QUALE POLITICA ESTERA PER GLI STATI UNITI?

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Alle urne sarà anche referendum per il ruolo degli Stati Uniti nel mondo: le visioni di Trump e Biden a confronto sulle grandi sfide di politica internazionale.

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Saranno la gestione dell’emergenza sanitaria e la situazione economica ad indirizzare principalmente il voto del popolo statunitense, ma anche il tema della politica estera merita di essere analizzato. Il ruolo globale degli Stati Uniti nei prossimi anni è oggetto di un fervente dibattito, seguito con attenzione dalle controparti estere e dalle organizzazioni internazionali a carattere universale. Le differenze di vedute tra il Presidente Donald Trump e il candidato Democratico Joe Biden rispecchiano la grande contrapposizione del nostro tempo: i sovranisti dell’“America First”, sostenitori di un ruolo più defilato degli USA nel mondo e nei consessi internazionali, contro l’approccio internazionalista e multilaterale, che auspica degli Stati Uniti meno ripiegati su se stessi e più collaborativi nei teatri internazionali.

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Uno dei temi principali di politica estera- destinato a tenere banco nei prossimi decenni- è la competizione tra Stati Uniti e Cina, esasperata dall’amministrazione Trump fino a un punto di non ritorno. Un’aggressiva guerra commerciale e una feroce campagna internazionale di delegittimazione ha caratterizzato l’approccio di quest’amministrazione verso la Cina, considerata una minaccia per la prosperità economica e diplomatica statunitense. Joe Biden, dipinto dalla propaganda Repubblicana come “debole contro la Cina”, ha riconosciuto le pratiche commerciali scorrette attuate da Pechino, ma allo stesso tempo auspica una risposta più efficiente, concordata con gli alleati nel quadro del sistema internazionale multilaterale.

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Su controterrorismo e difesa, invece, i due candidati hanno agende diametralmente opposte. Mentre Trump si è mosso verso il disimpegno militare da zone critiche come Siria e Afghanistan, preferendovi l’uso di droni e raid aerei; Biden ha firmato un lungo articolo su Foreign Affairs in cui spiega la necessità di una nuova strategia in Medio Oriente e Africa (denominata da egli stesso “Controterrorismo +”) che si basi sul dispiegamento di ristrette forze speciali per combattere i network terroristi.

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Infine, per quanto riguarda i rapporti con Iran, Corea del Nord e Venezuela– i Paesi più ostili a Washington-, lo sfidante Democratico alla Casa Bianca non ha articolato una precisa proposta politica. Egli, ex membro e Presidente della Commissione per le Relazioni estere del Senato, si è limitato a criticare le azioni del Presidente Trump contro l’Iran (perché hanno vanificato i progressi raggiunti dall’amministrazione Obama con l’accordo sul nucleare del 2015) e contro il Venezuela (perché, secondo Biden, l’amministrazione Trump ha mostrato un approccio “a casaccio” nella crisi regionale venezuelana). Mentre rispetto al lungo negoziato per il disarmo nucleare della Corea del Nord- a cui Trump tiene molto-, Biden ha chiesto fermezza, definendo la strategia di quest’amministrazione “controproducente” e utile soltanto a “legittimare un dittatore come Kim Jong-Un” agli occhi della comunità internazionale.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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