DOV’È LA SOCIETÀ CIVILE NEL CONFLITTO LIBICO?

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All’interno della crisi libica, la presenza di mercenari di diverse nazionalità e il coinvolgimento delle potenze regionali e internazionali hanno oscurato il ruolo della società civile nella risoluzione politica del conflitto, sulla quale premono, con scarsi risultati, le iniziative diplomatiche della comunità internazionale.

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Quando si parla del conflitto libico, in corso dal 2011 in seguito alla deposizione del regime di Gheddafi, ci si concentra molto sugli stati esterni che sono intervenuti nel conflitto, con i relativi mercenari, e sui loro interessi strategico-economici nell’appoggiare il primo ministro al-Sarraj o il generale Khalifa Haftar. All’interno di questo quadro, nonostante la comunità internazionale, e la recente iniziativa diplomatica egiziana, abbiano sottolineato la necessità di una soluzione politica al conflitto, e lo svolgimento di elezioni parlamentari, la società civile non viene presa realmente in considerazione nella risoluzione della crisi libica. Eppure, sono state proprio le azioni della società civile, con lo scoppio della rivoluzione del 17 febbraio a Benghazi, a portare, in seguito all’intervento americano, giustificato dalla dottrina della responsabilità di proteggere, alla deposizione del regime di Gheddafi nel 2011. In seguito alla quale è iniziata in una guerra civile che si è progressivamente internazionalizzata, con relativi momenti di esclation e distensione.

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La mancata ricostruzione del paese, in seguito alla deposizione del regime di Gheddafi, ha portato a dei vuoti di potere all’interno del territorio statale, che sono stati riempiti da mercenari stranieri e gruppi jihadisti. Dunque, in una situazione in cui il discorso pubblico è focalizzato sulla dimensione regionale e internazionale del conflitto, e la comunità internazionale non riesce a far conciliare gli interessi dei vari attori esterni coinvolti, la domanda che ci poniamo è la seguente: qual è la posizione della società libica all’interno di questa crisi politico-istituzionale in corso da lungo tempo?

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Due settimane fa, migliaia di persone hanno manifestato nella città di Benghazi – roccaforte del generale Khalifa Haftar, che detiene il controllo della parte orientale della Libia, ovvero la della Cirenaica – mostrando, attraverso slogan e striscioni, il proprio dissenso verso Fayez al-Sarraj, il primo ministro a capo del governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, e il suo alleato il presidente turco Erdogan. Ed è proprio contro di lui che si sono scagliati i manifestanti, con particolare veemenza, agitando cartelli con su scritto ‘’La Libia non si inchinerà al regime turco’’ e ‘’No alla colonizzazione, no all’intervento turco’’. A novembre di quest’anno, attraverso la stipula del memorandum con Tripoli, Ankara è entrata ufficialmente nella guerra civile libica, offrendo supporto tecnico-militare al governo di Tripoli. Il coinvolgimento della Turchia ha portato ad una nuova escalation del conflitto, in quanto il generale Haftar ha rinforzato, in risposta alla minaccia turca, le file dei suoi militari con mercenari provenienti dall’Europa, in particolare Russia, e dall’Africa, tra cui il Sudan. In risposta, le forze militari al sostegno di al-Sarraj, con il supporto della Turchia, hanno fatto ricorso a profughi siriani per difendere la città di Tripoli dall’avanzata verso Tripoli dell’esercito nazionale libico, sotto il comando del colonnello Khalifa Haftar.

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Pochi giorni dopo le proteste avvenute a Benghazi, due settimana fa, gli abitanti di Tripoli, hanno celebrato la caduta dell’ultima roccaforte occidentale di Haftar, dopo una campagna militare, durata quattordici mesi, lanciata dal colonello per riconquistare la città di Tripoli. In quest’occasione, i tripolini hanno espresso la loro fermezza nell’opporsi a qualsiasi minaccia, interna ed esterna al paese, che ostacoli l’istituzione di uno stato civile in Libia e quindi verso coloro che, secondo loro dichiarazioni, vogliono rinstaurare un regime dittatoriale militare simile a quello esistente prima della rivoluzione di febbraio. Il riferimento è all’esercito nazionale libico e ai suoi partner regionali e internazionali.

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Qualche giorno fa, in un’intervista a France 24, il presidente algerino, Abdel Majid Taboun ha sottolineato la necessità di svolgere al più presto delle elezioni in Libia, che riportino la sovranità statale alla società civile, mettendo in luce le loro esigenze. Lo stesso ha sottolineato Agila Salih, presidente della Camera dei Rappresentanti a Tobruk, in Cirenaica, sottolineando la necessità di far tornare la sovranità al popolo libico.

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All’interno della crisi libica, il ruolo della società civile, nella risoluzione del conflitto, è stato oscurato dalla presenza di mercenari di diverse nazionalità e dagli interessi delle potenze regionali e internazionali nel conflitto. Il territorio libico, infatti, dispone di ingenti materie prime e si trova in una posizione strategica all’interno del Mediterraneo orientale, un’area che è diventata, di recente, di centrale interesse per l’Europa e i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa come dimostrano le recenti controversie tra Turchia, Grecia ed Egitto riguardo la delimitazione delle acque territoriale libiche e la costruzione di gasdotti ad est del Mediterraneo. Se da una parte i paesi arabi del Nord Africa, come l’Algeria, sottolineano la necessità di coinvolgere la società libica all’interno della risoluzione del conflitto, la comunità internazionale – con le ripetute dichiarazioni del cessate il fuoco e le violazioni continue dell’embargo d’armi imposto dalle Nazioni Unite – sembra essere troppo impegnata a conciliare gli interessi degli stati esterni, coinvolti nel conflitto, piuttosto che focalizzarsi sulla società civile e il suo ruolo nell’elaborare una soluzione politica pacifica al conflitto libico.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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