COLOMBIA: IL LOCKDOWN CHE AUMENTA GLI ASSASSINII DEI DIFENSORI DI DIRITTI UMANI

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Nel complicato scenario colombiano, il lo ckdown ha favorito le uccisioni di difensori dei diritti umani, leader sociali e altri personaggi ritenuti “scomodi” da parte dei gruppi criminali che cercano di farsi strada negli spazi lasciati vuoti dalle FARC in seguito all’accordo di pace firmato da questi ultimi con il governo colombiano nel 2016.  Diversamente dalle aspettative, l’accordo non ha restituito la pace allo stato, da decenni in preda a terrore e violenza, e l’insorgere del COVID non ha che aggravato una situazione già fortemente preoccupante.

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Il surreale clima pandemico a cui ci siamo ormai quasi abituati, ha creato situazioni problematiche e acuito tensioni preesistenti, soprattutto in paesi in cui la situazione generale era ben lungi dall’essere serena. Tra questi, la drammatica situazione colombiana in cui, da qualche anno a questa parte, si assiste a centinaia di omicidi nei confronti di difensori dei diritti umani, leader sociali, ma anche nei confronti di popolazioni indigene e di agricoltori locali; Il fenomeno, che secondo le stime dell’Alto Commissariato per i Diritti umani delle Nazioni Unite, ha portato a 107 assassini nel 2019 (https://www.aa.com.tr/es/pol%C3%ADtica/organizaciones-le-piden-a-colombia-que-proteja-a-activistas-durante-la-crisis-del-covid-19/1830399) ha visto un incredibile incremento nel 2020, soprattutto a causa della complicità del lockdown che ha impegnato le forze dell’ordine statali nel controllo del rispetto delle regole imposte per favorire il contenimento del COVID-19, ha concesso alle bande criminali l’incredibile opportunità di agire indisturbati.

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Ma facciamo un passo indietro per comprendere le dinamiche del fenomeno.

UN BREVE INCISO SULLO SCENARIO COLOMBIANO:

La Colombia è una nazione estremamente complessa, costellata di forze extra-statali che da decenni si contendono il controllo determinando una situazione di incertezza e terrore nel territorio. Il conflitto nasce negli anni ’50 come scontro tra conservatori e liberali per poi trasformarsi in lotta tra i guerriglieri filo guevaristi delle FARC e dell’Esercito di Liberazione Nazionale, e i gruppi paramilitari che li osteggiavano.  A questo quadro si aggiunse, con il boom della cocaina degli anni ’80, il fenomeno del narcotraffico, che con i celebri cartelli di Medellin e Cali seminò un terrore nello stato colombiano di cui la serie Netflix “Narcos” fornisce un interessante (per quanto romanzato) spaccato. Nel corso degli anni, molti presidenti colombiani hanno cercato una strada di pacificazione per porre fine alla guerra civile colombiana, si ricordano in particolare gli sforzi del presidente Uribe (2002-2010) nella lotta alla guerriglia. Nel 2016, durante il governo di Juan Manuel Santos, è stato infine firmato un accordo di pace tra il governo colombiano e i gruppi armati delle FARC che da allora, ampiamente smobilitati, hanno liberato i territori acquisiti nel corso degli anni (https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2019/01/colombia-accordo-di-pace.pdf). L’accordo, raggiunto con ampio dissenso popolare che nello stesso anno aveva votato la sua contrarietà all’accordo tramite un referendum (soprattutto in ragione dell’ampia impunità e degli spazi politici promessi ai combattenti firmatari), pur frenando in gran parte l’azione criminale della FARC non ha restituito la pace al paese.

