51 STATI UNITI D’AMERICA?

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E se la capitale degli Stati Uniti diventasse il 51° Stato? La questione, dibattuta da decenni, è tornata in discussione negli ultimi mesi a seguito di una proposta di legge approvata dalla Camera dei Rappresentanti.

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Il 26 giugno 2020 la maggioranza dell’House of Representatives, costituita dal partito democratico, ha approvato il progetto di legge 232-180 per trasformare il District of Columbia nel 51° Stato dell’Unione. Gli Stati americani sono cinquanta dal 1959, anno in cui furono annessi l’Alaska e le Hawaii. Ogni Stato, secondo quanto previsto dalla Costituzione, ha diritto ad una rappresentanza in Congresso composta da due senatori e da un numero di rappresentati alla Camera proporzionato alla popolazione statale. La Camera ha ora approvato per la prima volta nella storia il progetto di legge (l’ultima votazione era avvenuta nel 1993 e aveva respinto la proposta), ma esso non diverrà operativo finché non riceverà l’approvazione del Senato, la cui maggioranza, costituita dal partito repubblicano, è fortemente contraria alla rivendicazione.

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Il District of Columbia, meglio noto come Washington D.C, è la capitale degli Stati Uniti. Fu istituito dal Congresso americano nel 1790 e divenne la sede del governo federale nel 1800. Il distretto è amministrato direttamente dal Congresso, tuttavia il 23° emendamento della Costituzione, approvato nel 1961, riconosce il diritto di voto ai suoi abitanti nelle elezioni presidenziali e, dal 1971, il Distretto ha diritto a un delegato senza diritto di voto al Congresso. Ad esso non viene applicato il X emendamento della Costituzione, quello che garantisce autonomia ai singoli Stati.

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I cittadini di Washington pagano le tasse federali, hanno sindaco e un consiglio di 13 membri, che vengono eletti dal 1973, dall’approvazione dell’Home Rule Act. Per quanto riguarda il bilancio del Distretto l’approvazione spetta all’istituzione più alta presente nel territorio, il Congresso, che può decidere di annullare le decisioni prese dal sindaco. Per questo il movimento che chiede il diritto di eleggere propri rappresentati in Congresso, ha fatto proprio lo slogan che in origine diede avvio alla guerra d’indipendenza: “No taxation without representation”. La città di Washington è comunque dotata di un ampio budget, stanziato dal Governo, di 15,5 miliardi di dollari l’anno, superiore a quello di ben 12 degli Stati dell’Unione, in parte dovuto alle esigenze di sicurezza della città, teatro di frequenti parate e manifestazioni.

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Negli anni la questione del riconoscimento del nuovo Stato si è rafforzata e della rivendicazione si è fatto carico il D.C. Statehood Party, nato nel 1971 e diventato D.C. Statehood Green Party dopo l’unione con il Green Party. Il movimento per l’annessione si avvicinò alla vittoria nel 1978, quando il Congresso dette l’approvazione al District of Columbia Voting Rights Amendment, cui fece seguito una petizione per una convention costituzionale promossa dai cittadini nel 1980. Nel 1982 venne ratificata la Costituzione del nuovo Stato, per cui si scelse il nome di “New Columbia”. Ma il progetto fallì nel 1989, poiché 38 Stati non ratificarono l’emendamento della Costituzione nel limite legale di sette anni. Nel 2016, un referendum tra la popolazione di Washington D.C. votò per l’istituzione dello Stato con l’86% dei consensi; secondo la votazione nello stato di Washington D.C. le iniziali indicherebbero il Douglass Commonwealth.

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Per quanto riguarda un’eventuale modifica costituzionale, all’articolo 1, sez. 8 della Costituzione, si afferma che il Congresso è responsabile della sede del governo, che sarà un “Distretto non superiore a dieci miglia quadrate”. Il disegno di legge approvato dalla Camera offre una soluzione a tale problema: riducendo le dimensioni del distretto all’area del National Mall, della Casa Bianca e di Capitol Hill, si creerebbe uno stato distinto dal distretto, che resterebbe sotto il controllo federale. L’aggiunta di uno Stato non richiederebbe quindi un emendamento costituzionale ma solo il consenso della Camera, del Senato e del Presidente, anche se, come accaduto, il Congresso ha teso ad ostacolare questo procedimento. L’American Civil Liberties Union, che sostiene la formazione dello Stato, ha sottolineato che si tratterebbe di “un esercizio costituzionalmente ammissibile, valido e difendibile dell’autorità congressuale”.

