti (modificando in un secondo momento la loro posizione).

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Attualmente sono oltre 476 milioni le persone indigene: vivono in 90 nazioni e rappresentano 5.000 culture diverse. Corrispondono al 5% della popolazione mondiale, rappresentando al contempo il 15% delle persone che vivono sotto la soglia di povertà a livello globale. Nonostante le differenze culturali che li contraddistinguono, tutti i popoli indigeni del mondo – dai Guarani e Yanomami del Brasile ai Boscimani del Botswana, dai popoli del Bacino del Congo alle tribù delle riserve delle tigri in India e agli Aborigeni Australiani – affrontano sfide simili sempre più complesse relative alla protezione dei loro diritti umani.

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Ma, prima di analizzare i diritti umani sanciti nella legislazione internazionale, cosa si intende per popoli indigeni? In virtù della Convenzione n.169 sui popoli indigeni e tribali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), devono soddisfarsi alcuni criteri fondamentali per riconoscere un popolo indigeno tale: l’autoidentificazione (self-identification) come membri di un gruppo culturale ben distinto (es. tradizioni, lingue, costumi) e non-dominante della popolazione nazionale; forte legame ai territori ancestrali e alle risorse naturali; continuità storica rispetto ad una certa area occupata già prima dell’arrivo di altri popoli (es. colonizzatori europei); diritto consuetudinario ed istituzioni politiche, sociali ed economiche proprie.

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In diritto internazionale, la Convenzione dell’ILO n.169 (1989) e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP, 2007) rappresentano le due principali fonti a sancire i diritti speciali delle popolazioni indigene, tra cui: il diritto alla non-discriminazione nel godimento dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali così come riconosciuti nella Carta delle Nazioni Unite, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e nella legislazione internazionale sui diritti umani (art.3 ILO; art.1-2 UNDRIP); il diritto all’autodeterminazione definendo liberamente il proprio statuto politico e perseguendo il proprio modello di sviluppo economico, sociale e culturale (art.4-7 ILO; art.3-5 UNDRIP); il diritto a preservare la loro cultura, identità, lingua, lavoro, sanità ed istruzione(art.4-8 ILO; art.13-17 UNDRIP); il diritto ad una partecipazione piena ed effettiva nei processi decisionaliriguardanti i loro diritti e quindi, di cruciale importanza, il diritto ad essere consultati (art.6 ILO) o ad esprimere il consenso (art. 19 UNDRIP) in maniera anticipata, libera ed informata rispetto all’adozione/implementazione di misure legislative/amministrative nei territori ancestrali; il diritto a non essere sottoposti all’assimilazione forzata e all’espropriazione dalle proprie terre e risorse naturali (art.16 ILO; art.8 UNDRIP) e il diritto ad una compensazione giusta ed equa in caso di delocalizzazione non-consensuale (art.10 UNDRIP) così come ildiritto a beneficiare di una tutela legale contro la violazione dei loro diritti (art.12 ILO). In ultimo, la vera pietra miliare risiede nel rafforzamento della loro profonda relazione spirituale con l’ambiente naturale e dunque, il diritto alla proprietà, uso, sviluppo e controllo delle terre, dei territori e delle risorse che possiedono per motivi di proprietà tradizionale (art.14-15 ILO; art.25-26 UNDRIP) intrinsecamente legato al diritto a promuovere attività riguardanti l’economia di sussistenza alla base della loro autosufficienza (art.23 ILO) e il diritto alla conservazione e protezione dell’ambiente e della capacità produttiva delle loro terre (art.29 UNDRIP) in cui è vietato lo smaltimento di sostanze nocive alla loro salute e l’esecuzione di qualsiasi azione militare (esclusi i motivi di interesse pubblico).

