“DI NECESSITÀ VIRTÙ”. CERCARE DI RISOLVERE IL PROBLEMA DELLA FAME POTREBBE OFFRIRE UNA NUOVA POSSIBILITÀ ALLO SVILUPPO AFRICANO

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Nonostante gli innumerevoli sforzi dei Paesi africani, l’ultimo rapporto dell’ONU mostra che la fame continua a crescere nel continente. La difficile situazione economica globale, il peggioramento repentino delle condizioni ambientali, i conflitti e la variabilità climatica hanno contribuito enormemente all’inversione del trend positivo che negli ultimi anni aveva consolidato una visione ottimistica sulla riduzione dell’emergenza denutrizione. Il raggiungimento dell’obiettivo di sviluppo sostenibile n°2 (fame zero) torna prepotentemente al centro del dibattito sullo sviluppo africano ed esige nuove soluzioni per fronteggiare la crisi, a partire dall’agricoltura.

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Un vecchio adagio africano, recita:

se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano, andiamo insieme”.

 

Secondo l’ultimo rapporto congiunto delle Nazioni Unite, circa 257 milioni di africani soffrono di denutrizione, vale a dire 1 su 5. La stragrande maggioranza di questi si trova nell’Africa sub-sahariana (circa 237 milioni), ma anche nella parte settentrionale del continente il dato continua a crescere. All’inversione del trend, che negli ultimi anni aveva fatto registrare sostanziali miglioramenti, contribuiscono in maniera preponderante i conflitti, il peggioramento delle condizioni ambientali, la variabilità climatica e l’aggravamento della situazione economica globale. Tali criticità hanno monopolizzato il dibattito internazionale sullo sviluppo africano, circoscrivendo di fatto il campo degli interventi a sostegno del continente.

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Gli investimenti esteri, i programmi di cooperazione, le varie partnership strette con i Paesi africani, sono da sempre intervenute su questi problemi in maniera parziale, tralasciando volutamente gli aspetti che in un modo o nell’altro interferivano con gli interessi economici principali. Uno dei più grandi fallimenti degli ultimi anni è quello dell’agri-business. Basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse del territorio per la produzione di materie prime da esportazione, è stato presentato a più riprese come la soluzione alle criticità legate alla sicurezza alimentare e alla disoccupazione giovanile, con importanti ripercussioni anche sui fenomeni migratori. La crisi che si palesa oggi davanti ai nostri occhi, a ben vedere, rivela le pesanti contraddizioni di un sistema eterodiretto e profondamente inadatto alle peculiarità africane.

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L’Africa è un continente dalla chiara vocazione agricola. Comprende circa il 24% della superficie utilizzabile per la coltivazione a livello globale, ma in termini produttivi si ferma al 6%, evidenziando un ritardo strutturale non indifferente. L’agricoltura è anche il settore che conta più lavoratori (circa il 60% considerando sia lavoro formale che informale). La maggior parte di questi pratica l’agricoltura di sussistenza, finalizzata alla soddisfazione delle esigenze di un gruppo ristretto di persone, con l’utilizzo di tecniche poco efficaci e senza alcuna accumulazione di capitale da reinvestire. La restante parte è costituita da compagnie commerciali multinazionali che sfruttano enormi porzioni di territorio per la produzione intensiva di prodotti alimentari di base.

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Nel continente è ravvisabile la sostanziale assenza di aziende agricole di medie dimensioni, con una separazione netta fra aziende familiari e commerciali (latifondiste). Questa peculiare struttura del sistema agricolo, non rappresenta l’esito evolutivo delle tradizionali pratiche contadine, bensì il risultato indotto di una serie di politiche che già a partire dagli anni ’70  e  ‘80, hanno perseguito lo sfruttamento delle sue risorse per fini meramente economici.

Già in quell’epoca infatti, prevalse l’idea che il libero commercio fosse la panacea ai problemi di arretratezza del continente, con la conseguente implementazione di un sistema agricolo di tipo intensivo. Il risultato più immediato fu la marginalizzazione dell’agricoltura contadina, l’unica dal punto di vista pratico a poter garantire la resilienza del sistema.

