ANDREW MLANGENI- L’ULTIMO ATTIVISTA DELLA GENERAZIONE ANTI-APARTHEID È MORTO, MA SUDAFRICA HA ANCORA MOLTA STRADA DA FARE

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Si chiamava Andrew Mlangeni, l’attivista anti-apartheid che è morto a 95 anni dopo essere stato ricoverato in un ospedale militare a Pretoria in seguito a dei forti dolori addominali. Mlangeni, era l’ultimo della generazione anti-apartheid che lottò in prima linea al fianco di Nelson Mandela e che al processo di Rivonia fu condannato all’ergastolo.

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Secondo la biografia su Mlangeni, “The Backroom Boy”, pubblicata nel 2017, venne scelto da Mandela affinché si unisse ad un gruppo di uomini destinati in Cina per l’addestramento. Al suo rientro, dalla Cina, divenne attivista del gruppo Umkhonto we Sizwe, l’alto comando del movimento ANC e lottò contro la segregazione razziale fino all’arresto e la condanna nel 1963. Nel 1989, dopo aver scontato 26 anni insieme a Mandela, sull’isola di Robben, venne rilasciato. Da quel momento intraprese una lunga carriera politica ed e fu membro del Parlamento con l’African National Congress (ANC) dal 1994 al 1999 e dal 2009 al 2014.

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A distanza di trent’anni qual è la situazione in Sudafrica? Nonostante infatti il grande “risveglio culturale” che segnò il 1991, il Sudafrica si presenta tutt’oggi un Paese con una forte frammentazione culturale, sociale ed economica che l’African Nazional Congress non è riuscito a sanare. Secondo un rapporto del South African Institute of Race Relations (SAIRR) il 20% delle famiglie nere vive in condizioni di estrema povertà, rispetto al 2,9% dei bianchi. Inoltre, facendo riferimento ai dati sulla disoccupazione nel Paese, il 41% dei sudafricani neri sarebbero disoccupati contro l’11,7% dei bianchi. Il divario emerge in modo particolare anche nei dati sulla copertura sanitaria: a beneficiarne, infatti, sarebbero il solo 10% tra i neri, contro il 71,7% tra i bianchi.

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A questi dati si aggiungono quelli sulle aziende agricole nel Paese, il cui 72% sarebbero nelle mani dei bianchi. La forte disuguaglianza socio-economica del Sudafrica è accompagna, inoltre, da episodi di violenza ai danni dei neri e degli immigrati. Come ha evidenziato, infatti, il rapporto del 2019 di Human right watch la situazione dei cittadini stranieri e dei richiedenti asilo in Sudafrica è precaria e continua a destare forti preoccupazioni. Nel 2018, diversi cittadini stranieri, rifugiati e richiedenti asilo sono stati vittime di attacchi xenofobi. Ad agosto, inoltre, almeno quattro persone sono morte a Soweto, in seguito ad azioni violente perpetrate ai danni degli stranieri e delle loro attività commerciali che sono state saccheggiate e incediate. Nonostante il governo abbia cercato di rassicurare gli stranieri attraverso la promessa di adottare misure severe nei confronti degli attentatori, nessuno è stato condannato e non è stato elaborato un progetto nazionale concreto per combattere il razzismo, la discriminazione e la xenofobia.  

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Il Sudafrica, quindi, è rimasto schiacciato dalle sue stesse contraddizioni. Nonostante si sia presentato più volte come esponente dei diritti umani, che sono ampiamente riconosciuti nella Costituzione del 1997, non riesce a garantire il loro rispetto effettivo. Le cause ovviamente sono da ricercare sia nel pesante divario economico-sociale della popolazione che in un sistema politico-giudiziario debole che lo rende facile bersaglio della corruzione. Ad aggravare queste fratture contribuisce la crisi economica, non è un caso infatti che gli episodi di violenza si siano spesso presentati nei periodi di maggiori incertezze. È chiaro che le pesanti conseguenze causate dallo shock economico del Covid-19 potrebbero esasperare ulteriormente la situazione. Il Presidente Cyril Ramaphosa, ha commentato la morte di Mlangeni definendola “la fine della storia di una generazione” che lascia il futuro nelle mani delle prossime generazioni. Una generazione che non può e non deve arrendersi.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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