LA DIGA GERD NEL CONFLITTO FRA ETIOPIA ED EGITTO PER LE ACQUE DEL NILO

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La disputa fra Egitto ed Etiopia sulla diga GERD (Grand Ethiopia Renaissance Dam) sembra destinata a un’interlocuzione infinita e senza soluzione. L’enfasi posta dai due attori principali sulle esigenze interne, sta di fatto paralizzando il negoziato fra i Paesi rivieraschi. Oltre a ciò l’Etiopia ha annunciato per fine luglio l’avvio del riempimento della diga, in concomitanza con l’inizio della stagione delle piogge. Risulta fondamentale in questa fase mantenere aperto il canale negoziale al fine di evitare una nuova guerra per l’acqua in uno dei contesti regionali più complessi al mondo.

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La complessa gestione dei corsi d’acqua transfrontalieri si inserisce nel campo d’azione delle politiche ambientali internazionali, orientate dal principio della sovranità statale. Quest’ultimo si manifesta attraverso l’uso prevalente del metodo intergovernativo e si traduce nell’implementazione di politiche settoriali e individualiste che ben poco spazio lasciano alla cooperazione. Tale approccio è percepito dalla letteratura internazionale come fortemente limitante poiché impedisce non solo la collaborazione fra i vari attori rivieraschi, ma anche il perseguimento di obiettivi di sviluppo sostenibile, assolutamente centrali nel dibattito degli ultimi anni.

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Nemmeno il quadro normativo internazionale riesce a sopperire a questo deficit, poiché spesso leggi e regolamenti, in virtù della scarsa vincolabilità del diritto internazionale, si scontrano con la forza delle prerogative statali. Tendenzialmente questa debolezza regolativa ha creato terreno fertile per la proliferazione di situazioni di conflitto, che hanno assunto forme cangianti in virtù di fattori peculiari (geografici, politici, economici, militari) di ogni singola esperienza.

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La complessità di un sistema idrico transfrontaliero è data da un enorme insieme di variabili che in maniera più o meno stringente possiamo ricondurre a due aspetti principali: il posizionamento geografico e le asimmetrie di potere. Questi due elementi da soli, sono capaci di farci comprendere la logica alla base dei principali conflitti per lo sfruttamento dei fiumi internazionali. Nel tempo infatti, in diversi contesti regionali i Paesi rivieraschi si sono dovuti confrontare con le pretese di poteri egemonici che all’interno dei vari bacini idrografici hanno fatto prevalere il proprio sistema valoriale e i propri interessi a scapito delle controparti più deboli. Dal punto di vista geografico invece, i Paesi a monte hanno spesso influenzato le dinamiche di prelievo di quelli a valle in virtù di un accesso privilegiato alla risorsa, derogando a più riprese la consistente evoluzione normativa di livello internazionale in materia.

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Quello del bacino del Nilo è un esempio molto ricorrente in letteratura poiché in esso si sovrappongono molteplici dinamiche confliggenti che danno luogo a uno dei sistemi in assoluto più complessi. Il Nilo è tradizionalmente considerato il fiume più grande del mondo.  Il suo bacino idrografico si estende su 11 Stati africani. E’ costituito da due affluenti principali, il Nilo Biancoche nasce nella regione dei grandi laghi, precisamente nel Lago Vittoria e il Nilo Azzurro, che nasce invece in Etiopia nel Lago Tana.

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Il Nilo è sempre stato una fonte di vita per le popolazioni rivierasche. Da millenni infatti ne alimenta le terre e ne favorisce il sostentamento e lo sviluppo economico. Qui sono nati alcune delle più grandi civiltà della storia, come quella egizia, che per migliaia di anni ha dominato la regione. Oggi come ieri, il fiume è la principale fonte di vita per i Paesi del bacino, che sul suo sfruttamento hanno basato le proprie economie e la propria sopravvivenza.

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L’Egitto, Paese prevalentemente desertico con circa 100 milioni di abitanti, deriva dal Nilo circa il 90% del suo fabbisogno di acqua dolce. La sua economia è monopolizzata dal settore agricolo, che rappresenta il 15% del PIL e occupa un terzo dei posti di lavoro totali (fino a raggiungere percentuali vicine al 60% nella parte settentrionale). L’acqua del fiume è fondamentale per l’economia egiziana, e la crescita del suo fabbisogno è costante negli ultimi anni, in virtù dello sviluppo industriale e di un aumento sensibile della popolazione.

