GLI USA RITIRANO LE TRUPPE DALLA GERMANIA ‘DELINQUENTE’

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Lo scorso 29 luglio, Mark Esper, Segretario della Difesa degli Stati Uniti, ha reso pubblico il nuovo piano del Comando Europeo degli Stati Uniti (EUCON): si tratta di una rivisitazione radicale della presenza militare americana in Europa. Il Segretario della Difesa americana ha dichiarato che gli Stati Uniti procederanno a ridurre la loro presenza in Germania da circa 36.000 a 24.000 militari, trasferendo 11.900 uomini attualmente di stanza nel Paese in altre località. Per comprendere a fondo le ragioni e le implicazioni di questo provvedimento, occorre sottolineare come il sopraccitato dislocamento di truppe non porterà ad un ritiro completo del contingente europeo statunitense. Degli 11.900 militari in stanza in Germania che verranno mobilitati quasi 5.600 saranno infatti operativi nelle basi militari di altri Paesi NATO, quali Italia, Polonia, Romania e Belgio, mentre circa 6.400 uomini torneranno negli Stati Uniti, da dove potranno essere richiamati per condurre dispiegamenti a rotazione verso l’Europa.

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Secondo quanto si apprende da fonti ufficiali, uno squadrone di caccia, il 480° Squadrone dell’USAF, al momento di stanza presso la base di Spangdahlem, verrà dislocato, insieme con gli organici del reparto, nella base militare di Aviano, in Italia, per missioni di supremazia e difesa aerea. Lo stormo dell’aeronautica militare statunitense in questione, che opera 28 caccia multiruolo F-16 Fighting Falcon (F-16CJ/DJ Block 50D/52D), sarà in questo modo più vicino alla regione del Mar Nero. In aggiunta a quanto sopra, Mark Esper, ha dichiarato che vi sono in corso più di una mezza dozzina di revisioni di comandi di combattimento americani, inclusi il Comando USA per l’Africa (AFRICOM) e il più recente Comando Spaziale USA. A sostegno di questa tesi, basti menzionare che lo scorso 1° agosto il comandante generale dell’AFRICOM, Stephen Townsend, ha rilevato in un’intervista in cui dichiarò che al Comando in questione fosse stato ordinato di pianificare il suo stesso trasferimento fuori dalla base a Stoccarda, in Germania.

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Durante l’intera conferenza stampa, il Segretario della Difesa americano ha insistito ripetutamente sulle capacità e sulla prontezza operativa che la revisione della presenza militare apporterà alle forze americane ed europee. Esper ha infatti motivato il parziale, sebbene sostanziale, ritiro del contingente statunitense in Europa, sostenendo come il piano nazionale si inserisca del progetto d’implementazione del programma di Dynamic Force Employment, il quale, richiedendo l’abbandono del concetto di basi permanenti, è volto a:  (i) migliorare della flessibilità operativa e la prontezza strategica dell’EUCOM, (ii) rafforzare la deterrenza vis à vis la Russia e (iii) consolidare la comunità transatlantica. Diversamente dal Segretario della Difesa americano, il Presidente Donald Trump ha annunciato il ritiro di quasi 12,000 militari dal suolo tedesco con un Tweet il 30 luglio, commentando la decisione sul suo profilo con queste parole: “La Germania paga alla Russia miliardi di dollari all’anno per l’Energia, e noi dovremmo proteggere la Germania dalla Russia. Di cosa parliamo?

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 Inoltre, la Germania è molto delinquente nella sua quota del 2% per la NATO. Stiamo quindi trasferendo alcune truppe fuori dalla Germania!” Da questo Tweet risulta evidente come il Presidente degli Stati Uniti non abbia interpretato il piano di ritirare le truppe dalla Germania in termini d’interoperabilità strategica militare, ma bensì come egli si sia limitato ad attribuire la ragione di questo dislocamento militare alla ‘delinquenza’ tedesca. Dalle parole del Presidente americano sembrerebbe, infatti, che l’Amministrazione Trump si sia fatta promotrice del riposizionamento delle forze americane come reazione ai forti legami che uniscono Germania e Russia in termini energetici e allo scarso impegno tedesco nell’adattare la propria spesa militare ai criteri stabiliti da tutti gli Stati membri della NATO in occasione vertice in Galles. In merito al primo punto, è lecito sottolineare come la Germania dipenda ancora fortemente dalle importazioni di combustibili fossili, in quanto le maggior parte delle risorse nazionali sono esaurite e l’estrazione delle restanti è troppo costosa.  

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Nonostante le accuse sollevate da Trump nel luglio 2018, oggi la Germania continua ad essere uno dei maggiori importatori mondiali di gas naturale mentre la costruzione gasdotto russo-tedesco del Mar Baltico, il Nord Stream 2, è ancora in corso. In altre parole, il Tweet di Trump conferma come la contesa russo-americana sulle forniture di gas che Mosca garantisce a Berlino continui a dividere Stati Uniti e Germania. Per quanto concerne la ripartizione degli oneri finanziari all’interno della NATO è importante evidenziare come Donald Trump abbia, in molte occasioni, messo in discussione gli obblighi di difesa americani nei confronti dei suoi alleati, accusati di non far fronte alle loro spese di difesa e sicurezza. Il 5 settembre 2014, in occasione del summit NATO in Galles, i 28 leader dell’Alleanza decisero infatti di impegnarsi ad invertire la tendenza al calo dei bilanci della difesa, concordando di raggiungere l’obiettivo di spendere almeno il 2% del loro PIL nel settore difesa e di destinare almeno il 20 per cento delle loro spese agli investimenti (incluso R&D) in un decennio, come si legge nel paragrafo 14 della Dichiarazione del Vertice del Galles.