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Il modello agro-industriale che veniva, e viene tutt’ora imposto in Africa infatti, insieme alle criticità legate ai cambiamenti climatici, non permette da una parte l’assorbimento dell’enorme numero di giovani che ogni anno si affacciano al mondo del lavoro (circa 12 milioni), che di conseguenza emigrano, e dall’altra non consente di sfamare le popolazioni locali, che si spostano nelle città alla ricerca di guadagno, incrementando  di fatto l’instabilità sociale e la povertà.

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Il sistema degli investimenti fatti nel settore agricolo, ha da sempre sostenuto l’agricoltura industriale a scapito dei così detti small farmers, che stanno via via scomparendo. Il contributo dei piccoli sistemi agricoli su scala locale alla sicurezza alimentare e alla mitigazione del fenomeno migratorio è stato dunque da sempre sottovalutato. Piuttosto che orientare i programmi di sviluppo e cooperazione verso la diffusione di tecniche di coltivazione replicabili dai piccoli produttori e alla creazione di mercati integrati nel territorio, che hanno un’importanza fondamentale per la sicurezza alimentare visto che in essi transita circa l’80% dei prodotti consumati in tutto il mondo, si è scelto di prediligere il commercio internazionale, presentato dalla narrazione dominante come unica soluzione alla povertà e alla fame.

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Basta una semplice ricerca sulla rete, per scontrarsi con la dura realtà di questo sistema. Esistono infatti grandi compagnie commerciali (sostanzialmente commistioni fra gruppi d’affari africani e multinazionali estere), che presentandosi come campioni della sostenibilità, offrono allettanti (almeno in apparenza) possibilità di mercato per gli agricoltori locali, imponendo tuttavia il tipo di produzione e le tecniche di coltivazione, snaturando di fatto il rapporto dell’uomo con la terra, che nel tempo aveva trovato un suo equilibrio e riducendo quella vastissima biodiversità che è oggi una delle cause della scarsa resilienza del sistema produttivo, insidiato da continui shock esogeni di varia natura.

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E’ da escludere tuttavia la demonizzazione tout court del commercio. La domanda che dovremmo porci infatti è: “quale commercio dovrebbe essere sviluppato?”. Era chiaro infatti che la propensione per lo scambio internazionale, in virtù dell’evidente asimmetria produttiva fra il nord e il sud del mondo, avrebbe prodotto una condizione di forte dipendenza fra i secondi (che attualmente importano circa l’80% delle derrate alimentari consumate) e i primi, con effetti nefasti sulla crescita del continente africano e sulla sua capacità di garantire un adeguato standard di vita ai suoi abitanti.

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Sarebbe invece stato auspicabile lo sviluppo di un commercio intra-africano tramite la promozione degli investimenti esteri per la creazione di un circuito commerciale integrato col territorio, fatto di infrastrutture e reti di trasporto efficienti nonché di sistemi di raccolta e stoccaggio delle merci. I progetti di sviluppo avrebbero dovuto investire gran parte delle risorse nella formazione del capitale umano, ovvero in quell’insieme di competenze e abilità professionali che avrebbero permesso ai giovani africani di aprirsi al lavoro agricolo con la capacità di innovare un settore non solo utile per la sopravvivenza dei territori, ma che viste le sue potenzialità, potrebbe offrire al continente la sua più grande chance di sviluppo.

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Il focus sulla scala locale, sull’integrazione delle piccole produzioni, sull’innovazione degli antichi saperi tramite le nuove tecniche di coltivazione e le nuove tecnologie, potrebbe da una parte scongiurare i rischi legati all’emergenze denutrizione e dall’altra permetterebbe di guardare al futuro con fiducia, creando un ambiente attrattivo per la manodopera locale, non più costretta a pericolose fughe verso altri paesi per vedersi garantita la sopravvivenza.

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Sostanzialmente ci troviamo davanti al solito dilemma sullo sviluppo africano. Se l’intenzione sarà quella di sostenere effettivamente l’economia del continente, allora potremmo rifarci orientativamente a quanto sopra esposto. Se invece lo scopo delle nostre politiche, fosse esclusivamente l’arricchimento immediato e ulteriore delle multinazionali (con potenziali ripercussioni negative anche in casa nostra), allora dovremmo dare continuità allo sfruttamento intensivo delle risorse africane attraverso l’implementazione di tecniche e tecnologie agricole lontane anni luce dalle capacità e dalle competenze della maggior parte dei piccoli produttori locali, oltre ovviamente a suggellare con ulteriori accordi il libero commercio internazionale.

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