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L’Etiopia d’altra parte è un Paese povero in forte crescita economica ma con un Pil pro capite fra i più bassi al mondo. Povera di risorse naturali, deriva gran parte della sua ricchezza dall’agricoltura, soprattutto dall’esportazione di caffè. Il settore agricolo vale il 43% del Pil e impegna l’80% della forza lavoro totale. Uno dei limiti più evidenti per lo sviluppo economico dell’Etiopia è l’approvvigionamento energetico. Nonostante abbia infatti un potenziale idrico notevolissimo (in Etiopia ricordiamo che nasce il Nilo Azzurro) sfruttabile per la produzione idroelettrica, è costretta a importare il 50% del suo fabbisogno sotto forma di petrolio per la produzione di energia termica.

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Il contenzioso fra i due Paesi sopraccitati nacque circa dieci anni fa, quando l’Etiopia preannunciò il colossale progetto della Grand Ethiopia Renaissance Dam. La realizzazione del bacino artificiale, avrebbe dovuto garantire all’Etiopia la produzione di circa 6,50 gigawatt all’anno, permettendogli da una parte di gestire l’infrastruttura idroelettrica più grande dell’Africa e dall’altra di diventare un hub regionale per le esportazioni di energia elettrica, contribuendo notevolmente alla crescita della sua economia.

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L’imponente infrastruttura però, rappresenta un pericolo strategico per l’Egitto, in quanto foriera di potenziali ricadute in ambito economico. L’Egitto infatti ha un fabbisogno idrico annuale di circa 55 miliardi di metri cubi, di cui più della metà provenienti dalla sorgente etiope. La diga GERD è stata costruita in prossimità di quest’ultima rappresentando un potenziale limite al deflusso idrico a valle. Diversi studi, hanno dimostrato come il riempimento della diga (uno dei principali elementi di contrasto) potrebbe ridurre sensibilmente la produttività agricola egiziana. Qualora non ci fosse un accordo sulla ripartizione delle quote idriche infatti, la riduzione della stessa potrebbe danneggiare pesantemente il sistema economico dell’Egitto, che si vedrebbe costretto a importare beni alimentari dall’estero, destinandovi fondi che avrebbero dovuto sostenere gli investimenti per le riforme strutturali per la crescita economica.

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Come evidenziato da alcuni analisti, la crisi del settore agricolo in un Paese come l’Egitto, che da esso deriva gran parte della sua ricchezza, potrebbe alimentare problemi di sicurezza. I produttori agricoli infatti potrebbero emigrare verso i centri urbani alla ricerca di fortuna, facendo aumentare la povertà e limitando le già deboli prerogative statali di garanzia della stabilità interna.

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Uno degli elementi di dissidio principali è dunque quello relativo alla velocità di riempimento del bacino. Se infatti questa fosse realizzata velocemente, l’Etiopia potrebbe beneficiare da subito della disponibilità energetica prodotta, d’altra parte però l’Egitto vedrebbe ridursi drasticamente l’apporto idrico necessario per mantenere l’attuale livello produttivo.

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Quest’ultimo oltretutto spingerebbe per la creazione di un sistema di coordinamento fra i due Paesi, che fosse capace di regolare il flusso d’acqua in base ai fabbisogni delle parti tenendo conto dei vari aspetti come la ciclicità stagionale, gli shock climatici ecc.

La soluzione della vertenza, è pesantemente limitata da alcuni degli aspetti precedentemente trattati. L’Etiopia infatti, gode in questa situazione di un vantaggio geografico non indifferente, essendo il Paese a monte e controllando di fatto il deflusso a valle. L’Egitto, sebbene politicamente e militarmente abbia sempre fatto la voce grossa nella regione, imponendosi a più riprese come potere egemonico nel bacino, non avendo alcun tipo di controllo sulla sorgente, si trova a negoziare da una posizione nettamente subalterna rispetto ai primi.

In questo particolare contesto, il potere politico, economico e militare, non è in grado di controbilanciare gli effetti del posizionamento geografico e sebbene le minacce di un intervento militare egiziano sulle infrastrutture idriche sembrino tenere aperto il canale negoziale, non sono in grado da sole di influenzare le scelte del Paese a monte.

