L’ASSALTO DI WASHINGTON A TEHERAN PROSEGUE, IN ATTESA DI ANKARA

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Lo scorso 2 luglio una misteriosa esplosione ha colpito il complesso nucleare iraniano di Natanz, provincia di Esfahan. La struttura avrebbe ospitato una base avanzata di assemblaggio di centrifughe per la produzione di combustibile nucleare. Nei giorni precedenti, altri incendi ed esplosioni avevano colpito centrali elettriche e chimiche, nonché strutture nella disponibilità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Gli iraniani hanno fatto impliciti riferimenti ad atti di sabotaggio da parte di Usa ed Israele. Senza però muovere accuse formali nei loro confronti.

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Secondo alcuni esperti di cyberintelligence sentiti dal The Jerusalem Post, gli attacchi alle strutture iraniane potrebbero essere il risultato di una combinazione tra operazioni cinetiche (sabotaggi probabilmente eseguiti da gruppi di opposizione iraniani) ed “operazioni informatiche pianificate in anticipo da qualcuno ed eseguite al momento strategico giusto per persuadere o costringere l’Iran in molti modi“. Le esplosioni potrebbero essere state finalizziate a “distruggere le tracce dell’impronta informatica” sul ciberspazio locale. Un attacco del genere, premeditato nel tempo e azionato nel momento opportuno, richiede una elevata potenza cyber, difficilmente raggiungibile da semplici hacker, e avvalorerebbe l’ipotesi di un coinvolgimento solitario o più probabilmente congiunto di superpotenze cibernetiche come Israele e Stati Uniti.

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Ma a quali fini? Verosimilmente per distruggere o ritardare la produzione di armi e tecnologie sia sul piano nucleare che su quello convenzionale-missilistico. Ed aumentare il c.d. “tempo di breakout” (“tempo di sfondamento”) – ovvero il tempo necessario a produrre un ordigno nucleare – che sarebbe sceso a 3,8 mesi, “con un intervallo da 3,1 a 4,6 mesi”[1], dopo che Teheran, dal luglio 2019, ha dichiarato di aver superato il limite di arricchimento dell’uranio con isotopo U235 fissato dal Jcpoa al 3,67%, innalzandolo al 4,5%, con l’obiettivo di medio termine del 20%.

 

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O per indebolire vieppiù la posizione negoziale iraniana in relazione alla prossima scadenza di ottobre dell’embargo delle Nazioni Unite, operativo dal 2010, sull’acquisto di sistemi d’arma stranieri e strumenti dual use. Gli Usa intendono prolungarlo. Da qui la possibilità di destare la “pazienza strategica” degli iraniani e stuzzicare una loro possibile reazione scomposta che possa “giustificare” un rinnovo dell’embargo, magari minacciando anche uno snapback delle sanzioni Onu.

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Quello vissuto da Teheran appare come un déjà vu. All’inizio dello scorso decennio la Cia, la Nsa, il Mossad e l’AMAN attuarono i loro piani volti a rallentare il processo di proliferazione nucleare con la guerra economica (sanzioni finanziarie ed embargo sulle esportazioni petrolifere), gli assassini mirati di scienziati nucleari iraniani (attribuiti al Mossad) per eliminarne il know-how alla fonte, ed una serie di misteriosi incendi, esplosioni e sabotaggi contro centrali, computer, centrifughe che culminarono nel primo attacco cibernetico della storia in grado di distruggere un asset fisico (le macchine di arricchimento dell’uranio) attraverso il virus Stuxnet, opera congiunta israelo-statunitense.

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Pressione che nell’ottica di Gerusalemme avrebbe dovuto sfociare in un attacco preventivo su larga scala o nel cambiamento di regime a Teheran. Quanto non perseguito dagli strateghi Usa, il cui vero obiettivo non era (e non è tutt’oggi) fare la guerra – scelta che avrebbe destabilizzato la regione e impantanato nuovamente la superpotenza in un conflitto economicamente e politicamente insostenibile. Piuttosto, indurre i persiani alla soluzione politica, a trattare da una posizione di debolezza. Riuscendo a condurli a quei negoziati segreti intavolati a Mascate (Oman), con la mediazione di re Qābūs, che avrebbero poi condotto nel luglio 2015 alla firma del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) e alla rimozione di tutte le sanzioni relative al nucleare a partire dal 16 gennaio 2016 (Implementation Day).

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Accordo fortemente voluto dall’Amministrazione Obama per recuperare nell’ottica dell’equilibrio di potenza regionale un Iran in forte difficoltà per l’esplosione dell’insurrezione sunnita alle sue porte, tra Siria ed Iraq, sotto la bandiera dell’Isis. Da qui l’esigenza di riabilitarlo politicamente dal suo isolamento, reimmettendolo nell’economia internazionale, eliminando gran parte delle sanzioni dirette e secondarie che ne colpivano i vitali settori energetico e finanziario

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Necessità scomparsa dopo l’implosione della dimensione territoriale-statuale del sedicente Califfato. Così nel maggio 2018 gli Usa abbondonavano il Jcpoa – definito dal tycoon come il “peggiore affare concluso dagli Usa nella loro storia” – considerato troppo favorevole alla controparte perché non incideva affatto sullo sviluppo missilistico e sulla rete di delegati regionali. Network esteso tra Mediterraneo e Hindu Kush a partire dal 2003, quando l’intervento americano in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003) eliminò i due baluardi dell’espansionismo persiano – i Taliban e il Ba’th di Saddam Hussein. Permettendo ai pasdaran di espandere influenza verso est e verso ovest, dando vita a quell’“asse della resistenza” di cui fanno parte gli Ḥizbullāh libanesi, gli alawiti a Damasco, gli Houthi in Yemen del Nord, le minoranze sciite nella Penisola Arabica, il governo di Baghdad e le milizie sciite irachene raccolte nelle Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf).

