LA CINA E LA TUTELA AMBIENTALE: UN EFFICACE STRUMENTO DI SOFT POWER?

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Mentre l’immagine di Pechino si deteriora, può la tutela ambientale fungere da strumento di soft power? Di seguito un’analisi dell’importanza dell’ambiente nella politica estera cinese.

 

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La lotta all’inquinamento e la protezione ambientale rappresentano una delle sfide maggiori che le nazioni si ritrovano ad affrontare oggi. Non è un caso che essa è sempre più vista come una delle questioni centrali nelle relazioni internazionali. Negli ultimi anni anche il governo della Repubblica popolare cinese si è impegnato su questo fronte e ha cercato di condurre una politica estera consona, sottolineando l’importanza del tema ambientale in vari summit bilaterali e forum internazionali multilaterali.

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 L’impegno per l’ambiente agli occhi dei policy-maker cinesi non è però certo fine a sé stesso, ma è anzi funzionale a migliorare l’immagine della Cina all’estero e ad accrescerne il soft power, concetto definito per la prima volta dal politologo statunitense Joseph Nye e che consiste nella capacità d’influenzare le decisioni altrui senza fare ricorso a strumenti coercitivi, quali la forza militare o economica. Tuttavia, se la tutela dell’ambiente continua e continuerà a informare il dibattito politico interno cinese, viene da chiedersi se nel mondo post-pandemia la carta ambientale possa ancora costituire in sé una pedina utile a rafforzare il soft power, o se piuttosto la diplomazia ambientale non sia in grado di dare un contributo soltanto marginale alla strategia di politica estera dell’Impero del Centro.

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È indubbio che una maggiore attenzione di Pechino verso le tematiche ambientali fosse a lungo dovuta, visto che l’inquinamento è ormai da tempo diventato fonte di controversie innanzitutto tra il Dragone e i suoi vicini. In effetti, l’inquinamento dell’aria che si diffonde dalla Cina verso i Paesi limitrofi sotto la spinta dei venti genera da tempo apprensioni soprattutto presso i governi e l’opinione pubblica degli Stati regionali che sono più sensibili alle tematiche ambientali, notoriamente la Corea del Sud e il Giappone. All’inquinamento dell’aria va aggiunto anche l’inquinamento delle acque sia marine, con conseguenti ripercussioni sulla conservazione della flora e della fauna oceaniche, sia fluviali: basti pensare che in Cina nascono fiumi quali il Mekong o l’Indo, i quali costituiscono una risorsa vitale per i Paesi vicini e posseggono spesso un alto valore culturale al di fuori della Repubblica Popolare.

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Alle pressioni provenienti dai Paesi limitrofi quali Corea del Sud, Giappone o Vietnam, si sono aggiunte quelle della comunità internazionale nel suo insieme, soprattutto da quando la tematica ambientale ha acquistato un ruolo di primo piano presso l’opinione pubblica mondiale con la firma dell’Accordo di Parigi sul clima nel 2015, il cui obiettivo principale è quello di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 2 ºC rispetto ai livelli pre-industriali. Pechino ha sottolineato in diverse occasioni il suo attaccamento a tale accordo, soprattutto dopo che l’amministrazione Trump ha deciso di ritirarvisi, consentendo alla Cina di presentarsi come un attore responsabile in contrasto con l’avventatezza statunitense, con un guadagno significativo in termini di immagine.

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Il secondo asse della politica estera ecologica di Pechino non può che essere la Via della Seta, un mastodontico piano infrastrutturale lanciato da Xi Jinping nel settembre del 2013 e che attualmente coinvolge 70 Stati. Infatti, benché la promozione della tutela ambientale non sia lo scopo primario della Via della Seta, essa è nondimeno una vetrina e un canale attraverso il quale Pechino può veicolare la sua immagine di Potenza benevola e responsabile, nonché migliorare il suo soft power finanziando progetti infrastrutturali rispettosi dell’ambiente. Un esempio è la Tianjin Eco-City, un progetto congiunto tra la Cina e Singapore, che sorge in un quartiere di Tianjin
dove abitano circa 350.000 persone e all’interno della quale si dovrebbe utilizzare esclusivamente energia rinnovabile.

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Se la Cina ha puntato all’ambiente come a uno degli strumenti principali di politica estera almeno a partire dall’ascesa al potere di Xi Jinping, la pandemia di COVID-19 potrebbe però cambiare le carte in tavola. Infatti, affinché la strategia per rafforzare il proprio soft power possa risultare efficace, è necessario che le azioni della Potenza siano considerate in qualche modo disinteressate e benigne. Tuttavia, le tensioni con gli Stati Uniti e le accuse di voler sovvertire l’ordine internazionale per dominarlo, comportano che sempre più spesso le azioni di Pechino potrebbero essere interpretate attraverso la lente della politica di potenza e dell’interesse, con la conseguenza che il soft power cinese non ne risulterebbe rafforzato. Addirittura, alcuni Stati potrebbero rifiutarsi di cooperare con l’Impero del Centro in materia ambientale.

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La diplomazia ambientale della Repubblica popolare incontrerebbe così innumerevoli ostacoli, e Pechino potrebbe essere tentata di accantonare la propria determinazione a cooperare con gli altri Stati in tema di protezione ambientale e lotta all’inquinamento, non fruttando tale cooperazione più nulla in termini di soft power.

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Giungere a tali estremi è però un’esagerazione, tanto più che i leader cinesi comprendono perfettamente che rinunciare alla cooperazione ambientale peggiorerebbe ulteriormente il clima internazionale che circonda la Cina. Inoltre, se è certo che ormai la diplomazia ambientale (ma il discorso sarebbe vero anche per l’economia, la salute e altri ambiti) non è più di per sé sufficiente a guadagnare nuove amicizie a Pechino, nondimeno essa consente di mantenere vive forme di cooperazione all’interno di cornici di competizione.

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Un esempio di tal genere è quello dei rapporti tra Cina e Unione Europea. Se nel 2017 si poteva forse fantasticare di un fronte UE-Cina contrapposto agli Stati Uniti nella battaglia al cambiamento climatico, impegno di per sé sufficiente ad avvicinare i due attori geopolitici, oggi tale scenario appare quantomeno improbabile: problemi politici di difficile risoluzione, come ad esempio la situazione di Hong Kong, l’accusa di concorrenza economica sleale o di aggressività nel Mar Cinese Meridionale, ostacolano una piena cooperazione omnidirezionale. Tuttavia, se i rapporti tra UE e Cina restano tiepidi, ciò non vuol dire che una cooperazione limitata ad ambiti ristretti sia impossibile, come recentemente affermato dall’Alto Rappresentante dell’UE per la Politica Estera e di Sicurezza Comune Josep Borrell, ed anzi si rende necessaria per il bene della comunità internazionale nel suo insieme.

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In breve, la Cina in futuro continuerà certo a promuovere attivamente la propria diplomazia ambientale, ma essa plausibilmente incontrerà ostacoli sempre maggiori derivanti dalla competizione geopolitica in cui è coinvolto il Paese. Inoltre, il trade-off tra costi della diplomazia ambientale e ricavi in termini di soft power continuerà a crescere, ma non comporterà l’abbandono dell’impegno cinese di dare il proprio contributo nella lotta al cambiamento climatico e al degrado ambientale, non foss’altro almeno che per dimostrare ai partner e ai rivali che anche il Dragone è un attore responsabile fornitore di beni pubblici internazionali come la tutela ambientale.

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