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Per cercare di dirimere la disputa, il 22 luglio 2020, l’Unione Africana ha tenuto un vertice per discutere le questioni più controverse relative all’infrastruttura. L’incontro, che ha visto la partecipazione di Egitto, Sudan e Etiopia altro non è se non la risultante di un percorso negoziale che si trascina da lungo tempo e che a inizio anno aveva trovato nuovo slancio in virtù del tentativo egiziano di internazionalizzare la vertenza, coinvolgendo gli Stati Uniti e la Banca Mondiale.

In quell’occasione i Paesi raggiunsero un’instabile intesa preliminare relativa al riempimento del bacino e alla garanzia di un deflusso minimo per i Paesi a valle. I negoziati però si arenarono a causa della decisione etiope di non sottoscrivere l’accordo e di imporre unilateralmente una propria road-map basata sulle esclusive necessità interne agli altri attori rivieraschi.

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La soluzione della crisi sembra dunque non avere fine. Fare affidamento sulle deboli norme internazionali, caratterizzate da uno scarsissimo potere vincolante, non è sicuramente una soluzione percorribile. L’unica strada praticabile in questo caso è quella della negoziazione finalizzata alla cooperazione. In un contesto come quello sopra descritto infatti, appare impossibile pervenire a una composizione degli interessi affidandosi al metodo intergovernativo. Sarebbe auspicabile invece importare nella regione alcune esperienze di successo che in Europa hanno favorito la nascita di modelli cooperativi e sostenibili.

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Per prima cosa, sarebbe necessario gestire la risorsa idrica a livello di bacino idrografico, superando di fatto i confini istituzionali dei Paesi rivieraschi e pervenendo a un sistema basato sulla continuità ecosistemica piuttosto che sui vincoli amministrativi. Fatto questo, sarebbe senza dubbio necessaria la creazione di un organismo sovraordinato (proposta avanzata tempo addietro dall’Egitto) e partecipato da tutti gli attori che a vario titolo intervengono nell’area. Quest’ultimo dovrebbe da una parte svolgere le funzioni tecniche di supporto all’equa ripartizione, allo sfruttamento sostenibile delle risorse idriche e alla redistribuzione dei benefici che da esse derivano e dall’altra dovrebbe avere l’autorità necessaria per dirimere i conflitti reali o potenziali fra Paesi rivieraschi.

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Per fare questo, servirebbe ovviamente un’imponente opera di sensibilizzazione e responsabilizzazione dei vari attori coinvolti. Sarebbe senz’altro indispensabile l’intervento di un mediatore riconosciuto come autorevole da ambedue le parti, capace di convogliare i vari interessi confliggenti in un progetto comune di salvaguardia e uso responsabile della risorsa idrica.

Ovviamente si tratta di un percorso molto lungo e articolato, che, se considerato nel periodo storico attuale potrebbe a prima vista risultare fantasioso e privo di realizzabilità pratica. Un approccio di questo genere tuttavia, sarebbe non solo perseguibile ma potrebbe garantire consistenti benefici ai suoi promotori. Sotto il primo punto di vista infatti, la perseguibilità è data dall’importanza della risorsa idrica stessa. La sua indispensabilità nella maggior parte dei casi conduce a modelli cooperativi fra i Paesi che la condividono e pertanto, la creazione di un organismo sovranazionale non farebbe che istituzionalizzare una prassi tendenzialmente spontanea. D’altra parte, tramite queste logiche sarebbe possibile non solo garantire un equo sfruttamento della risorsa da parte di tutti gli attori, ma tramite varie forme di compensazione, sarebbe oltretutto realistico auspicare l’incentivazione della transizione da modelli produttivi e di consumo ad alta intensità idrica delle varie società (causa di profonde differenze e di conseguente percezione di scarsità nell’uso della risorsa stessa) verso modelli sostenibili e maggiormente in linea con le imperanti necessità globali.

La sfida per una gestione corretta del fiume Nilo è aperta. La decisione è nelle mani dei decisori politici, che si troveranno a dover mettere sui piatti della bilancia consenso e necessità. Se non si riuscirà a trovare una soluzione nel breve termine, sarà la storia a guidarci verso la composizione di un conflitto che prosegue da ormai un decennio.

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