FILIPPINE: SI SCRIVE SICUREZZA, SI LEGGE TIMORE

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Il popolo filippino rischia di doversi confrontare con un ulteriore attacco nei confronti dei propri diritti civili ed umanitari.

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Il problema del terrorismo

Nel mese di luglio, il Presidente Rodrigo Duterte ha firmato la nuova legge antiterrorismo volta a rimpiazzare il precedente “Human Security Act” del 2007. La nuova legge ha destato numerose preoccupazioni e proteste da parte di numerosi attivisti ed è stata fortemente criticata anche dalla Corte di Giustizia del Paese. Dall’inizio del nuovo millennio, nelle Filippine  il fenomeno del terrorismo è diventato sempre più un fattore problematico per il Paese: da una parte gruppi di sinistra come il New People’s Army e dall’altra gruppi terroristici islamici (Abu Sayyaf e Jemaah Islamiyah) sono diventati motivo di forte preoccupazione per il governo e per i cittadini. Ci basti pensare che tra il 2018 e il 2019 nell’arcipelago Sulu sono stati registrati sei attacchi suicidi perpetrati dai seguaci di Abu Sayyaf, i quali hanno causato più di 50 vittime e oltre 100 feriti. La grande preoccupazione non sta solo nei foreign fighters affiliati ad Isis, ma anche alla possibilità di tali gruppi di instaurare tra la popolazione una crescente radicalizzazione (nel giugno 2019 è avvenuto il primo attentato suicida commesso da filippini residenti a Sulu). Per far fronte al fenomeno del terrorismo, nel 2007  il Governo filippino votò l’approvazione dello “Human Security Act” il cui primo effetto fu quello di riconoscere Abu Sayyaf come la principale organizzazione terroristica presente nel Paese.

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La nuova legge

Precisamente il 3 luglio, il Presidente Rodrigo Duterte ha firmato la nuova legge sull’antiterrorismo dopo che il Parlamento e il Senato filippino hanno impiegato solo un mese per approvare tutti i punti del disegno di legge (una tempistica piuttosto insolita e breve per una legge così importante).  Il nuovo decreto definisce “terrorismo” gli atti intesi a causare la morte di persone, provocare danni materiali a luoghi pubblici, alle infrastrutture e alla proprietà privata. A ciò si aggiunge il fatto che per la nuova legge coloro che incitano, cospirano o fanno parte di organizzazioni con l’intento di elaborare attacchi terroristici rischiano l’ergastolo senza condizionale. Vengono inoltre puniti con dodici anni di detenzione coloro che hanno intenzione di compiere atti terroristici o che incitano altre persone a commettere tali atti. La legge infine prevede che i sospettati possano essere sorvegliati per sessanta giorni, venire arrestati senza la necessità di un mandato e imprigionati per ventiquattro giorni. In merito a ciò, il Governo ha assicurato che la legge è volta a combattere il terrorismo, cercando di arginare sempre di più il problema legato ai gruppi terroristici: lo stesso Duterte  durante una diretta televisiva in tarda nottata (anche in questo caso un orario insolito per avvisare il Paese della nuove disposizioni della legge da poco approvata), avrebbe annunciato che l’Anti – Terrorism Act non deve in alcun modo preoccupare i cittadini,  “Non siate preoccupati se non siete dei terroristi, questa è stata l’affermazione di Duterte.

