COVID-19 E I PROCESSI DI SECURITIZZAZIONE IN MEDIO ORIENTE: IL CASO GIORDANO

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Con la globalizzazione della pandemia di Coronavirus, tutti gli Stati hanno affrontato, e ancora affrontano, una sfida più o meno simile: limitarne la diffusione. Tuttavia, le risposte e le misure governative adottate per raggiungere quest’obiettivo sono state varie. In particolare, si vuole mettere in luce che in alcuni casi la questione è stata trattata non soltanto come un problema di salute pubblica ma anche come una minaccia alla sicurezza nazionale, come un “nemico” interno, adottando spesso una retorica militare. Tra i tanti, emblematico è il caso giordano. In effetti, nonostante le ingenti difficoltà economiche – le quali si riflettono negli alti tassi di disoccupazione, debiti, bassa crescita economica e stagnazione – il regno hashemita ha preferito dare priorità alla salute pubblica e al benessere della popolazione a scapito del settore economico, implementando disposizioni volte a facilitare il distanziamento sociale e adottando una retorica “securitaria”. Si tratta di una strategia parte di una politica di “securitizzazione” che mira a presentare il coronaviruscome una minaccia per la sicurezza nazionale.

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Securitizzazione e Scuola di Copenaghen

Il quadro teorico di riferimento quanto ai processi di securitizzazione nell’ambito delle Relazioni Internazionali è quello della Scuola di Copenhaghen i cui pionieri sono stati Buzan, De Wild e Ole Wæver. In particolare, questa scuola di pensiero accademico pone particolare attenzione agli aspetti non militari della sicurezza arrivando a sostenere la possibilità di “creazione del nemico” tramite un atto linguistico: una qualsiasi questione è suscettibile di diventare una minaccia per la sicurezza nazionale qualora un attore la dichiari e presenti come tale. In questa prospettiva, le questioni di sicurezza non esistono come fatti oggettivi, piuttosto esse devono essere definite e articolate in quanto tali dagli attori politici. È questo il processo definito come “securitizzazione”. Come Buzan, Wæver e De Wild argomentano, “la speciale natura delle minacce alla sicurezza giustifica l’uso di misure straordinarie per affrontarle” e la sospensione della “politica ordinaria”. Securitizzare una questione significa, quindi, darle priorità e porla al di fuori di quanto può essere gestito con le ordinarie misure governative giustificando, di conseguenza, il ricorso a misure di emergenza.

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Securitizzazione in area MENA: la risposta giordana alla crisi da COVID-19

Processi di securitizzazione in area MENA non mancano; basti pensare ai conflitti settari basati sulla contrapposizione sciiti-sunniti post-primavere arabe del 2011, alla “costruzione” dell’Iran come una minaccia alla sicurezza nazionale e regionale da parte saudita o ai riferimenti al programma sul nucleare iraniano concepiti come un pericolo per la stabilità regionale. Tuttavia, l’obiettivo della presente analisi consiste nell’evidenziare come le disposizioni governative adottate in Giordania per affrontare la pandemia da coronavirus abbiano permesso la trasformazione di una questione di salute globale in una minaccia per la sicurezza. La pandemia è stata infatti affrontata con una logica securitaria: si tratta di una guerra che bisogna combattere. In effetti, accanto alle misure volte a favorire il distanziamento sociale, come quarantena, coprifuoco, test e lockdown totale, le autorità giordane si sono impegnate in una “guerra non convenzionale” per contrastare la diffusione del virus, aiutate dalla collaborazione dei cittadini che, in questo stesso combattimento, ricoprono il ruolo di “soldati”.

