HONG KONG: NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE E UN DESTINO INCERTO

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L’adozione della nuova legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong sembra compromettere il principio costituzionale “one country, two systems”. Quale sarà il futuro del paese?

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Il 30 giugno, il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo cinese, vale a dire la massima autorità legislativa di Pechino, ha adottato la nuova legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong (HK). Prima di evidenziare le preoccupazioni derivanti dall’entrata in vigore di questa normativa e alcune delle sue disposizioni fondamentali, vale la pena fare un breve excursus storico sullo status giuridico che HK nutre rispetto alla Cina.

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In seguito ad una lunga serie di trattative tra i governi di Margaret Thatcher e Zhao Ziyang, il 19 dicembre 1984 venne firmata la Sino–British Joint Declaration. Si tratta di un vero e proprio trattato internazionale con il quale venne stabilito che il territorio di HK – fino ad allora considerato un’ex colonia britannica – sarebbe ritornato sotto la potestà giuridica cinese come regione amministrativa speciale. Il principio cardine che ha ispirato la riunificazione è quello del “un paese, due sistemi” in base al quale la Repubblica Popolare Cinese (RPC), sebbene intesa come unico stato sovrano, è caratterizzata da due modelli distinti: quello socialista cinese da un lato e quello capitalista inglese dall’altro. In altre parole, in base al meccanismo “one country, two systems”, che sarebbe decorso a partire dal 1997, HK avrebbe mantenuto il sistema socio-economico vigente al tempo della colonizzazione inglese e goduto di un alto livello di autonomia in ambito legislativo, esecutivo e giudiziario, ad esclusione delle questioni di politica estera e difesa che restavano di competenza del governo centrale di Pechino. Un altro evento di fondamentale importanza per la storia recente di HK è stata l’adozione della Basic Law nel 1990.

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Entrata in vigore il 1° luglio 1997 ed emanata in conformità dell’accordo sino-britannico, essa rappresenta la fonte giuridica principale di HK in quanto contiene i principi generali che regolano lo sviluppo della regione amministrativa speciale, oltre alle norme che disciplinano le relazioni con Pechino e garantiscono la protezione dei diritti umani, come l’uguaglianza di fronte alla legge e la libertà di parola e di associazione che sono, invece, negate in gran parte in Cina. Sia la Joint Declaration che la Basic Law prevedono che l’autonomia di HK durerà fino al 2047 ma molte sono le preoccupazioni circa il destino del paese. Mentre alcuni analisti affermano che l’indipendenza di HK continuerà anche dopo la scadenza prefissata, altri invece ritengono, più plausibilmente, che l’isola tornerà sotto la giurisdizione della Cina data la sua crescente interferenza negli affari interni di HK. Ed è proprio in tali termini che l’approvazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta ad HK dovrebbe essere letta.

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Approvata all’unanimità, con 162 voti favorevoli, l’articolo 1 della legge in esame intende punire gli atti di sedizione, sovversione, secessione, interferenza straniera negli affari locali e qualsiasi azione terroristica che possa mettere a repentaglio la sicurezza del paese, prevedendo pene fino all’ergastolo. Secondo la governatrice di HK, Carrie Lam, si trattava di un passo indispensabile per ripristinare l’ordine interno a seguito dell’intensificarsi delle proteste di massa che, specialmente a partire da giugno dell’anno scorso, stanno attraversando il paese creando forti tensioni tra governo locale e centrale. Nel suo discorso al Consiglio per i Diritti Umani alle Nazioni Unite, ella ha inoltre precisato che la legge non intaccherà in alcun modo i diritti e le libertà acquisite dai cittadini di HK durante questi anni. A livello internazionale, tuttavia, non sono mancate ampie critiche da parte di alcuni paesi occidentali. Regno Unito, Stati Uniti e UE ritengono che una legge simile possa accrescere il controllo della Cina su HK e, pertanto, rappresentare una pesante stretta all’autonomia legale e giuridica di quest’ultimo.

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Anche le organizzazioni per i diritti umani hanno manifestato le loro preoccupazioni, facendo presente la possibilità che Pechino sfrutti questa normativa in modo arbitrario per mettere fine a qualsiasi forma di dissenso e opposizione contro il regime. Al riguardo, Joshua Wong – attivista e leader del gruppo pro-democrazia Demosisto – è stato infatti costretto a dare le sue dimissioni proprio per il timore di finire nel mirino della legge.

Esaminando più da vicino i dettagli della normativa, tra i punti chiave e, allo stesso tempo, aspetti più preoccupanti, rientrano:

  • l’istituzione ad HK di un ufficio di sicurezza, costituito da funzionari cinesi e avente l’obiettivo di svolgere attività di indirizzo, intelligence e controllo, oltre a decidere chi possa essere estradato in Cina in casi eccezionali;
  • la formazione di una Commissione per la tutela della sicurezza nazionale il cui compito è adottare tutte quelle misure e piani volti a garantire l’applicazione della legge. Essa è presieduta dal capo esecutivo di HK e composta da funzionari che agiranno sotto la supervisione di un advisor nominato direttamente da Pechino;
  • l’autorità da parte della leader di HK di designare, previa consultazione con il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, i giudici che saranno chiamati a decidere a livello locale sulla colpevolezza degli imputati, mettendo a repentaglio l’indipendenza della magistratura garantita dall’articolo 85 della Basic Law;
  • l’interpretazione della legge che, spettando solamente al Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo in base all’articolo 65, esclude la facoltà per le autorità giudiziarie di svolgere un controllo giurisdizionale sulla legislazione e sugli atti adottati dalla Commissione per la tutela della sicurezza nazionale;
  • il fatto che la normativa sia applicabile ad organizzazioni, individui residenti e non ad HK, anche quando abbiano commesso proteste pacifiche non autorizzate.

 

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In conclusione, in uno scenario internazionale già complicato in sé e dominato dall’emergenza sanitaria da COVID-19, Hong Kong ha dovuto fare i conti anche con l’approvazione di una nuova legge sulla sicurezza nazionale con la quale Pechino sembra voler mettere fine, anticipatamente, al principio “un paese, due sistemi”. Entrata in vigore proprio nel giorno dell’anniversario della restituzione di HK alla Cina, questa legge ci ricorda quanto possa essere forte la volontà cinese di riacquisire il pieno controllo sul territorio e annullare le fondamenta ideologiche e amministrative che sorreggono la regione amministrativa speciale. Pertanto, nello stato di incertezza che aleggia sul futuro di HK, si potrà continuare a parlare di “un paese, due sistemi” oppure questa legge segna l’inizio della nuova formula “un paese, un sistema”?

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