UNA ONE-STATE SOLUTION: IN CHE FORMA?

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Nei giorni scorsi, il Primo ministro giordano, Omar Razzaz, ha lanciato una quasi provocazione invocando una possibile e favorevole one-state solution, di cui poco si è parlato negli anni a livello mediatico. La Giordania – e molti cittadini israeliani e palestinesi – intravede solo due possibilità per uno Stato unico.

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Pur essendo occupato su più fronti (a nord est contro Hezbollah, al confine col Libano e la Siria e a sud ovest con Hamas a Gaza), Israele non ha rallentato la volontà di assorbire nuovi e più territori della West Bank e della Valle del Giordano. L’unico “ostacolo” sembra la possibilità concreta di un nuovo mandato Trump.

Netanyahu, infatti, sa bene che nessuno Stato medio orientale oserà mai sfidare la sua potenza militare, neanche la Turchia ed il Qatar; e delle confinanti Nazioni a Nord e ad Est (Libano, Siria, Giordania e la stessa Palestina), solo la Giordania può vantare una stabilità interna, che comunque non le permette un dispendio di risorse così ingenti come un probabile scontro con una potenza nucleare quale è lo Stato israeliano.

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La Giordania, godendo proprio di una particolare posizione politica – non solo per la quasi stabilità, ma anche per il fatto di essere uno dei due Stati  ad aver sottoscritto un accordo di pace con Israele – è stata la prima, se non l’unica Nazione, ad aver immediatamente condannato il progetto d’annessione promosso da Netanyahu (è bene rimandare il lettore alle posizioni espresse dal Re Abdullah III di Giordania).

Nei giorni scorsi, il Primo ministro giordano, Omar Razzaz, rilasciando un’intervista, ha improvvisamente portato alla ribalta mediatica una ormai vecchia e sepolta soluzione politica per il conflitto israelo-palestinese: la one-state solution, ovvero la soluzione di uno Stato unico che veda convivere israeliani e palestinesi.

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Oggi come oggi sono le stesse popolazione a non nutrire più molte speranze per la two-state solution. Ad un recente sondaggio condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR), il 61% degli intervistati non crede che la soluzione dei due Stati sia praticabile, proprio a causa dell’espansionismo israeliano. E ciò s’accompagna ad una leggera crescita in percentuale di coloro che vorrebbero una risposta armata a tale espansionismo (50% nel febbraio 2020, 47% nel dicembre 2019) e di coloro che supportano una one-state solution (37% nel febbraio 2020, 27% nel dicembre 2019). Un altro importantissimo sondaggio, condotto dall’Università di Tel Aviv e il PSR nel 2018, aveva visto il 33% degli intervistati ebrei israeliani essere favorevoli ad uno Stato confederato. Sembra che però la percentuale sia diminuita nel corso degli ultimi anni.

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Ma, ad oggi, la one-state solution che forme potrebbe assumere? Agli della stessa Giordania soltanto due:

La prima è la costruzione di uno Stato apartheid, cui Netanyahu ha già provveduto con la Legge sullo Stato Ebraico nel 2018 (e i successivi respingimenti di alcuni emendamenti per smorzarne i punti più affilati). Uno Stato siffatto porterebbe all’esclusione e al progressivo annientamento delle identità plurali di Israele e della Palestina sotto la rigida legge Sionista. Tale costruzione (e ideologia) vede favorevolmente il perpetuarsi di discorsi politici basati sulla two-state solution, mancando taluni presupposti essenziali perché la Palestina possa effettivamente essere riconosciuta (e dunque anche rispettata) come Stato. Fintanto che questa dialettica andrà avanti, e la Palestina, con i suoi territori, non verrà riconosciuta nell’effettivo (ciò probabilmente non accadrà mai – e molti Paesi, arabi e non, ne sono consapevoli), politici come Netanyahu non troveranno ostacoli al loro espansionismo territoriale e coloniale.

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La seconda alternativa vede la costruzione di un unico Stato, democratico, plurale e laico, in cui sia palestinesi che israeliani possano esprimersi e vedere riconosciuti i propri diritti civili, sociali e politici. Tale soluzione appare, agli occhi di Razzaz, come l’unica capace di garantire stabilità e pace alla regione Mediorientale. Essa porta con sé numerose ed altre complesse problematiche, che nascono da una ristrutturazione completa dello Stato (a livello interno) e ad una complessa identificazione e collocazione a livello regionale.

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Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.

Ho incontrato lo IARI per caso, alla ricerca di analisi web su determinate tematiche geopolitiche ed ho deciso di mettermi in gioco come analista. Scrivere è sempre stata una mia grande passione, congiuntamente al grande interesse per la politica e lo studio. Lo IARI mi ha dato la grande opportunità di crescere nella professionalità e nell’accuratezza stilistica e di osservazione, grazie alla profonda fiducia infusaci. Da dicembre 2019 faccio parte della Redazione. È un progetto nuovo, fresco, motivante: giovani laureati, pronti a dare il proprio contributo al mondo!

La macro-area di cui mi occupo all’interno dello IARI è la regione Euro-Mediterranea. Sono rimasta affasciata dalla Storia delle Relazioni Euro-Mediterranee, affrontate durante il percorso di studi. Per questa grande passione sto svolgendo un tirocinio di lavoro presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Questa nuova esperienza mi ha aperto un modo di possibilità, prospettive e riflessioni. Il Mediterraneo, oggi e da sempre, è teatro culturale fondamentale nello scenario internazionale: è qui che si gioca la battaglia culturale!

Essere analista per me significa poter dare un contributo intellettuale importante al mondo e alla nostra società particolare. Ed è un impegno che parte dallo studio approfondito degli eventi passati e presenti. Lo IARI in questo dà molto supporto!

Ho una passione innata per la storia, la filosofia, la letteratura e la teologia. Tra i miei autori preferiti (tra romanzi e saggi) rientrano Joseph E. Stiglitz, Jacques Le Goff, Fëdor Dostoevskij, Charles Dickens e Gilbert K. Chesterton. Un altro hobby è la musica: strimpello sia chitarra che pianoforte e nutro un grande amore per il jazz e tutte le sue forme.

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