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Esistono molti territori che nei secoli hanno cercato di essere riconosciuti come Stati. Tra questi uno dei territori più determinati all’ingresso è Puerto Rico che  nel 2012 si è espresso alle urne in tale direzione, ma che non sembra ad oggi avere concrete possibilità. Altri tentativi sono stati condotti dallo “Stato di Jefferson” tra la fine dell’800 e gli inizi del’900, frutto dell’unione del sud dell’Oregon e del nord della California, dallo “Stato di Lincoln” richiesto fino al 2005 che si posizionerebbe a est dello Stato di Washington, lo “Stato di Franklin” rivendicato al termine della rivoluzione americana da parte della Carolina del Nord e lo “Stato di Superior” che vedeva corrispondere il proprio territorio alla parte superiore del Michigan e che ha tentato il riconoscimento intorno alla metà del secolo scorso. A differenza di questi tentativi, che non hanno mai avuto grande incisività e una popolazione storica riconoscibile, Washington D.C. contava nel 2018 quasi 706 mila abitanti, con una popolazione residente in costante aumento dal 1800, quando ne contava solo 8 mila. Con tali numeri, il nascente Stato conterebbe più abitanti del Vermont, del Wyoming e del Dakota del Nord e sarebbe uno dei sette con meno di un milione di abitanti.

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Cui prodest? Non è difficile immaginare come la creazione di un nuovo Stato nell’Unione sia diventata una battaglia squisitamente politica. Il nuovo Stato sarebbe molto probabilmente democratico, accrescendo la componente di questo partito soprattutto in Senato, organo da sempre retto da maggioranze variabili e mai particolarmente stabili, data la sua composizione di soli 100 membri. Ciò è facilmente desumibile dalle espressioni elettorali dei cittadini della capitale, composto in maggioranza da afroamericani storicamente democratici. Nel 2011 questa parte della popolazione è scesa per la prima volta sotto il 50% del totale dopo 50 anni. Secondo il Census Bureau degli Stati Unitidel 2018 la popolazione di D.C. era così composta: 44,4% afroamericana, 36,9% bianca non ispanica, 11,3% ispanica-latina, 3,8% asiatica e il restante appartenente ad altre etnie.

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Esiste una questione razziale sul tema? Da sempre gli oppositori del progetto di legge hanno usato come motivazione il fatto che D.C. non sarebbe in grado di autogovernarsi. Nel 1870, il senatore John Tyler Morgan dell’Alabama, ex soldato confederato, disse “to burn down the barn to get rid of the rats.. the rats being the Negro population and the barn being the government of the District”. Nel 1972, quando la popolazione afroamericana di Washington era del 70%, il rappresentante John Rarick della Louisiana affermò che DC era “una dolina infestata da topi, lo zimbello del mondo libero e comunista”, aggiungendo che consentire al distretto di diventare uno Stato avrebbe significato regalare la capitale a musulmani neri.

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Eleanor Holmes Norton, rappresentante senza diritto di voto del Distretto della Columbia alla Camera dei Rappresentanti dal 1991, si è fatta promotrice della proposta di legge approvata il mese scorso, rivendicando come sia la storia, sia la Costituzione, le diano ragione, argomentazione che ha visto la forte opposizione del senatore repubblicano Tom Cotton, che ha definito la capitale come un luogo che offrirebbe solo lobbisti e lavoratori federali, incapace quindi di contribuire all’economia del Paese. Sono poi seguiti attacchi frontali dal partito repubblicano, che ha accusato i democratici di voler spostare l’attenzione della nazione dalle recenti e continue violenze urbane, sottolineando l’inaffidabilità del sindaco della capitale Bowser. Il Presidente Trump ha dichiarato che “DC non sarà mai uno Stato”.

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La partita è ovviamente ancora aperta in quanto le elezioni che si terranno a novembre potrebbero modificare le attuali maggioranze in Congresso e il colore politico della Casa Bianca. Al momento il Senato non prenderà nemmeno in considerazione il voto sul progetto, ed il Presidente ha dichiarato che vi porrebbe il veto. La strada non è scontata nemmeno per quanto riguarda l’opinione pubblica, in quanto un sondaggio Gallup del 2019 ha evidenziato che il 64% degli americani non ritiene che il Distretto debba diventare uno Stato. Il sostegno maggiore proviene dalla costa orientale: il sondaggio ha rilevato che il 38% dei residenti di quell’area sarebbe a favore, rispetto a circa il 28% nelle altre regioni.

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L’annessione e il riconoscimento di nuovi Stati ha sempre assunto connotazione politica nei più di duecento anni di storia del Paese, la stessa guerra civile si consumò proprio sullo status dei nuovi Stati dell’ovest e divise il Paese tra chi riteneva che il governo federale dovesse dare delle direzioni inderogabili e chi invece rivendicava piena autonomia decisionale degli Stati. Ancora oggi tale partita divide gli Stati Uniti d’America e per questo risulta difficile immaginare quali risvolti potrebbe assumere questa vicende. Un’eventuale futura maggioranza di governo democratica oserà fare questo passo? O, superata la competizione elettorale, la proposta verrà dimenticata come successe in passato? Gli statunitensi sono pronti a vedere una nuova stella sulla loro bandiera immutata da sessant’anni? L’attaccamento alla tradizione nazionale, per come si è consolidata fino ad oggi, ha sempre portato i cittadini di questo Paese a diffidare da cambiamenti di ambito “costituzionale”, anche se questo potrebbe non equivalere alla fine di questa proposta. Aspettiamo il prossimo anno per vedere cosa accadrà.

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Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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