L’EREDITÀ INCOMPIUTA DELLA DIAZ: “SCAPPATOIE PER IMPUNITÀ” NEL REATO DI TORTURA?

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La notte a cavallo tra il 21 ed il 22 luglio 2001 veniva consumata la più grande sospensione delle garanzie democratiche in Italia dal dopoguerra. Le vicende giudiziarie che sono seguite ai cd “fatti della Diaz e Bolzaneto” hanno mostrato luci ed ombre di un complicato processo nel quale, tra resistenze del legislatore e pressioni sovranazionali, si continua ad invocare un adeguamento della normativa italiana ai canoni internazionali in materia di tortura: un atto dovuto, un atto di giustizia e dignità nei confronti delle vittime e dello stato di diritto in generale.

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La vicenda giudiziaria

Il 26 ottobre 2017 la prima sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo pronunciava due sentenze con le quali veniva nuovamente condannata l’Italia per violazione del divieto di tortura di cui all’art. 3 CEDU nei casi Azzolina ed altri c. Italia e Blair e altri c. Italia, aventi ad oggetto gli abusi avvenuti nella caserma di Bolzaneto a margine del G8 di Genova 2001. Tali sentenze rappresentano però la punta dell’iceberg di un complesso iter giudiziario sul quale sono più volte intervenute corti nazionali e sovranazionali ed istituzioni umanitarie di tutto il mondo. Cominciata nel 2004 con la richiesta di rinvio a giudizio per 28 poliziotti della scuola Diaz, per i reati di falso, calunnia e lesioni gravi, e proseguita nel 2007 con gli “smarrimenti” delle prove a favore dell’accusa e con le numerose contraddizioni degli imputati culminati poi con l’iscrizione al registro degli indagati di funzionari di spicco delle forze dell’ordine, la vicenda giudiziaria dei cd “fatti della Diaz” subisce una prima sensazionale svolta il 13 Giugno dello stesso anno, quando uno dei poliziotti imputati per l’irruzione nella scuola, Michelangelo Fournier, all’epoca dei fatti vice questore aggiunto del Reparto Mobile di Roma, confessa in aula di aver assistito a veri e propri pestaggi, sia da parte di agenti in uniforme sia in borghese con la pettorina, affermando di non aver avuto il coraggio di rivelare tali gravità commesse dai colleghi per “spirito di appartenenza” ed utilizzando egli stesso per la prima volta il termine “macelleria messicana”, parola chiave che caratterizzerà i fatti di Genova per tutti gli anni a venire[1].

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Da quel momento comincia a prendere forma l’idea che nella civilissima Italia, quella notte, successe qualcosa di ben più grave. Dopo le sentenze di primo grado e l’appello, è con il ricorso in Cassazione del 2012 che si apre la questione fondamentale del reato di tortura: le indignazioni seguite alla sentenza della Suprema Corte -che di fatto riconosceva l’orribile violenza perpetrata a danno dei manifestanti ma allo stesso tempo sottolineava l’assenza di una legge sulla tortura nell’ordinamento, rimettendosi alla Corte di Strasburgo- diedero vita a numerosi movimenti civici i quali richiedevano principalmente il ricambio dei vertici di polizia, l’istituzione di un’autorità indipendente per la valutazione delle azioni interne alle FDO, ed un intervento legislativo immediato[2].

 

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L’adeguamento italiano e le sue criticità

Con l’approvazione della l. 110/2017 venivano finalmente introdotti nel codice penale gli artt. 613-bis e 613-terconcernenti i reati di tortura: nel primo viene punito “chiunque, con violenze o minacce  gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze  fisiche  o  un verificabile trauma psichico a una  persona  privata  della  libertà personale  o  (…) che si trovi  in  condizioni  di minorata difesa” aggiungendo un’aggravante “se i fatti di cui al primo  comma  sono  commessi  da  un  pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con  abuso  dei poteri”; nel secondo viene punito “il pubblico  ufficiale  o  l’incaricato  di  un  pubblico servizio il quale, nell’esercizio  delle funzioni  o  del  servizio, istiga in modo concretamente idoneo altro pubblico ufficiale o  altro incaricato di  un pubblico  servizio  a  commettere  il  delitto  di tortura”.

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Più che conquista molti hanno sottolineato che l’introduzione degli articoli in esame appariva più come atto dovuto, in particolar modo per ottemperare ai vincoli internazionali che “imponevano” al nostro ordinamento di porre fine alle violazioni strutturali della Convenzione Europea dotandosi di “strumenti giuridici idonei a sanzionare in maniera adeguata i responsabili degli atti di tortura”  e ricordando che l’art. 3 CEDU andrebbe letto in combinato disposto con l’art. 1 che impone agli Stati contraenti l’obbligo generale del rispetto dei diritti dell’uomo; per cui, nel caso in cui un individuo subisca “maltrattamenti” da parte di un funzionario dello Stato, deve vedersi garantito dall’ordinamento il diritto ad una indagine che “miri all’identificazione e, se del caso, alla punizione dei responsabili ed all’accertamento della verità”, punizione che in realtà era stata bloccata dalla dichiarazione di prescrizione da parte della Corte di Cassazione.

