PRESIDENZIALI USA 2020, VINCE CHI TACE?

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Le elezioni per il nuovo Presidente degli Stati Uniti si svolgeranno tra quattro mesi e molte sono le questioni che rendono difficile immaginare come si arriverà al voto, a partire dall’aumento frenetico dei contagi delle ultime settimane. Lo stesso Trump, dopo aver sbeffeggiato per mesi chi utilizzava le mascherine, si è detto favorevole ad indossarle. Intanto il dibattito parlamentare si sta consumando su due temi di grandissimo peso per l’intera storia degli Stati Uniti: la riforma delle forze dell’ordine e la riforma sanitaria. Opposte le posizione dei principali partiti, opposte le maggioranze, dei Repubblicani in Senato e dei Democratici alla Camera, specchio di un Paese spaccato in due.

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Se da una parte uno dei candidati parla troppo poco, e se lo fa non sono in molti ad ascoltarlo, l’altro ha parlato troppo quando sarebbe stato saggio tacere. Quali sono stati i principali scivoloni di Trump nell’ultimo periodo? Il Primo giugno Trump ha scattato una foto davanti alla Chiesa di St. Paul a Lafayette Square, con in mano una Bibbia. Non ci sarebbe stato nulla di male, se non fosse che quello scatto ha rappresentato uno degli apici del dissenso raccolto da Trump nel suo mandato. Il web è letteralmente impazzito su questa vicenda. La foto andava scattata in una piazza da sempre teatro di manifestazioni pacifiche. I manifestanti presenti a Lafayette Square sono stati evacuati senza alcun preavviso alle 18.15, colpiti da manganelli e proiettili di gomma, quando il coprifuoco sarebbe scattato alle 19. Alle 18.40 Trump è uscito dalla Casa Bianca, si è recato alla Chiesa, ha scattato la foto, ed è ritornato indietro. Si è trattato di un atto volto a dimostrare chi detiene la forza.

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Qualche giorno dopo il Presidente ha sostenuto che l’anziano spinto dalla polizia e lasciato a terra sanguinante a Buffalo, avrebbe potuto costituire una minaccia alla sicurezza, giustificando un gesto che ha creato indignazione a livello mondiale. Trump ha poi dichiarato che avrebbe tenuto il primo comizio il 19 giugno, data in cui si celebra la fine della schiavitù, nella città di Tulsa, teatro di uno dei più gravi massacri di afroamericani. Alla fine il comizio è stato posticipato di un giorno, ma le polemiche non sono terminate per quanto riguardava la decisione di svolgere un grande assembramento in piena epidemia. Il comizio alla fine è stato un flop. Il palazzetto non era pieno nemmeno per metà e la scarsissima affluenza non può essere giustificata dalla mobilitazione su TikTok (che l’attuale amministrazione vorrebbe ora mettere al bando) che ha gonfiato fasullamente le prenotazioni, in quanto gli accessi erano illimitati. Le persone hanno deciso di non partecipare per paura del contagio. Secondo le statistiche di ABCNews/IpsosPoll, il 56% della popolazione reputa che la riapertura sia stata prematura e il 76% teme di contrarre il virus. Ed effettivamente dopo il comizio si è registrato un picco di contagi, che hanno coinvolto anche membri dello staff di Trump. L’11 luglio nel Paese è stato raggiunto il nuovo record nei contagi, arrivati a quota 38.919.421.

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Trump ha poi dichiarato che accetterà formalmente la ricandidatura il 27 agosto a Jacksonville, in Florida, nella data e nel luogo in cui sessanta anni fa si consumò un famoso attacco del Ku Klux Klan. Le date scelte non sembrano quindi casuali, come non sembra casuale la scelta di cancellare alcune norme a protezione della comunità LGBT il 12 giugno 2020, a 4 anni dalla strage di Orlando. Pochi giorni fa il Presidente ha anche comunicato l’uscita degli Stati Uniti dall’OMS alle Nazioni Unite. Trump ha inoltre graziato il suo ex collaboratore Roger Stone condannato a 40 mesi di carcere per vari reati di intralcio alla giustizia. La strategia sembra quella di spostare l’attenzione su altri problemi, come la violenza dei fascismi di estrema sinistra, tentativo che però non sembra star funzionando.

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E Biden? Nelle ultime settimane il candidato democratico ha incontrato la famiglia di George Floyd e si è impegnato a promuovere una radicale riforma della polizia che faccia dipendere i finanziamenti da standard di merito (commettendo però uno scivolone, affermando che i poliziotti dovrebbero sparare alle gambe e non al cuore). Un tema centrale in quanto, secondo un sondaggio di Reuters/Ipsos, circa l’80/90% degli americani ritengono che siano necessarie diverse riforme della polizia.

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Biden non sta acquisendo la rilevanza mediatica che ci si aspetterebbe da un candidato alla Presidenza e in molti lo rimproverano di poca incisività. Se è vero che sfidare un Presidente come Trump non sia facile, questa situazione (che sia frutto della contingenza o di strategia) potrebbe fare gioco allo stesso Biden, che, caratterizzando il voto di novembre come un referendum su Trump, acquisterebbe forse maggiore consenso. Va sottolineato che Biden ha anche un altro svantaggio: i follower. Sulla scena dei social la differenza tra i due candidati è abissale e incolmabile. Il presidente in carica ha 28 milioni di follower su Facebook e 82,4 su Twitter, mentre il candidato democratico ne ha solo 2 su Facebook e 6,4 su Twitter.