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Sia a livello nazionale che su quello internazionale sono giunte forti critiche, scatenate dal timore che questa legge sia l’ennesimo pretesto del governo di The Punisher (il soprannome del Presidente filippino) per incrementare il proprio potere a discapito di coloro che sono critici nei confronti del Governo.                                             “Questa amministrazione ha creato una nuova arma per etichettare e colpire chiunque ritenga essergli nemico… L’approvazione della legge garantisce al governo un potere eccessivo e incontrollato” è stato il commento di Nicholas Bequelin, Direttore Regionale di Amnesty International per l’area del Pacifico, il quale ha inoltre sollecitato le Nazioni Unite affinché venga istituito un comitato per indagare sull’attuale Governo di Duterte, aprendo anche un’inchiesta riguardante la sempre più complessa situazione del rispetto dei diritti umanitari nel Paese. Sempre sul piano internazionale, anche gli Stati Uniti tramite alcuni membri del Congresso hanno richiesto al Governo filippino di ritirare la nuova legge, mentre lo stesso Michelle Bachelet, l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU ha espresso forti preoccupazioni spiegando che tale legge accresce i timori dell’organizzazione su come venga confusa quella che dovrebbe essere la netta distinzione tra critica, criminali e terrorismo.

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A livello nazionale la Chiesa si è detta preoccupata della controversa legge di Duterte: è indubbio infatti  il rischio di enormi ripercussioni non tanto sugli effettivi gruppi terroristici (che è ciò a cui dovrebbe mirare il Paese per garantire maggiore sicurezza ai propri cittadini) quanto sugli attivisti e manifestanti contrari alle scelte dell’attuale Governo. Alcuni gruppi di protesta hanno dato il via ad una petizione contro la legge, Edre Olalia, Presidente della National Union of People’s Lawyers ha affermato di temere che a causa della definizione vaga e ampia del concetto di terrorismo presente nella nuova legge anche attività legittime di protesta potrebbero venire dichiarate come attività terroristiche , andando così a colpire non solo gli attivisti ma anche la stampa e perfino i cittadini che esprimono opinioni critiche nei confronti del governo in rete.

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I precedenti di Duterte

La nuova legge sull’antiterrorismo sembra essere l’ennesimo strumento promulgato dal governo di Duterte per trasformare il Paese in un regime autoritario più che in quello che attualmente dovrebbe essere un “regime democratico”. A cominciare dalla sua elezione nel 2016, ci sono stati numerosi segnali da parte del Governo che hanno messo in allarme le maggiori  organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani (come Amnesty International e Human Rights Watch), entrambe preoccupate dallo scarso rispetto dei diritti civili e umani degli abitanti dello Stato insulare. Il primo segnale fu la linea dura scelta dal Presidente nei confronti di quella che definì la “guerra alla droga”. Tale guerra in soli tre anni avrebbe causato oltre 27 mila vittime, di cui numerose causate da omicidi extragiudiziali, in cui sono stati coinvolti fino ad ora oltre 150 minorenni. A questa famigerata guerra, si vanno ad aggiungere episodi di censura tra cui recentemente quello riguardante la maggiore emittente televisiva, la ABS -CBN. Da sempre abbastanza critica dell’operato di Duterte, l’emittente è stata oscurata e non gli è stato concesso  di rinnovare la licenza per trasmettere i propri programmi televisivi. La stessa posizione del Governo nei confronti della crisi del Covid19 ha creato sdegno a livello internazionale: la “Shoot them Dead” di Duterte prevede infatti l’uccisione di coloro che avrebbero violato il coprifuoco imposto dal Governo durante la quarantena.

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Il 2022 e la speranza di un cambiamento

La situazione attuale nelle Filippine è tesa: da una parte il Paese deve fare attenzione alle nuove ondate del Covid19: vi è stato infatti un aumento dei contagi (ad oggi quasi 70mila casi e 1800 vittime), dall’altra la nuova legge antiterrorismo del governo Duterte sembra essere l’ennesimo tentativo per avvicinare la Nazionead un regime autoritario. Dal momento che le prossime elezioni presidenziali si svolgeranno non prima del 2022, il Paese deve far fronte ad altri due anni di Governo Duterte, due anni in cui le cose potrebbero anche peggiorare, fino a temere secondo alcuni, che in futuro potrebbe essere davvero necessario l’intervento dell’ONU per tenere a freno l’escalation della mancanza del rispetto dei diritti umani della popolazione.

 

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