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Sebbene nel paragrafo 34 della Dichiarazione del Vertice di Varsavia del 2016 si legga che “(…) In soli due anni, la maggior parte degli Alleati ha arrestato o invertito il calo delle spese per la difesa in termini reali (…)”, la spesa militare tedesca rimane inferiore al 2% di PIL stabilito al summit NATO del 2014. Nel 2019, Berlino destinava infatti il 1,38% del PIL alla difesa.  Non è dunque un caso che Donald Trump abbia ammonito nuovamente il disimpegno tedesco alla  NATO, prendendo a modello le osservazioni del 2011 dell’allora Segretario della Difesa americana di Robert Gates. Di fronte a queste dichiarazioni provocatorie, le reazioni tedesche sono state ovviamente negative. Il presidente della commissione degli affari esteri del Bundestag, Norbert Röttgen, ha dichiarato di non trovare giustificazioni razionali per il dislocamento di circa un terzo dei militari americani. Analoghe riserve sono state poi sollevate da Johann Wadephul, il vicepresidente del gruppo parlamentare dell’Unione Cristiano Democratica (CDU).

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Wadephul ha inoltre lasciato intendere che il ritiro delle truppe costituirebbe una perdita principalmente per le forze militari americane. Il sondaggio condotto da Pew Research Center e Körber-Stiftung del 2019 ha infatti rivelato come americani e tedeschi condividano posizioni diverse in merito alla presenza militare statunitense in Germania. Come si legge dal grafico del Pew Research Center, gli americani tendono infatti a percepire le basi militari statunitensi in stanza in Germania come più significative per la propria sicurezza rispetto a quanto facciano i tedeschi.

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In luce di quanto sopra esposto, una questione da porsi è quanto possa costare agli Stati Uniti un’operazione di tale calibro e il mantenimento di truppe a rotazione. Durante la conferenza stampa del 29 luglio, Mark Esper ha risposto alla sopraccitata domanda affermando che i costi al momento sono solo stime ma che il piano di revisione richiederà diversi miliardi di dollari. Secondo l’autore dello studio “Rotational Deployments vs. Forward Stationing” del 2017, John Deni, una squadra di combattimento di brigata a rotazione in Europa costerebbe infatti agli Stati Uniti indicativamente 135 milioni di dollari all’anno. Considerando l’entità delle spese da sostenere e la quantità di militari e mezzi da dispiegare, si presuppone che il suddetto dislocamento non avrà luogo prima di dicembre e, quindi, delle elezioni presidenziali, il cui risultato potrebbe dunque bloccarne il processo. Tuttavia, la rivisitazione della presenza militare americana in Europa potrebbe essere addirittura essere arrestata prima dell’autunno, visto il numero considerevole di critiche sollevate all’interno del Congresso.

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Alle preoccupazioni del Senatore Chris Murphy, membro della Commissione per le relazioni estere del Senato, si è aggiunta la disapprovazione del senatore repubblicano dello Utah, Mitt Romney, che ha definito la decisone americana “un regalo alla Russia”. All’atto pratico poi, lo scorso 30 giugno, un gruppo bipartitico di senatori sotto la guida dello stesso Romney ha proposto un emendamento alla legge annuale sulla politica di difesa che vieterebbe all’amministrazione Trump di ridurre il numero di truppe in servizio attivo in Germania al di sotto della cifra attuale (34.500), sempre che il Pentagono non dimostri al Congresso che (i) si tratti di una questione di sicurezza nazionale e che (ii) il ritiro di truppe non possa avere un impatto negativo sull’alleanza europea o sulla NATO. In conclusione, rimane da vedere se il piano il dislocamento delle truppe statunitensi entrerà concretamente in forza e quali implicazioni strategiche la sua attualizzazione (o la mancanza di essa) potrà avere sulla natura delle relazioni transatlantiche e dell’Unione europea. L’unica cosa certa che si evince dalle ultime dichiarazioni è che il ritiro delle truppe americane dalla Germania, voluto dall’amministrazione Trump, rappresenta l’ennesimo incentivo per l’Unione Europea a prepararsi ad un graduale disimpegno degli Stati Uniti dall’UE. I prossimi cinque mesi, in cui sarà la Germania ad assumere la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, saranno determinanti per le sorti della difesa europea e dell’Alleanza Atlantica.   

 

 

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Costanza Pestarino

Costanza Pestarino. Studentessa del Master di Sicurezza Internazionale presso l'Università SciencesPo(Parigi) con concentrazioni in Europa e Rischi Globali.Nata a Genova nel 1997, ha conseguito la laurea triennale in Politica, filosofia e Economiapresso la Luiss Guido Carli (Roma). Nel 2018, ha trascorso il programma di scambiobilateralea Mosca presso Università Nazionale di Ricerca Scuola superiore di economia (Высшая Школа Экономики). Questo periodo le ha permesso di migliorare la conoscenza della lingua russa e di frequentare corsi mirati nel campo della sicurezza internazionale e delle relazioni UE-Russia.

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