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La domanda è quindi se correre in sordina assistendo ai continui scivoloni del suo competitor, che occupano la maggior parte dell’attenzione dei media, potrebbe condurlo alla vittoria. È probabile però che tutto questo a lungo andare non basti, che non basti essere “il meno peggio”. Le persone che stanno scendendo in piazza esigono delle risposte che sembrano tardare ad arrivare. La creazione della Task-Force programmatica con Sanders, sembra il tentativo di rispondere a questa esigenza. Sicuramente la scelta della sua Vice, che ad oggi sappiamo solo essere donna, potrebbe essere un tema che ravviverà la sua campagna elettorale. Le più quotate ad oggi sono: Kamala Harris, di origini indo-jamaicane, Tammy Duckworth, di orgini sino-tailandesi, e Val Demings, afroamericana.

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E i sondaggi? I sondaggi spesso sono stati causa di gravi errori di valutazione strategico-politica, ma raccontano comunque qualcosa di inaspettato su ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Secondo la  Monmouth University, il 76% degli americani vede nel razzismo un grosso problema, mentre il 74% ritiene che il Paese abbia intrapreso una direzione sbagliata. Questi sondaggi coinvolgono ovviamente anche gli elettori del Partito Repubblicano, mostrandando di fatto il fallimento della retorica “legge e ordine” che Trump rivolge al suo elettorato. I sondaggi attribuiscono unanimemente a Trump uno svantaggio che non si vedeva da decine di anni, che resterebbe tale anche se i dati sbagliassero di 10 punti. Persino per la conservatrice Fox News lo stacco è di 12 punti. Secondo la stima condotta da Cook Political Report, l’ex vicepresidente ha un vantaggio tale da poter superare quota 270 voti elettorali (quelli necessari per vincere a novembre) anche con Florida, North Carolina, Georgia e Arizona ancora in bilico. Per far fronte a questi dati, il comitato elettorale di Trump (da sempre contrario ai dibattiti pubblici), ha chiesto di aumentare a quattro i confronti televisivi autunnali con Biden, il quale ha accettato la sfida attaccando frontalmente il Presidente a NBC News.

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Negli anni della sua Presidenza, Trump ha raccolto molto consenso attorno alla crescita economica e al calo della disoccupazione, aspetti quasi del tutto vanificati dall’epidemia. Era inoltre riuscito a nominare due giudici della Corte Suprema: tali nomine sono per molti il vero motore del voto. Trump ha però ottenuto le più sonore sconfitte proprio alla Corte Suprema: una sulle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, una sul DACA, il Deferred Action for Childhood Arrivals voluto da Obama (che Trump avrebbe voluto cancellare ma sulla quale ha poi cambiato idea, forse dopo le pressioni di molti leader della comunità evangelica) e l’ultima quando ha consentito ai Procuratori di Manhattan di accedere alle sue dichiarazioni dei redditi come parte dell’indagine su Stormy Daniels.

 

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Vista la situazione, Trump si ritirerà? Ad oggi sembra impossibile. Trump ha vinto le primarie e i militanti del suo partito lo sostengono ardentemente. Nessuno può negargli quello che è un suo diritto acquisito, a meno che non sia lui stesso a fare un passo indietro ma nulla ad oggi ci può far pensare che voglia. In quattro mesi può cambiare tutto, in particolare negli Stati Uniti, un Paese che ha dimostrato di non apprezzare i cambiamenti in momenti di crisi e in cui le campagna elettorali possono cambiare gli esiti di tutto ciò che si dava per scontato.

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La notizia della candidatura di Kanye West rende questa tornata elettorale ancora più anomala. West non sarebbe il primo che dal mondo del spettacolo approda a quello della politica, ma il fatto che in molti Stati non ci siano più le condizioni per raccogliere le firme necessarie alla presentazione della candidatura, rendono le sue dichiarazioni più un azzardo che altro. Il cantante, da sempre convinto repubblicano, soffre inoltre di un disturbo bipolare che, secondo la famiglia, lo avrebbe condotto a compiere dichiarazioni come quella in cui ha definito i vaccini opera “della bestia”.

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Difficile affermare con certezza cosa accadrà, se Trump non sarà rieletto significherà che le sue azioni degli ultimi tempi hanno consacrato la sua fine, ma potrebbe anche accadere che tutto il vantaggio accumulato da Biden si disperda, che le elezioni diventino uno scontro politico e mediatico più che un referendum su Trump, il quale potrebbe ancora riconquistare il consenso raccolto in questi anni, dimostrando fermezza e incisività, caratteristiche da sempre apprezzate dall’elettorato d’oltreoceano. Vincerà chi saprà tacere nei momenti giusti? Visti i terreni ostici della pandemia e delle rivolte su cui si consumerà lo scontro, usare tatto e pacatezza piuttosto che commettere atti impopolari, è ciò che verrà premiato? Indubbiamente la scaltrezza oratoria non sembra essere l’arma vincente di nessuno dei due candidati.

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Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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