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Mentre l’UNDRIP rimane una fonte di soft law senza valore giuridicamente vincolante, l’ILO n.169 costituisce l’unico strumento internazionale vincolante a sostegno dei popoli indigeni, ratificata attualmente da 23 paesi (tra cui non figurano né gli Stati Uniti né il Canada). Tuttavia, nonostante l’adozione di questi documenti abbia influenzato dibattiti politici e decisioni legali a livello regionale ed internazionale, permangono numerose sfide e i popoli indigeni figurano tra le persone più vulnerabili della società. Come enfatizzato dall’ILO nel report Implementing the ILO Indigenous and Tribal Peoples Convention No. 169: Towards an inclusive, sustainable and just future (febbraio 2020), le popolazioni indigene sono sottoposte a condizioni di lavoro precarie, discriminazioni e mancanza di protezione sociale(l’86% lavora nell’economia informale globale), guadagnando il 18% in meno rispetto a lavoratori non-indigeni. Inoltre, considerato che spesso vivono in aree soggette a land grabbing e sfruttamento delle risorse agricole/minerarieda parte di grandi multinazionali, le popolazioni indigene sono vittime di abusi di diritti umani di ogni tipo, primo tra tutti il diritto a non essere consultati riguardo l’implementazione di progetti di “sviluppo” nei loro territori. A tal proposito, etichettando gli stili di vita autosufficienti dei popoli tribali come “arretrati”, i governi che ambiscono a sfruttare le loro terre costringono gli indigeni a passare da un’economia basata sulla caccia ad una basata sull’agricoltura “moderna” per adeguarsi alla nozione occidentale di “progresso”. Di conseguenza, da comunità floride ed indipendenti, con una conoscenza enciclopedica della biodiversità delle loro foreste, le popolazioni indigene finiscono per vivere ai margini della società piegandosi alle logiche dell’economia di mercato e registrando altissimi tassi di tossicodipendenza, suicidio e malattie croniche. Come denunciato da Survival, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, questo sistema va di pari passo con l’assimilazione culturale forzata che vede attualmente circa 2 milioni di bambini indigeni in Africa, Asia e America Latina obbligati a frequentare le c.d. Factory School (Scuole Residenziali), sponsorizzate dalle industrie estrattive, in cui si mira a “correggere” le conoscenze tribali “primitive”, alienandoli dalle loro lingue e culture, e rendendoli più vulnerabili ad abusi fisici, psicologici e sessuali. Altrettanto allarmante, i popoli indigeni sono vittime di violenti sfratti dalle loro terre per dar vita ad “aree protette” o “parchi naturali” aperti al turismo di massa e ai trafficanti del legno in nome della c.d. Conservazione Fortezza basata sull’idea che i popoli indigeni non siano in grado di prendersi cura dell’ambiente.

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Nonostante il mancato rispetto delle norme internazionali a protezione dei diritti dei popoli indigeni non determini alcun regime di sanzione per i paesi inosservanti, appare oggigiorno evidente che la negazione dell’accesso alle risorse naturali, ai servizi sanitari di base, all’economia formale, ai processi decisionali e giudiziari stia aggravando lo status di marginalizzazione delle comunità indigene, esacerbando la loro vulnerabilità agli effetti devastanti del cambiamento climatico, incluso lo scoppio di pandemie come l’attuale Covid-19. Mentre le restrizioni alla mobilità stanno determinando un notevole aumento dei tassi di insicurezza alimentare e malnutrizione acuta, l’avvento di nuovi agenti patogeni – che già storicamente hanno rappresentato i principali fattori a decimare le popolazioni indigene – sta ulteriormente incrementando i loro tassi di mortalità. Non sorprende che, di conseguenza, tali circostanze stiano alimentando un circolo vizioso di conflitti inter-etnici, violazione dei diritti umani, povertà e degrado ambientale, minacciando di estinguere l’expertise e gli stili di vita tribali fondamentali a garantire la salvaguardia dell’80% della biodiversità globale, l’integrità ecologica e la salute dell’ambiente da cui tutti noi dipendiamo.

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Ai fini di prevenire quest’immensa perdita a danno di tutta l’umanità, risulta cruciale che la Convenzione ILO n.169 venga ratificata e attuata dal maggior numero di paesi al mondo (inclusi quelli nei cui confini non vivono popoli indigeni, come l’Italia, considerato che le loro azioni hanno comunque un impatto diretto sui territori ancestrali attraverso il finanziamento di progetti di cooperazione allo sviluppo e le concessioni a multinazionali europee). Così facendo si potrà garantire il rispetto dei diritti dei popoli indigeni alla pari degli altri popoli, riconoscendo la loro diversità culturale come patrimonio dell’umanità e rafforzando il loro ruolo istituzionale nel contribuire ad uno sviluppo equo e sostenibile nonché alla pace e alle relazioni amichevoli tra le nazioni del mondo. Grazie alle loro conoscenze in materia di adattamento e mitigazione dei disastri naturali, i popoli indigeni rappresentano i più validi alleati per la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) e dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015. Nelle parole del Presidente dell’IFAD (International Fund for Agricultural Development), Gilbert F. Houngbo, the COVID-19 pandemic shows us that we need to rethink the way we interact with nature. The continuous use of unsustainable agricultural practices, and the devastation of forests and wildlife, are part of what has brought us into closer contact with the virus that causes COVID-19. Indigenous Peoples have long warned of the consequences of exactly these kinds of practices.” Garantendo ai popoli indigeni un’adeguata assistenza sanitaria e adottando misure preventive al Covid-19 in conformità con le loro credenze, si contribuirà contemporaneamente al benessere dell’ambiente e di tutta l’umanità.  

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