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Da qui la ripresa della “massima pressione” da parte dell’Amministrazione Trump concretizzata nel riavvio della guerra economica e dell’isolamento diplomatico e nel varo di nuove sanzioni contro i settori petrolifero, bancario e siderurgico. Per stritolare la Repubblica Islamica e costringerla a rinegoziare un nuovo accordo in condizione di completa subordinazione. Per indurla alla capitolazione. A rinunciare ai pilastri della propria strategia di difesa fondata sulla deterrenza asimmetrica (missili e proxies), pensata per elevare il prezzo economico ed umano di un intervento esterno americano e così scoraggiarlo.

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Lo scorso 27 dicembre, in seguito al lancio da parte delle milizie sciite irachene filoiraniane delle Kata’ib Hezbollah(“Falangi di Hezbollah”) di razzi contro la base Usa irachena di Kirkuk, con la morte di un contractor americano, la tensione Usa-Iran raggiungeva il suo zenit. Il Pentagono agiva in rappresaglia compiendo nei giorni successivi un raidcontro cinque basi di Kata’ib Hezbollah nel Siraq. L’anno si concludeva con l’assedio del 31 dicembre all’ambasciata Usa di Baghdad ad opera di manifestanti iracheni filoiraniani al grido di “morte all’America”. Atti ritenuti da Washingtoncome ispirati da Teheran.

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Ciclo di escalation che avrebbe portato allo strike missilistico del 3 gennaio 2020 presso l’aeroporto di Baghdad, con la morte del numero due del regime iraniano, il generale Qasem Soleimani, comandante della Quds Force[2], nonché principale tessitore della c.d. “Mezzaluna sciita”. Cinque giorni dopo arrivava la prima, simbolica e al momento ultima ed esplicita rappresaglia iraniana con il lancio “telefonato” di missili balistici contro le basi Usa di Al Asad ed Erbil, nella regione sunnita dell’Al-Anbar e nel Kurdistan iracheno. Con l’indiretto preavviso agli Usa via Baghdad dell’attacco, in modo da consentire ai 2.000 soldati Usa di mettersi in salvo. Per non causare vittime tra le fila degli americani, per non varcare quella linea rossa, temendo la spirale di tensioni che un attacco mortale contro soldati Usa avrebbe provocato, inducendo probabilmente Washington a fare la guerra, a scatenare tutta la sua potenza di fuoco.

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Preparata sul piano operativo da Cia e Pentagono, programmata da tempo, l’uccisione di Soleimani era il massimo obiettivo inserito nella lista dei possibili target da colpire per destabilizzare la legittimità e la stabilità della Repubblica Islamica agli occhi del popolo iraniano, mostrandola vulnerabile, colpendola con un attacco a sorpresa. Per ristabilire la deterrenza su Teheran provando di essere pronta ad usare la forza. Nel tentativo di disarticolarne la rete di proxies e milizie, eliminandone il fondamentale punto di riferimento politico-militare e di coordinamento tattico.

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In piena epidemia gli Usa hanno continuato a perseguire lo strangolamento della Repubblica Islamica, in drammatiche condizioni finanziarie, sociali e umanitarie. Annunciando l’arrivo di nuove sanzioni economiche su Teheran. Non rinnovando le esenzioni sulle sanzioni sul nucleare, trasformatesi in un vero e proprio “embargo sanitario”. Bloccando le richieste iraniane di prestiti rivolte al Fmi per la gestione dell’epidemia.

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Nei prossimi anni gli Usa proseguiranno il roll back per ricacciare indietro lo sviluppo nucleare e missilistico e l’espansione della sfera di influenza iraniana, con l’Iraq come principale terreno di scontro e massima posta in gioco della sfida Usa-Iran, per la sua decisiva importanza geo-strategica. Il rischio implicito di un approccio hardliner è quello di provocare una reazione conservatrice e nazionalista nella popolazione iraniana contro l’assalto del “Grande Satana imperialista”. E tuttavia in questa fase Teheran va colpita e indebolita perché in futuro potrebbe rivelarsi necessario rafforzarla, recuperandola in chiave anti-turca.

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Il primario obiettivo strategico degli Usa nella regione è infatti quello classico di evitare l’ascesa di un egemone tra le potenze autoctone o esterne. Per tradizione e ambizione imperiale, per forza militare, demografica e culturale, per proiezione strategica e percezione di sé, la superpotenza ritiene candidate ad un tale ruolo l’Iran, nel breve termine, la Turchia nel medio-lungo termine, veri attori determinanti delle vicende geopolitiche della regione, insieme alla superpotenza.

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La Repubblica Islamica non rappresenta una minaccia esistenziale per la superpotenza. Allo stesso tempo è vista ad oggi, agli occhi degli apparati statunitensi, come la potenza più vicina all’egemonia regionale, mirante ad acquisire maggiore proiezione missilistica e geo-strategica per espellere la presenza e l’influenza Usa. Per contenerla Washington sostiene il fronte più debole, composto da Israele e dal c.d. “asse della restaurazione” guidato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e partecipato da Giordania ed Egitto. E non si oppone al protagonismo turco tra Mediterraneo e Asia centrale, anche per contrastare la presenza russa nei “mari caldi”. Ma se l’espansione di Ankara dovesse trasformarsi in una sfera di influenza con dimensione (anche) marittima, quindi smaccatamente anti-americana, allora Teheran nei prossimi anni potrebbe persino ritornare utile per bilanciare il revanscismo neo-ottomano della potenza turca.

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Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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