LE POLITICHE ISRAELIANE DI DISCRIMINAZIONE A GERUSALEMME E NEL RESTO DELLA CISGIORDANIA: LA BARRIERA DI SEPARAZIONE

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La costruzione del muro si può considerare il culmine delle politiche israeliane attuate a Gerusalemme a partire dal 1967 in linea con il tentativo di controllare politicamente l’area urbana e determina quella che probabilmente è la più radicale trasformazione della città avvenuta dal 1967 in poi. Il muro rompe, da una parte, la relazione di Gerusalemme con il resto della Cisgiordania, come sottolinea Chiodelli “Gerusalemme est viene separata dal proprio spazio storico di relazione e rinchiusa in uno spazio ebraico rispetto al quale è aliena; il suo destino probabile sembra essere quello dell’atrofizzazione”. Allo stesso tempo, dall’altra, la barriera crea un’area metropolitana a maggioranza ebraica includendo, nel lato israeliano del muro, tre grandi blocchi di colonie al di fuori dei confini amministrativi.

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La costruzione del muro, ben oltre, fa quello che le politiche urbane municipali non sono state in grado, da sole, di fare e persegue l’obiettivo degli sforzi di de-arabizzazione della città; in questo senso, come sostiene Yiftachel, il muro è interpretabile come “una nuova fase, un nuovo metodo di perseguire l’obiettivo fondamentale dello stato ebraico: massimizzare l’ebraizzazione della Palestina mantenendo, allo stesso tempo, l’immagine di Israele come un normale stato democratico”

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La storia del muro

Il 14 aprile 2002 il Comitato Ministeriale per la Sicurezza, istituito l’anno precedente dal primo ministro Ariel Sharon, approva la decisione di costruire una barriera di separazione con lo scopo di “migliorare e rafforzare le capacità operative contro il terrorismo”.

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L’idea di costruire una barriera di separazione con la Cisgiordania è stata avanzata per la prima volta dal partito laburista israeliano. Fu Ehud Barak, verso la fine degli anni Novanta, a spingere con forza sul progetto: “Pace attraverso la separazione: noi siamo qui, loro sono di là”, che fu il motto della sua campagna elettorale per le elezioni del 1999. In quegli anni l’idea laburista della separazione di Israele da parte dei Territori Occupati era fortemente avversa da Sharon e dalla destra israeliana. Tuttavia, in un contesto politico nazionale e internazionale profondamente mutato (il fallimento dei negoziati di Camp David, lo scoppio della Seconda Intifada, gli attacchi suicidi in Israele e gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti con l’avvio della guerra al terrore) Sharon, divenuto primo ministro nel marzo del 2001, cambiò rapidamente idea e fece proprio il concetto di separazione: non più “noi siamo di qua e loro di là” nella versione laburista, ma “we are here, we are there”, siamo sia di qua che di là, con il chiaro intento di voler controllare entrambi i lati della barriera e procedere nella colonizzazione dei territori palestinesi.

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Le ragioni del muro

La proposta di costruzione fu presentata come temporanea per rispondere all’immediata escalation di violenza durante le proteste iniziate tra il 2000-2005 contro l’occupazione. Secondo quanto affermato dalle posizioni ufficiali israeliane, “il solo scopo della barriera è la sicurezza”: il muro diventa una risposta militare necessaria, una misura obbligata da prendere nei confronti del terrorismo e di conseguenza al fallimento di altri metodi di prevenzione degli attentati suicidi. Ma la pianificazione stessa della traiettoria che avrebbe seguito il muro non è esente da implicazioni meramente politiche. In un documento redatto dal Consiglio Nazionale di Sicurezza, lo scopo del muro fu descritto così: “To improve the effectiveness of the fight against terror in the Jerusalem region and to maintain the Israeli interest therein”. Pertanto, le ragioni alla base della costruzione del muro devono essere esaminate non solo in termini di sicurezza, ma anche alla luce del loro significato politico. Secondo il parere consultivo della CIG dell’Aia, la barriera sarebbe stata costruita lungo il tracciato prescelto per ragioni politiche piuttosto che per ragioni militari e il muro viola i diritti dei palestinesi che risiedono nei territori occupati.

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Il percorso del muro è stato pianificato in modo da inglobare il maggior numero di colonie israeliane possibile situate all’interno dei territori occupati, con la giustificazione di dover proteggere i cittadini israeliani che si trovano da entrambi i lati della Linea Verde.

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Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia

Il 9 luglio 2004, la Corte internazionale di Giustizia (CIG), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha emesso un parere consultivo sulle conseguenze legali della costruzione della barriera nel territorio palestinese occupato. La CIG ha invitato Israele a sospendere la costruzione della barriera anche a Gerusalemme Est e nei suoi dintorni; smantellare le sezioni già completate; abrogare o rendere immediatamente inefficaci tutti gli atti legislativi e regolamentari relativi. Il parere consultivo della Corte afferma che gli Stati membri delle Nazioni Unite non devono riconoscere la legalità barriera e devono garantire il rispetto da parte di Israele del Diritto Internazionale. La Risoluzione ES-10/15 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 20 luglio 2004 ha richiesto dunque ad Israele di attenersi ai propri obblighi legali come indicato nel parere della CIG. La prima questione principale discussa nel parere riguarda gli effetti della barriera sul diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. La Corte ha sottolineato che esiste un fondato timore per cui il percorso della barriera possa creare “facts on the gorund” che porteranno all’annessione del territorio e alla determinazione dei futuri confini tra Israele e un ipotetico Stato palestinese.

