GIAPPONE: TRA PANDEMIA E RECESSIONE, IL CROLLO DEL CONSENSO AL GOVERNO DI SHINZO ABE

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Alla fine del 2019, il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe era nel picco della sua carriera politica e raggiungeva il traguardo della premiership più lunga nella storia del Paese, facendo pensare addirittura alla possibilità di un eventuale quarto mandato. All’inizio del 2020, il Giappone si affacciava con entusiasmo a un anno promettente, in cui la longeva premiership di Abe sarebbe stata celebrata dalle tanto attese Olimpiadi di Tokyo, i cui riflettori avrebbero mostrato al mondo un Giappone rinato e in ripresa. Tuttavia, il nuovo anno si è rivelato diverso dalle aspettative: lo scoppio della pandemia da Covid-19 non solo ha causato decine di migliaia di contagi nel Paese, ma ha anche portato all’inevitabile rinvio dei Giochi olimpici e all’entrata ufficiale in recessione del Giappone. In tutto questo, il Premier giapponese ha dimostrato un approccio negligente e fallimentare ed è diventato oggetto di critiche da parte dell’opinione pubblica. Di conseguenza, la fiducia al governo Abe negli ultimi mesi è crollata ai minimi storici.

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Agli inizi di febbraio la nave da crociera Diamond Princess è rimasta bloccata sulle coste giapponesi a causa della presenza di un caso positivo a bordo. Il primo passo falso del governo giapponese è stato il ritardo  nell’imporre la quarantena a bordo, errore che ha portato al numero totale dei contagiati a salire fino ad arrivare alla cifra finale di 712 casi. Nonostante gli evidenti segnali della pandemia in crescita, Abe non ha sfruttato adeguatamente il tempo a disposizione per riuscire a prendere in tempo il virus e a contenerlo con successo e ha temporeggiato, esitando a prendere misure serie per contenere i contagi fino a marzo inoltrato, tempo in cui ormai diverse nazioni del mondo erano già state messe in ginocchio dal virus. L’esitazione dimostrata dal governo era in verità un tentativo di salvare i Giochi olimpici, in programma per questo luglio.

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La posticipazione delle Olimpiadi, le quali erano viste come evento all’insegna della “ricostruzione” e “rinascita” del Paese, ha portato grande delusione tra il pubblico giapponese. Oltre all’importanza dell’evento da un punto di vista politico e culturale, il motivo maggiore è indubbiamente di natura economica. Il Giappone si stima abbia investito una cifra pari a circa 30 miliardi di euro nei preparativi e nella costruzione delle infrastrutture per l’evento. Secondo una stima di Katsuhiro Miyamoto, il rinvio delle Olimpiadi procurerebbe a Tokyo una perdita di un totale di 5.6 miliardi di euro. Un’eventuale cancellazione, invece, porterebbe a una perdita di minimo 16 miliardi di euro. Per evitare a tutti i costi una perdita economica di questo calibro, Abe ha inizialmente minimizzato la crisi sanitaria e limitato il numero dei tamponi.

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Il Giappone ha pagato e sta tutt’ora pagando a caro prezzo la negligenza dimostrata dal governo. Il 7 aprile, poco dopo il rinvio delle Olimpiadi, Abe ha dichiarato lo stato di emergenza su territorio nazionale; una data ritenuta “troppo tardi” dalla maggior parte della popolazione. Dopo l’annuncio il sistema sanitario si è ritrovato sull’orlo del collasso, con ospedali in difficoltà in 43 su 47 prefetture a causa delle scarse risorse per la cura dei contagiati. Ad esempio, il governatore di Osaka Ichiro Matsui ad aprile aveva richiesto la donazione di impermeabili per ovviare alla mancanza di tute protettive negli ospedali. Con la fretta di fare ripartire velocemente l’economia, a metà maggio è stato revocato lo stato di emergenza nella maggior parte delle prefetture e due settimane dopo è stato revocato a livello nazionale. Questa scelta è stata considerata affrettata dall’opinione pubblica, la quale ha etichettato l’approccio di Abe come troppo focalizzato sulla ripresa economica piuttosto che sulla salute pubblica. Per aiutare le famiglie in difficoltà economica è stato varato un piano di misure come ad esempio il pagamento di 100,000 yen (circa 850 euro) a tutti i cittadini e l’invio di due mascherine a ciascun nucleo familiare. Tuttavia, queste misure non hanno ricevuto l’appoggio desiderato: in particolare, la decisione di inviare solo due mascherine per nucleo familiare è stata fortemente criticata e ha dato il via a un’ondata di prese in giro sul web, come il soprannome denigratorio Abenomask in riferimento alla nota strategia Abenomics[1], elemento di punta del programma politico di Abe.

