LA PANDEMIA PIEGA IL SISTEMA DI IMMIGRAZIONE AMERICANO

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Mentre il coronavirus dilaga negli Stati Uniti, dove ogni giorno aumentano i numero dei contagiati, un’altra questione legata al diffondersi della pandemia pone l’accento sulle condizioni dei migranti, soprattutto bambini e famiglie, detenuti ai confini del Paese.

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Nonostante l’abolizione della Zero-Tolerance policy di D. Trump nel 2018, che prevedeva l’immediata separazione delle famiglie al confine, a distanza di due anni la situazione non è sostanzialmente cambiata. Le famiglie non vengono più separate al confine tuttavia il rapido diffondersi del coronavirus e il dilungarsi della detenzione, soprattutto nei family detention centres, sta letteralmente piegando il sistema di immigrazione americano, mostrando i vizi di un modello incline a rischiare sulle condizioni di questi individui. L’emergenza sanitaria, quindi, ha scostato il ‘‘Velo di Maya’’ americano su quella che è la realtà concreta di una politica, legata all’immigrazione, che vacilla e che si dimostra del tutto inadeguata perché mina il rispetto dei diritti umani. Gli Stati Uniti, oggi, si trovano a fronteggiare una grande sfida, da un lato il contenimento e lo sradicamento del virus, da l’altro l’impellente urgenza di riformare le politiche sull’immigrazione. L’America sarà all’altezza del compito?

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La legge sull’immigrazione negli Stati Uniti è, infatti, una delle più restrittive al mondo e comprende una serie di norme che regolano chi ha il permesso di entrare nel paese e per quanto tempo è possibile rimanervi.L’Immigration and Nationality Act (INA) del 1952, infatti, ha contribuito ad includere, in un unico documento, tutta una serie di norme riguardanti l’immigrazione, delineando i tratti essenziali e fornendo linee guida circa i criteri di ammissibilità e procedure per tutti gli stranieri, intenzionati a varcare i confini nazionali statunitensi. Negli Stati Uniti sono presenti circa 200 centri, che attualmente ospitano circa 40.000 persone, gestiti dall’Agenzia per l’immigrazione e le dogane, Immigration and Customs Enforcement, (ICE).

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Numerosi sono stati, negli anni, i migranti economici, richiedenti asilo e rifugiati, provenienti dall’America Centrale (in particolare Honduras, Guatemala e Messico), che hanno attraversato i confini statunitensi privi dei documenti necessari ad assicurare loro un accesso legale nel paese. Coloro che sono stati identificati come immigrati irregolari, sono stati sottoposti a controlli scrupolosi avvenuti all’interno di centri detentivi preventivi per l’immigrazione, situati nei pressi dei confini nazionali.

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In questi luoghi, gli immigrati irregolari sostano in attesa di valutazioni per l’ottenimento di permessi e riconoscimenti identificativi. Solo dopo aver ottenuto il riconoscimento per l’immigrazione, infatti, è possibile entrare negli Stati Uniti con la qualifica di residente permanente legittimo, Lawful Permanent Resident (LPR),[1] tuttavia i tempi di attesa per ottenere tali riconoscimenti e uno status legale effettivo sono molto lunghi, ciò comporta un’estensione della permanenza degli individui all’interno di quei centri.

 

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Con il diffondersi della pandemia, le politiche statunitensi sull’immigrazione hanno fatto emergere la fragilità di un sistema di controllo dei flussi migratori che sta esponendo molte persone a incertezze e pericoli connessi alle condizioni sanitarie. Molte famiglie e bambini, si trovano reclusi in questi centri, i cosiddetti family detention centres, esposti a innumerevoli rischi di contagio e condizioni igienico-sanitarie precarie. Il numero di casi di Covid-19 all’interno dei centri, confermati dall’Agenzia per l’immigrazione e le dogane, ammontava a 2.059 nel mese di giugno. Bisogna considerare che la celerità di propagazione del virus è dovuta sia alle condizione di sovraffollamento interno e, quindi, all’impossibilità pratica di mantenere la distanza sociale, sia alle mancata sanificazione dei luoghi. E’ chiaro che la prolungata permanenza di queste famiglie e bambini all’interno dei centri sta mettendo in discussione quanto stabilito dall’Accordo Flores del 1997, The Flores Settlement Agreement, che ha fissato delle specifiche limitazioni sulla durata della detenzione e rilascio dei minori sia accompagnati sia non accompagnati, stabilendo degli standard precisi sulle condizioni pratiche di tali procedure per garantire sempre la tutela e protezione dei bambini.