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POST 2016: LA “PACE” E GLI ASSASSINI DEI DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Dopo gli accordi del 2016, i gruppi armati e i narcotrafficanti rimasti in attività, hanno concentrato le loro azioni nel tentativo di appropriarsi dei territori lasciati “liberi” dall’ex gruppo di combattenti, scatenando una nuova faida intestina di cui difensori dei diritti umani, leader sociali, e altri soggetti ritenuti “scomodi” hanno pagato il prezzo, colpevoli di aver difeso territori e realtà ambite dai criminali. Il rovescio della medaglia del tanto atteso accordo di pace si è esplicitato nel crescente fenomeno degli omicidi, 217 solo nel 2016, che hanno ripiombato la Colombia nell’incubo della violenza (https://www.osservatoriodiritti.it/2018/06/07/colombia-droga-farc-diritti-umani/).

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IL COVID E L’AGGRAVARSI DELLA SITUAZIONE

In questo 2020 così particolare, a seguito delle misure di contenimento imposte dal presidente Duque per frenare l’indice di contagi da COVID-19, il bilancio degli assassini sembra aver subito un’importante impennata. Il clima generato dal lockdown ha infatti, paradossalmente, lasciato maggiore libertà di movimento ai gruppi criminali: L’ONG Somos Defensores, ha denunciato che, nei primi 3 mesi del 2020, sono stati uccisi 47 attivisti per i diritti umani ( https://twitter.com/SomosDef/status/1281676483526885379 ), un bilancio sconvolgente se comparato ai 25 dello stesso periodo del 2019, a “Somos Defensores” si sono unite altre ONG, come “Indepaz”, che ad oggi registra 166 assassini di leader sociali e difensori dei diritti umani ( http://www.indepaz.org.co/paz-al-liderazgo-social/ ). La situazione non ha lasciato indifferenti le Nazioni Unite, che hanno trattato la tematica durante la sessione del Consiglio sui Diritti Umani dello scorso marzo, ritenendo le circostanze particolarmente gravi. Il portavoce UN Colville ha chiesto, a nome dell’Organizzazione, che le misure di contenimento del COVID-19 vengano adattate alla situazione, auspicando un maggiore impegno da parte del governo nel garantire sicurezza e giustizia per gli operatori del settore (https://news.un.org/es/story/2020/04/1473382).  

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Gli assassinii, che si stanno verificando soprattutto nella regione di Cauca, hanno innescato la mobilitazione popolare di comunità native, contadini, studenti e attivisti, che hanno organizzato la “Marcha por la Dignidad”, partita dalla regione di Cauca il 25 Giugno, con la volontà di raggiungere Bogotà per chiedere maggior impegno al presidente Duque (https://www.pressenza.com/it/2020/07/colombia-marcha-por-la-dignidad-dal-cauca-fino-a-bogota/).

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UN ITALIANO TRA LE VITTIME DEI CRIMINALI?

Di pochi giorni fa è infine la notizia del ritrovamento del cadavere del collaboratore italiano ONU Mario Paciolla, che operava in Colombia da alcuni mesi. Il caso, in prima istanza archiviato dalle autorità colombiane come suicidio, è da subito apparso sospetto alla famiglia e ai conoscenti del ragazzo. Mario Paciolla lavorava ad “un progetto di pacificazione tra il governo locale e gli ex ribelli delle Farc (le Forze armate rivoluzionarie colombiane) e di riqualificazione di aree utilizzate dal narcotraffico” (https://www.corriere.it/cronache/20_luglio_17/morte-mario-paciolla-colombia-tutti-dubbi-familiari-pensava-solo-rientrare-napoli-f63b9a72-c84d-11ea-bf32-7283d3827aa6.shtml), e aveva riferito alla famiglia che non si sentiva più al sicuro in quei luoghi e che sarebbe rientrato in Italia il 20 Luglio; l’ipotesi, è che sia finito nelle stesse mani dei criminali che stanno terrorizzando la nazione. Ancora è troppo presto per giungere a conclusioni sul caso Paciolla, sta di fatto che la Colombia non riesce ad allontanarsi dal clima di violenza e corruzione in cui da decenni è intrappolata, e che le misure di contenimento del COVID, per quanto necessarie, hanno concesso una nefasta occasione alle bande criminali, che mai come ora possono agire indisturbate.

BIBLIOGRAFIA: Zanatta Loris, Storia dell’America Latina contemporanea, 2017, Edizioni Laterza

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