 

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A causa della riapertura affrettata, queste ultime settimane hanno visto un notevole incremento dei casi di Covid-19, in particolare a Tokyo, dove questa settimana si è raggiunto il record di 286 casi (con un totale di circa 600 casi a livello nazionale), dato in assoluto più alto dall’inizio della pandemia. Il 15 luglio la governatrice di Tokyo Yuriko Koike ha dato l’ordine di innalzamento al massimo il livello di allerta per la situazione epidemiologica in tutto il territorio. Nonostante la crescita esponenziale dei casi, tuttavia, il focus del governo Abe rimane concentrato sul rilancio economico del Paese, e pare non esserci alcuna intenzione di annunciare un nuovo stato di emergenza. Mettendo a paragone le misure e la situazione attuale dei contagi con altri paesi dell’Asia-Pacifico, come ad esempio Taiwan, Corea del Sud, Vietnam e Nuova Zelanda, è evidente che la risposta di Abe al Covid-19 è stata senza successo.  

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In un sondaggio condotto da Asahi Shimbun a metà aprile, il 53% dei giapponesi ha affermato che Abe non è riuscito a dare al Paese una leadership adeguata e ha fallito nel tenere come priorità la salute pubblica, e il 77% ritiene che avrebbe dovuto dichiarare emergenza nazionale prima del 7 aprile. In un altro sondaggio di metà giugno è risultato che il 69% della popolazione disapproverebbe un eventuale quarto mandato dell’attuale Primo Ministro. Oltre che a livello domestico, alcune decisioni di Abe sono state aspramente criticate anche a livello internazionale: a marzo il governo ha chiuso le frontiere a un totale di 129 paesi e ha ammesso l’entrata soltanto ai cittadini giapponesi, negandola invece ai residenti di nazionalità straniera. Questa decisione ha lasciato un grande numero di residenti stranieri bloccati fuori dal Paese, separati da lavoro e famiglia, e ha scatenato forte dissenso e critiche sulla mancata reciprocità da parte del Giappone.

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Ormai nell’arcipelago si sta già iniziando a parlare della ‘post-Abe era’ e a guardare a potenziali candidati validi. Le recenti vicende hanno notevolmente diminuito la possibilità di ottenere un quarto mandato, facendo così svanire definitivamente il sogno di Abe di riformare la Costituzione pacifista, e nel Paese ci si chiede addirittura se riuscirà a terminare il terzo (la cui fine è prevista per settembre 2021). Inoltre, il recente arresto del suo ex Ministro della Giustizia per sospetto di brogli elettorali ha ricordato al Giappone una miriade di altri scandali in cui Abe è stato coinvolto in passato. La recente rielezione di Koike (vinta con il 70% dei consensi) l’ha fatta emergere come potenziale candidata alla prossima premiership: il suo approccio risoluto alla pandemia pare aver positivamente colpito l’opinione pubblica giapponese, in netto contrasto con il Primo Ministro. I prossimi mesi saranno decisivi nel delineare il futuro governativo del Paese, ma per sanare l’erosione della fiducia del popolo in Abe sembra essere troppo tardi.

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Note

[1] Abenomics, sincrasi di Abe e economics, è un termine coniato per indicate la politica economico-finanziaria presentata nel 2013 volta a risollevare il Giappone da un’economia stagnante. È composta da tre aspetti fondamentali: politica monetaria, politica fiscale e un programma di strategie di crescita.

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