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La Corte ha ritenuto che l’annessione de facto di parti della Cisgiordania da parte di Israele violi il diritto all’autodeterminazione palestinese. La seconda questione importante ha riguardato la legalità della barriera alla luce del Diritto Internazionale Umanitario. La Corte ha respinto l’argomentazione di Israele secondo cui la Quarta Convenzione di Ginevra non si applichi nei territori occupati in quanto la Cisgiordania e la Striscia di Gaza non hanno mai fatto parte di uno stato sovrano. Inoltre, la Corte ha respinto la legalità degli insediamenti che violano l’articolo 49 della Convenzione e ha sottolineato che le restrizioni imposte alla popolazione locale situata tra la barriera e la Linea Verde spingono la popolazione ad abbandonare il territorio e violano anch’esse l’articolo 49. Infine, il parere della Corte afferma che la costruzione della barriera sul territorio appartenente ai palestinesi proprietari terrieri lede i loro diritti e viola gli articoli 46 e 52 della Convenzione dell’Aia del 1907 e l’articolo 53 della Quarta Convenzione di Ginevra. La terza questione principale che la Corte ha affrontato ha riguardato la legalità della barriera e il rispetto dei diritti umani. In questo contesto, la Corte ha dichiarato in modo inequivocabile e contrariamente alla posizione assunta da Israele, che il Diritto Internazionale dei Diritti Umani si applica nella sua interezza nel Territorio Occupato, insieme al Diritto Umanitario. La Corte ha stabilito che la barriera di separazione viola i diritti stabiliti nelle Convenzioni di cui Israele è parte. Nel definire la rotta della barriera, Israele ha ignorato la grave violazione dei diritti umani palestinesi: la libertà di movimento, il diritto alla proprietà, il diritto a ricevere cure mediche e servizi educativi, il diritto all’unificazione familiare, il diritto a un livello di vita adeguato e il diritto al lavoro.

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Il percorso del muro

La lunghezza totale del muro, per come oggi definita, è di circa 712 km, più del doppio della lunghezza della Linea Verde (che misura circa 320 km). La barriera infatti corre solo per il 15% circa lungo la Linea Verde, mentre per la maggior parte del proprio tragitto penetra più o meno in profondità all’interno della Cisgiordania. Alla fine della sua costruzione il muro sarà di 810 km. Secondo i dati forniti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), a settembre 2017 erano stati completati circa 460 km (circa il 65% della barriera prevista). Altri 53 km (circa il 7,5%) erano in costruzione, mentre, la costruzione non era ancora iniziata su circa 200 km.

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Come ha specificato Chiodelli (2012), in termini generali, il muro crea due tipi di enclave: le seam enclaves e le internal enclaves. Le seam enclaves sono costituite da comunità di palestinesi intrappolate tra il muro e la Linea Verde e, per continuare risiedervi, i palestinesi, devono ottenere un permesso speciale. Pur essendo collocati dal lato israeliano della barriera, i palestinesi di queste aree non sono autorizzati a oltrepassare la Linea Verde e rimangono, in tutto e per tutto, residenti della Cisgiordania senza il diritto di entrare in Israele. Il passaggio verso il resto dei Territori Palestinesi è regolato da appositi checkpoints. Una volta completata la costruzione del muro, UNOCHA stima che circa 25.000 palestinesi della Cisgiordania vivranno in quest’area. Le internal enclaves sono costituite da comunità palestinesi che il muro circonda completamente o quasi. La barriera impedisce non solo di oltrepassare la Linea Verde, ma anche di muoversi liberamente verso la Cisgiordania, il passaggio verso la quale è filtrato attraverso uno o più checkpoints controllati dall’esercito israeliano. I palestinesi che risiedono in queste aree sono decine di migliaia. UNOCHA parla di 76.900 palestinesi di Cisgiordania che risiederanno in aree completamente circondate dal muro e di altri 15.400 che risiederanno in aree parzialmente circondate dal muro il cui accesso al resto della Cisgiordania è garantito solo da una strada.

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Il muro a Gerusalemme

Gerusalemme risulta essere la zona in cui le deviazioni del muro rispetto alla Linea Verde sono le più evidenti. Il muro costruito nell’area di Gerusalemme ne ha trasformato la geografia, l’economia e la vita sociale. Nell’area attorno a Gerusalemme la barriera si estende per circa 142 km, di cui soltanto quattro seguono il tracciato della Linea Verde. Prima della costruzione del muro, l’accesso a Gerusalemme Est dalla Cisgiordania risultava ancora fisicamente possibile, nonostante i controlli che venivano eseguiti saltuariamente ai checkpoints. Dal 2007, con il completamento di gran parte del muro nell’area di Gerusalemme, le possibilità per coloro che non avevano il permesso di raggiungere la città sono state significativamente ridotte, isolando Gerusalemme Est dal resto dei territori a cui era legata storicamente, socialmente ed economicamente.

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Ir Amim, nel suo report “Considerations in Drawing the Route” sottolinea che, attraverso la costruzione della barriera, Israele ha cercato di legittimare i confini municipali che non sono mai stati riconosciuti dalla Comunità Internazionale, garantendo, in questo modo, che gli insediamenti che circondano Gerusalemme rimarranno all’interno dei confini di Israele come parte integrante della città. Tramite la costruzione della barriera di separazione, Israele è riuscito a raggiungere obiettivi che difficilmente avrebbe perseguito da un punto di vista diplomatico, come afferma Chiodelli, “lo spazio urbano di Gerusalemme svela in questo modo tutto il proprio valore intimamente politico”. Risulta evidente che il muro demolisce ogni tentativo di una soluzione negoziale del conflitto insieme alla possibilità di ridividere Gerusalemme lungo i confini del 1967. La Gerusalemme araba non ha più possibilità di esistere in quanto viene tagliata ogni sua possibile relazione con il resto dei territori palestinesi.

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