LA CAMPAGNA CONTRO LE VIOLENZE SESSUALI E DI GENERE IN SIRIA

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The Syrian Road to Justice rientra nella nuova ondata di partecipazione delle donne siriane, che riscrivono le nuove prospettive di lotta al regime.

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1- The Syrian Road to Justice

Il 19 giugno scorso, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati, 42 organizzazioni siriane ed internazionali, femministe ed impegnate nella difesa e promozione dei diritti umani, assieme a 38 personalità tra registi\e, giornalisti\e, attivisti\e e artisti\e di vario genere, hanno lanciato una nuova campagna internazionale – “The Syrian Road to Justice” – a sostegno delle vittime della brutalità patriarcale del regime siriano. Nello specifico, si tratta del sostegno particolare ai e alle sopravvissute alle violenze sessuali e di genere, sistematicamente perpetrate dal regime sin dall’inizio delle proteste del 2011, all’interno del processo generale, in corso in Germania, contro diverse personalità dell’apparato statale siriano. La campagna afferma la richiesta di adottare un punto di vista di genere nell’operazione politico-giuridica di analisi dei crimini internazionali, occorsi nel Paese sin dai primi giorni di proteste, considerata la necessità di cogliere i meccanismi di riproduzione del regime degli Assad in tutta la loro violenza genocida.

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Inoltre, finendo col ribadire la centralità del processo di accountability e il sostegno alla giustizia trasformativa, in quanto strumenti essenziali nella continuazione della lotta attuale per la pace, la dignità e la democrazia in Siria, essa si rivolge, non solo ai singoli Stati europei coinvolti nei processi nazionali in atto, ma all’intera società globale, così rientrando a pieno titolo nel solco internazionalista dell’opposizione siriana. Già nel 2018, tra i tanti, anche il report “I lost my dignity” dello Human Rights Council denunciava e documentava nel dettaglio l’uso sistemico della violenza sessuale e di genere come ulteriore strumento di riconquista, agito dal regime nel tentativo disperato di ripristino del controllo sul territorio e sulla popolazione civile. 

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Pertanto, la richiesta esplicita della campagna, relativa al miglioramento concreto, in ottica di genere, dell’expertise e della cultura giuridica internazionale tout court, è volta al bisogno reale di garantire il giusto supporto e un ambiente tanto confortevole da spronare le vittime a denunciare, evitando il rischio, altrettanto concreto, di esposizione alle già troppo diffuse forme di violenza secondaria. Queste considerazioni politiche derivano dalla consapevolezza dell’utilizzo congiunto della paura e della pubblica gogna come meccanismi sistemici di oppressione da parte del regime e quindi dalla precisa volontà di voler riconoscere, anche in sede giuridica, l’endemicità delle violenze sessuali e di genere commesse, che in quanto mai fatti isolati, finiscono per allungare la lista dei crimini contro l’umanità commessi da Bashar al- Assad e famiglia.

 

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2 – Il ruolo politico delle donne

L’uguaglianza di genere è stata al centro della battaglia per la Siria democratica sin dall’inizio. Infatti, ancora oggi in qualsiasi azione o statement politico ne viene riconosciuta l’imprescindibilità nell’ottenimento della libertà, della dignità, della giustizia e della democrazia. È importante dire questo per denunciare la tendenza a depoliticizzare il ruolo delle donne all’interno del conflitto, derubricandolo al mero sostegno di una concezione apolitica della pace. Al contrario, la sfida consiste nel comprendere come e quanto la loro partecipazione abbia inciso nella definizione delle forme d’opposizione e nell’immaginario della Siria libera dal 2011 ad oggi. Un periodo di tempo durante il quale nove anni di anni, la crisi economica interna, l’attuale crisi pandemica, tra le tante, hanno determinato inevitabilmente un loro nuovo protagonismo. 

 

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Nei primi anni delle proteste, le donne siriane, di diverso background ideologico e sociale, erano addette maggiormente all’organizzazione e alla gestione dei gruppi di mutuo aiuto nei Comitati di coordinamento locale: la minor sorveglianza, permetteva loro di svincolarsi e aggirare più facilmente i sistemi di controllo del regime. Un momento centrale di rottura, all’interno del loro processo generale di politicizzazione, fu senza dubbio lo scontro riguardo la progressiva militarizzazione del conflitto. Infatti, per loro l’antimilitarismo ha rappresentato – e rappresenta tutt’ora – il rifiuto del ritorno nel privato, quindi con esso la denuncia della cooptazione maschile dello spazio rivoluzionario e di conseguenza dell’idea della partecipazione politica nella Siria post-conflitto.

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Il corso della storia ha finito per costringere molte donne a migrare, perché – come da loro stesse previsto – finirono per diventare i target preferenziali dello scontro di potere tra il regime e i gruppi fondamentalisti, interessati a cooptare le rivolte. In ambito ONU, nonostante l’istituzione del Syrian Women’s Initiative for Peace and Democracy (SWIPD), con l’obiettivo di garantire una partecipazione femminile all’interno del processo negoziale di Ginevra, sebbene sia stato garanzia di impegni formali, anch’esso ha finito con l’arenarsi, a causa dell’ormai sempre più evidente immobilismo della comunità internazionale.

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Al contrario, la nascita di gruppi quali Women Now, Family for freedom, The Caesar Family e tanti altri presenti tra i firmatari della campagna The Syrian Road to justice, testimonia una trasformazione del ruolo delle donne nella continuazione della lotta per la dignità, la libertà, la giustizia e la democrazia, caratterizzata da una forte interconnessione tra chi è rimasta in Siria e chi è in diaspora.

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3 – Conclusioni

La regista e attivista Waad al Kateab, assieme alla sua bambina Sama, protagoniste dell’esperienza di resistenza ad Aleppo, la dottoressa della Ghouta Amani Ballour, la cui storia è raccontata dal regista siriano Feras Fayyad in “The Cave”, l’avvocatessa Razan Zaitouna e Samira al Khali, entrambe rapite nel 2013 a Douma, da sempre attive nell’opposizione al regime e tra le fondatrici del Violation Documentation Center, sono indubbiamente alcuni tra i volti più famosi della resistenza al regime di Damasco, tra l’altro esemplari nel dimostrare le innumerevoli forme attraverso le quali essa ha preso forma.

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Ormai, la prospettiva di una transizione politica democratica può dirsi archiviata, così come altrettanto superata è la speranza in una possibile presa di posizione istituzionale a livello internazionale, visto il già ampiamente constatato stallo all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sebbene anche le crisi recenti all’interno dell’apparato di potere e i persistenti rumors su una presunta e sempre maggiore sfiducia russa nei confronti del troppo ingombrante Bashar potrebbero portare ad una soluzione d’accordo, si tratterebbe in ogni caso di un cambio di potere sempre rientrante nella cornice egemonica del regime.

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Le rivolte degli ultimi mesi, assieme a queste iniziative organizzate di richiesta di verità e giustizia, rafforzate dalla collaborazione transnazionale della diaspora, confermano la vitalità delle nuove forme di resistenza. Questo ci porta ad affermare che, se non ci sarà pace senza giustizia, nonostante la riconquista militare e i progetti di ricostruzione del regime e dei suoi alleati, il conflitto popolare non è ancora finito.

Bibliografia:

  1. Padovani & F. Helm (Eds), Rethinking the transition process in Syria: constitution, participation and gender equality. Research-publishing.net. https://doi.org/10.14705/rpnet.2018.21.752

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