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Va notato che, nelle motivazioni della sentenza Blair e altri c. Italia ric. n. 1442/14, i giudici di Strasburgo non lodarono gli sforzi nostrani per la recente promulgazione della legge sul reato di tortura ed anzi sottolineavano le lacune processuali del caso Diaz con brevi ma efficaci riferimenti: “quando gli agenti statali vengono accusati per reati di maltrattamento, è opportuno che siano sospesi dalle loro funzioni durante l’inchiesta o il processo e che siano licenziati una volta condannati[3].

 

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Il nuovo delitto di tortura e le sue ombre

Seppur, dunque, nel 2017 il legislatore abbia finalmente dotato l’ordinamento italiano di un autonomo reato di tortura enucleato nel 613-bis, la dottrina penalistica non ha mancato di sottolinearne alcune criticità, come il rompicapo introdotto dal terzo comma che recita: “il comma precedente non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative dei diritti”: una precisazione di cui non si avvertiva il bisogno -essendo già presente la scriminante dell’adempimento di un dovere, di cui all’art. 51-  apparendo per giunta come strumento atto a limitare l’ambito di punibilità del reato di tortura.

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Si pensi inoltre alle dichiarazioni del Commissario per i diritti umani presso il Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks il quale, durante la discussione per l’approvazione della legge nel 2017, indirizzò una lettera ai presidenti del Senato, della Camera e delle commissioni Giustizia, definendo il testo in approvazione come incongruente, distante dalla Convenzione ONU del 1984 e capace di garantire “scappatoie per impunità”, confermando le ragioni dei promotori per “Una vera legge sulla tortura”. Nella discussione è intervenuta anche Amnesty International, da sempre in prima linea per la verità sui fatti di Genova, la quale non si è mostrata soddisfatta nella misura in cui il reato (comune) introdotto appariva eccessivamente confuso e affermando che “la sua lunghezza ed il grande nodo del regime della prescrizione nascondono la preoccupazione di escludere, piuttosto che quella di includere in sé tutte le forme della tortura contemporanea.”

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I mobili confini del reato di tortura in Italia sono dunque stati oggetto di numerose pressioni nazionali ed  internazionali, le quali hanno più volte indirizzato ad un ulteriore adeguamento della normativa nazionale agli standard consuetudinari: e se da un lato ci si può ritenere moderatamente soddisfatti per i piccoli traguardi, dall’altra si deve purtroppo constatare che, a distanza di 19 anni dalla tremende immagini della Diaz e della caserma di Bolzaneto, l’eredità di Genova non vuole essere affrontata, per scarsa rilevanza o, chissà, forse per vergogna nel ricordo di quei giorni.

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Note

[1] L’omissione di elementi processuali e la falsa testimonianza dovute a spirito di appartenenza o costrizione psicologica dei membri delle fdo non rappresentano purtroppo fenomeni sporadici da relegare al passato; si pensi alla confessione del carabiniere Francesco Tedesco nel processo Cucchi.

[2] Per il fatto che in Italia le leggi non prevedessero a quel tempo il reato di tortura, un ricorso è stato presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo da A. Cestaro. Nel 2015 i giudici della Corte europea condannarono all’unanimità lo Stato italiano a risarcire Cestaro per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo ritenendo che l’operato alla Diaz “deve essere qualificato come tortura”. Nelle motivazioni si legge che l’ammenda è stata imposta non solo per i fatti specifici, ma anche perché non era stata promulgata alcuna legge sulla tortura, consentendo ai responsabili del pestaggio di non essere sanzionati.

[3] Cfr., Blair e altri c. Italia, § 133

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Gerusalemme risulta essere la zona in cui le deviazioni del muro rispetto alla Linea Verde sono le più evidenti. Il muro costruito nell’area di Gerusalemme ne ha trasformato la geografia, l’economia e la vita sociale. Nell’area attorno a Gerusalemme la barriera si estende per circa 142 km, di cui soltanto quattro seguono il tracciato della Linea Verde. Prima della costruzione del muro, l’accesso a Gerusalemme Est dalla Cisgiordania risultava ancora fisicamente possibile, nonostante i controlli che venivano eseguiti saltuariamente ai checkpoints. Dal 2007, con il completamento di gran parte del muro nell’area di Gerusalemme, le possibilità per coloro che non avevano il permesso di raggiungere la città sono state significativamente ridotte, isolando Gerusalemme Est dal resto dei territori a cui era legata storicamente, socialmente ed economicamente.
[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″]Ir Amim, nel suo report “Considerations in Drawing the Route” sottolinea che, attraverso la costruzione della barriera, Israele ha cercato di legittimare i confini municipali che non sono mai stati riconosciuti dalla Comunità Internazionale, garantendo, in questo modo, che gli insediamenti che circondano Gerusalemme rimarranno all’interno dei confini di Israele come parte integrante della città. Tramite la costruzione della barriera di separazione, Israele è riuscito a raggiungere obiettivi che difficilmente avrebbe perseguito da un punto di vista diplomatico, come afferma Chiodelli, “lo spazio urbano di Gerusalemme svela in questo modo tutto il proprio valore intimamente politico”. Risulta evidente che il muro demolisce ogni tentativo di una soluzione negoziale del conflitto insieme alla possibilità di ridividere Gerusalemme lungo i confini del 1967. La Gerusalemme araba non ha più possibilità di esistere in quanto viene tagliata ogni sua possibile relazione con il resto dei territori palestinesi.
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