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La retorica militare e combattiva è stata rinforzata da diversi elementi. A contribuire alla creazione di questo scenario è stata senza dubbio la rapidità con cui le misure di contenimento della pandemia sono state adottate. In effetti, già il 26 gennaio 2020, con nessun caso registrato sul territorio e ben cinque settimane prima l’individuazione del primo infetto – risalente al 2 marzo –, la Commissione Nazionale per le Epidemie e il Ministero della salute hanno designato gli ospedali nei quali eventuali infezioni sarebbero state curate e trattate e hanno stabilito i protocolli da seguire qualora il coronavirus si fosse diffuso nel paese. Inoltre, nonostante il 14 marzo ci fosse un unico caso, le autorità governative hanno decretato la sospensione delle attività scolastiche, proibito i ritrovi in luoghi pubblici e chiuso le frontiere.

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La strategia di securitizzazione è stata, inoltre, implementata ricorrendo alle forze armate distribuite sull’intero territorio – con check-points nelle tredici province giordane – e all’utilizzo di tecnologie, in particolare droni, per supervisionare il distanziamento sociale nelle strade e il rispetto del coprifuoco imposto. Inoltre, di fondamentale importanza in quest’ottica securitaria, è stato il discorso postato sul social network Facebook tenuto dal re Abdullah II in tenuta militare con l’obiettivo di mettere in guardia la popolazione giordana dal “pericolo globale presentato dall’epidemia da coronavirus”.

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È evidente, dunque, che le autorità del Regno hashemita abbiano cercato di veicolare ai cittadini giordani un senso di crisi e pericolo richiamando, nel modus operandi, le risposte statali ai passati eventi che hanno messo in pericolo la sicurezza nazionale, rafforzando questo processo di securitizzazione. Per quanto questo modello si sia rivelato efficiente e rapido, consentendo di mobilizzare le risorse necessarie per rispondere alla crisi ancor prima della diffusione della pandemia sul territorio, ciò non è sinonimo di uno stato forte e stabile capace di mobilizzare con rapidità esercito e forze armate, imporre lockdown e mantenere la stabilità interna nel bel mezzo di una crisi globale. Al contrario, una risposta prematura e decisiva è stata necessaria a causa dell’incapacità stessa del paese nel reperire le risorse necessarie successivamente a una eventuale rilevante diffusione del virus nel paese.

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Tuttavia, ciò su cui si intende porre l’attenzione sono le possibili ripercussioni negative che possono risultare dall’adozione di strategie di securitizzazione. Si fa riferimento alla possibilità di sviluppo di regimi autoritari come frutto delle misure di contrasto, contenimento e controllo della pandemia che potrebbero facilmente tradursi in misure di contrasto, contenimento e controllo “permanente” della popolazione. Si teme che il permanere delle misure volte a limitare la diffusione del virus possa condurre ad una erosione delle norme democratiche restringendo la libertà individuale, la libertà di espressione dei media e della stampa e, in sintesi, ostacolare i processi di sviluppo democratico. Al contempo, i sentimenti di restrizione delle libertà individuali avvertito dalla popolazione potrebbe condurre a tensioni sociali con il conseguente emergere di sfide per la sicurezza sociale legate a crimini, rapine, furti, uso di droghe, diff
usione di malattie mentali e, eventualmente, suicidio.

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Tuttavia, la Giordania può contare sul successo delle misure di securitizzazione adottate assicurando, dunque, che questa situazione di emergenza resterà tale. Ad ogni modo, è necessario che le autorità governative rassicurino la popolazione rimuovendo gradualmente tutte le manifestazioni militari presenti tra le strade cittadine e, in secondo luogo, garantendo il regolare svolgimento delle procedure politiche e, in particolare, delle elezioni parlamentari previste per settembre 2020. Ciò non solo garantirebbe di mostrare il paese come uno stato forte e capace di tener testa a una pandemia che ha messo in ginocchio il mondo intero, ma assicurerebbe anche la natura temporanea delle misure di securitizzazione adottate.

 

 

ULTERIORI FONTI:

The COVID-19 Pandemic in the Middle East and North Africa, POMEPS STUDIES, vol. 39, Aprile 2020.

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Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la mia voglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire i miei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla prova e di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa, la macro-area di cui mi occupo nelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre, di confrontarmi con un ambiente giovanile ma allo stesso tempo stimolante.

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