UN'ALTRA ESTATE AL BUIO IN IRAQ

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Le proteste delle scorse settimane, da nord a sud dell’Iraq, hanno denunciato la cattiva gestione del settore elettrico da parte del governo, mettendo in luce una serie di problemi di cui il paese soffre da anni: corruzione e clientelismo . Come ha risposto il nuovo governo a questa situazione?

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L’Iraq riesce a generare 16.000 megawatt, a fronte dei 30.000 necessari per soddisfare la domanda interna. La scarsa produzione elettrica nazionale, unita a mancati investimenti nelle infrastrutture elettriche, hanno causato un problema di insufficienza elettrica nel paese. Questa situazione costituisce un catalizzatore di mobilitazione popolare soprattutto in estate, quando i consumi domestici sono maggiori. Questa settimana sono stati gli abitanti delle città di Misyan, Kerbala e al-Qadissiya a protestare, incolpando la corruzione dilagante nelle classi dirigenti e chiedendo le dimissioni di alcuni funzionari governativi, responsabili della fornitura elettrica al livello locale. Due settimane fa, invece, era toccata a Baghdad, e ancor prima a Nassiriya e Bassora dove tali manifestazioni avvengono, da due anni a questa parte, in modo ormai consuetudinario, tra i mesi di luglio e agosto.

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Il nuovo governo iracheno, sotto la direzione di Al-Khadhemi, diventato primo ministro dopo una lunga impasse politica che ha seguito lo scoppio di una nuova ondata di proteste popolari lo scorso ottobre, ha sottolineato l’impossibilità di poter risolvere il problema dell’insufficienza elettrica nel paese, in quanto anni di corruzione e di clientelismo hanno danneggiato le finanze dello stato. Due settimane fa, inoltre, in una riunione con il ministro dell’elettricità e del petrolio, lo stesso al-Khadhemi ha dichiarato che i governi passati, in particolare gli ultimi due, e le loro reti di clienti, tra cui le famiglie più benestanti della società irachena,  hanno sperperato, nel corso degli ultimi anni, miliardi di dollari, ottenuti attraverso contratti con attori privati, come la multinazionale Siemens, originariamente destinati al miglioramento del sistema elettrico nazionale. Anche nel discorso di venerdì scorso, in cui è stato annunciato che le nuove elezioni parlamentari verranno anticipate prima del 6 giugno 2021, questo punto è stato nuovamente ribadito. Il nuovo governo, dunque, si mostra consapevole del fatto che le disposizioni adottate ultime settimane per contrastare la corruzione e proteggere le finanze statali, quali il licenziamento di alcuni funzionari governativi e l’inasprimento delle misure di controllo al confine con l’Iran al fine di contrastare il contrabbando, solo soltanto l’inizio della lotta alla corruzione in Iraq e, pertanto, una risposta pronta ed efficace al problema elettrico risulta impossibile allo stato attuale.

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Il permanere di questo status quo porterà sicuramente, nelle prossime settimane, a nuove proteste e in particolare al sud, dove si trovano i governatorati più poveri che soffrono maggiormente delle ripetute interruzioni di corrente elettrica causate da anni di cattiva gestione del settore. In aggiunta a ciò, c’è da considerare il fatto che il contratto firmato a inizio giugno con Teheran, per la durata di due anni, confermando quest’ultimo come principale esportatore di elettricità per l’Iraq, potrebbe essere utilizzato da Washington per far pressione sul nuovo governo di al-Khadhimi, al fine di costringerlo ad allentare i rapporti con l’Iran. Questo scenario comporterebbe un ulteriore deterioramento delle relazioni USA-Iran, di cui il primo paese a pagarne le spese sarebbe proprio l’Iraq.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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