“L’ARCO DI INSTABILITÀ”: RISCHI E OPPORTUNITÀ NEL PACIFICO MERIDIONALE

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Emersa per la prima volta in documenti prodotti dal governo australiano, la definizione di “arco di instabilità” sembra descrivere perfettamente i rischi presenti in quest’area del mondo, che va da Timor alle Figi.

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Nonostante si tratti di un’area apparentemente poco rilevante nello scenario internazionale e per questo scarsamente coperta dai media, le isole del Pacifico meridionale sono molto diverse da come sono rappresentate nell’immaginario collettivo. Oltre agli enormi e impellenti problemi relativi al riscaldamento globale, che nel peggiore dei casi potrebbe portare alla scomparsa di interi Stati, le nazioni dell’area devono anche affrontare problemi di sviluppo economico e mantenimento della stabilità politica.

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Dalla fine del XX secolo si sono verificati nell’area numerosi eventi che hanno messo a repentaglio la stabilità della regione, come ad esempio la guerra civile di Bougainville, i disordini nelle Isole Salomone e i colpi di Stato nelle Figi. Questi eventi hanno portato alla definizione di “arco di instabilità” per via della prossimità geografica di questi Paesi. I problemi politici presenti in quest’area sono al centro della politica estera di Paesi limitrofi come l’Australia e la Nuova Zelanda, che temono un disastroso “effetto domino”: la presenza di Stati falliti nel Pacifico meridionale potrebbe generare problematiche relative alla pirateria, al terrorismo e al crimine internazionale in grado di danneggiare il fragile equilibrio socioeconomico dei Paesi del Pacifico.

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I singoli eventi sono chiari esempi a prova di ciò. Bougainville è un’isola parte di Papua Nuova Guinea, nei mari ad est del Paese, circondata da alcuni atolli. Sull’isola venne inaugurata negli anni Settanta una delle più grandi miniere di rame al mondo, i cui proventi sono diventati rapidamente necessari per lo Stato centrale di Papua Nuova Guinea. Oltre a non godere dei benefici economici delle attività estrattive, gli abitanti di Bougainville protestarono per i danni ambientali e per la massiccia immigrazione dal resto di Papua, necessaria per soddisfare le richieste di manodopera della miniera. Nel 1988 le tensioni si trasformarono in guerra aperta con la nascita dell’Esercito Rivoluzionario di Bougainville, che arrivò anche a proclamare l’indipendenza dell’isola nel 1990. Le forze armate di Papua Nuova Guinea inizialmente combatterono l’insurrezione anche con il supporto dell’Australia, principale partner militare del Paese. A fronte delle eccessive violenze l’Australia ritirò il proprio supporto, cosa che spinse il governo di Papua all’arruolamento di mercenari. Australia e Nuova Zelanda fecero pressioni al governo di Papua per non considerare questa opzione e puntare a una soluzione politica del conflitto, che venne raggiunta nel 1998 con la costituzione di un governo locale autonomo di Bougainville.

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Nello stesso anno, le Isole Salomone situate poco più a sud entrarono in una spirale di violenza politica e disordini, generata da tensioni etniche e richieste politiche collegate anche allo sfruttamento di risorse e alla proprietà della terra. Una volta rilevata l’assenza di possibilità di risoluzione interna dei disordini, il governo delle Isole Salomone si rivolse alla comunità internazionale per ottenere aiuto: nel 2003 nacque quindi la missione di peacekeeping e capacity building denominata RAMSI (Regional Assistance Mission to Solomon Island), a cui parteciparono principalmente Australia, Nuova Zelanda e altri Paesi del Pacifico. La missione ha raggiunto il proprio obiettivo nel 2017, quando avviò il redeployment delle componenti nei rispettivi Paesi. Questa esperienza ha permesso all’Australia di proporsi come principale security provider nell’area pacifica, un ruolo necessario per un’ipotetica proiezione regionale.

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Il quadro generale della regione è quindi ricco di problematiche complicate da gestire. Dalla descrizione dello scenario è facile capire perché l’Australia stia indirizzando molti sforzi nella gestione della sicurezza del Pacifico meridionale. Il rischio di disordini in questi Stati è potenzialmente alto e in assenza di un meccanismo politico regionale improntato al mantenimento della stabilità, Australia e Nuova Zelanda rappresentano gli unici Paesi in grado di fornire supporto allo sviluppo pianificato dai governi locali, necessario per evitare che tutta l’area cada nel rischio della pirateria e del crimine transnazionale.

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Tuttavia, il Pacifico meridionale è ormai anche una regione importante per gli interessi della Repubblica Popolare Cinese. Nonostante alcuni Paesi dell’area riconoscano ancora il governo di Taiwan e non quello di Pechino, la Cina si sta facendo strada nella regione portando il suo importante peso economico in relazioni bilaterali. Gli aiuti forniti a Figi nonostante le sanzioni da parte dei Paesi occidentali non solo hanno avvicinato il piccolo stato del Pacifico agli interessi cinesi, ma hanno anche convinto altri Paesi, come Kiribati e le Isole Salomone, a riconoscere il governo di Pechino a discapito di quello di Taipei. Il governo delle Isole Salomone ha perfino accettato di affittare l’intera isola di Tulagi alla Cina, un’isola che durante la Seconda Guerra Mondiale era stata base americana. Il contratto di affitto è stato annullato dalla Corte Suprema delle Isole Salomone, ma la partita di risoluzione legata all’area definita “arco di instabilità” è ancora tutta da giocare.

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