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In aggiunta, l’attuale situazione è aggravata dal numero considerevole di minori stranieri non accompagnati, Unaccompanied Alien Children (UAC), che sono considerati come i soggetti più vulnerabili che necessitano di maggiori cure e assistenza. La legge americana definisce i minori stranieri non accompagnati come ‹‹bambini al di sotto dei 18 anni, senza uno status legale di immigrazione, che arrivano negli Stati Uniti senza un genitore o tutore o, alternativamente, senza un genitore o un tutore negli Stati Uniti in grado né prendersi cura di loro né di avere la custodia legale di questi››[2].I minori stranieri non accompagnati si trovano sotto la custodia e cura dell’Ufficio per il Collocamento dei Rifugiati, Office of Refugees Resettlement (ORR) che si trova sotto l’amministrazione del Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umani, Department of Health and Human Services.

 

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La gestione separata degli arrivi di tali minori sussiste proprio per le urgenti necessita di fornire una maggiore, e più specializzata, tutela a questi individui. Il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umani, tuttavia, all’inizio del mese di giugno stava trattenendo circa 1.000 bambini. E’ chiaro che, conformemente con quanto stabilito dalla Convenzione sui Diritti del Bambino, Convention on the Rights of the Child (CRC), non ratificata dagli Stati Uniti, ‹‹i bambini immigrati e rifugiati dovrebbero essere trattati con dignità e rispetto e non dovrebbero essere esposti a condizioni che potrebbero danneggiarli o traumatizzarli››.[3] La detenzione, quindi, non può costituire una pratica accettabile, seppur facente parte del sistema di immigrazione statunitense, perché vìola chiaramente il principio del best interest dei bambini.

 

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Nei centri, dunque, il rischio di contrarre il virus è molto alto e le preoccupazioni per le condizioni di salute delle famiglie e dei minori sono reali e concrete. Nonostante i moniti internazionali relativi all’urgenza di rispettare i diritti umani, in particolare i diritti dei bambini, il 6 giungo l’Agenzia per l’immigrazione e le dogane (ICE) continuava a trattenere molti individui che, data l’emergenza sanitaria, avevano iniziato a percepire la prologata reclusione come un ‹‹atto di reale pericolo di persecuzione e tortura››.[4]Il giudice distrettuale Dolly Gee il 26 giugno ha, infatti, ordinato all’ICE il rilascio delle famiglie e dei  bambini, tenuti per più di 20 giorni nei centri detentivi familiari, in virtù delle forti preoccupazioni e dell’aumento degli individui postivi al Covid-19.

 

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La necessità di attuare riforme sull’immigrazione è prorompente, tuttavia il raggiungimento di tale obiettivo non è facile. Ciò è dimostrabile, anche, dai vari tentativi delle diverse amministrazioni e presidenze, che hanno cercato di gestire il problema secondo punti di vista differenti, tuttavia senza arrivare a soluzioni risolutamente decisive. L’urgenza di riforme, alimentata dall’emergenza sanitaria, pone la questione sotto una prospettiva diversa dove emergono le interdipendenze fra diversi fattori e individui che si intersecano con il tessuto sociale americano.

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Gli Stati Uniti devono necessariamente cambiare politica sull’immigrazione, valutando la questione dell’ingente numero di immigrati al confine non come un problema, piuttosto come un’opportunità di crescita economica, aumento di capitale umano e occasione di rivalsa internazionale sulla tutela di gruppi protetti e vulnerabili. La strada da percorrere è sicuramente tortuosa ma ciò che serve è un approccio più aperto, multiforme e comprensivo, modellato secondo le diverse esigenze di tutela dei vari attori coinvolti e incentrato su procedure che tengano in maggiore conto il rispetto dei diritti umani.

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Federica Gargano

Federica Gargano, classe 1994, dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali ha proseguito il suo percorso accademico ottenendo una laurea magistrale in International Relations con curriculum in International Studies, un corso di studi interamente tenuto in lingua inglese e conseguito con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi incentrata sul diritto penale internazionale e la crisi dei Rohingya. Scrive per un giornale online ed è attualmente Capo Redattore della redazione di Diritto Internazionale dello I.A.R.I, dove nello specifico tratta argomenti relativi al diritto penale internazionale, diritto internazionale, diritti umani e rifugiati.

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