COME IL MEDIO ORIENTE GUARDA ALLA RUSSIA DI PUTIN

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Uno dei più grandi successi della politica estera Russa nel Medio Oriente è che la Russia di Putin è riuscita a tessere una rete di buone relazioni con tanti Stati della regione nonostante alcuni di loro siano nemici tra loro. Questo raggiungimento è merito non solo della diplomazia di Putin ma anche della volontà degli attori regionali di stringere un buon rapporto con la Russia. L’articolo di seguito tenta di descrivere questa rete di rapporti e i limiti che essa pone.

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Buone relazioni con tutti

La Russia ha buone relazioni con i maggiori attori anti-Americani e anti-Israeliani della regione. Allo stesso tempo, ha costruito buoni rapporti con chi è tradizionalmente un alleato degli Stati Uniti, vale a dire Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Giordania. Le relazioni di Mosca con la Turchia sono state altalenanti: l’iniziale deterioramento, avvenuto nel contesto del conflitto in Siria, risale al 2015 quando le forze Turche abbattono un aereo militare Russo. Le scuse Turche arrivano l’anno successivo segnando una ripresa della loro amicizia suggellata dal supporto che Putin dichiara ad Erdogan durante il tentativo di colpo di stato ai danni del leader Turco. Lo scontro in Siria però prosegue qualche anno più tardi nel territorio di Idlib dove i due si fronteggiano decidendo poi di promuovere un cessate il fuoco. Nel frattempo, si apre un nuovo fronte, quello Libico, dove Russia e Turchia supportano fronti opposti. Intanto in Siria Mosca mantiene buone relazioni anche con i Curdi che la Turchia fronteggia reputandoli terroristi.

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Le ragioni del successo Russo in Medio Oriente

Spiegare perché Iran, Siria (e Hezbollah) cerchino buone relazioni con la Russia non è difficile: ognuno di loro condivide un forte sentimento anti-Americano e combatte per l’estromissione degli USA dal territorio medio orientale. Di conseguenza, vedono nella Russia un partner conveniente. Dal canto loro, l’Arabia Saudita, gli altri Stati del Golfo, Egitto, Giordania, Turchia e perfino Israele iniziano a temere una progressiva diminuzione dell’impegno Americano nella regione. La decisione di Trump di ritirare le sue troppe dal Nord della Siria ne è il più recente esempio. Migliorare dunque la relazione con la Russia per questi Stati significa da un lato stimolare nuovamente il supporto Americano, e dall’altro costruire una rete di alleati alternativi nel caso in cui la presenza Americana verrà effettivamente a mancare un giorno.

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Inoltre, Putin ha sempre presentato la Russia come sostenitore dello status quo in Medio Oriente e i governi nella regione percepiscono effettivamente la politica di Putin in Medio Oriente come più coerente di quella Americana sia di George Bush (con il suo tentativo di democratizzare l’Afghanistan e l’Iraq) che di Obama (con il suo approccio all’Iran e l’intervento in Libia ma il rifiuto di intervenire in Siria) e di Trump col suo comportamento imprevedibile. Una seconda regione a fianco del tentativo degli attori locali di condizionare la politica Americana è il desiderio di bilanciare le rivalità nella regione: se Mosca supporta uno Stato e il suo rivale, allora per lo Stato in questione conviene cooperare con la Russia per 1) dare a Mosca un incentivo per mediare tra i rivali nella regione, piuttosto che supportare solo uno Stato contro gli altri e 2) possibilmente riuscire nel tentativo di spezzare i rapporti della Russia col rivale in questione.

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Quanto potrà durare?

Finora Putin è stato abbastanza bravo a mediare tra i rivali della regione, ma quanto tutto ciò potrà durare? In un conflitto tra Iran da un lato e i paesi del Golfo/Israele dall’altro, gli USA supporterebbero i secondi. Se la Russia prendesse posto di fianco alla Repubblica Islamica potrebbe perdere l’influenza acquisita sui paesi del Golfo, mentre non prendere parte significherebbe perdere influenza sull’Iran. Similarmente, uno scontro tra Turchi e Curdi peggiorerebbe la relazione tra Turchia e USA, ma incrinerebbe anche quella tra Turchia e Russia. Infatti, se da un lato la Russia vorrebbe che l’amicizia tra Turchia USA si rompesse, dall’altro non vuole che la prima eserciti un’influenza maggiore in Siria. Quindi, supportare i Curdi significherebbe ostacolare la Turchia in ciò e anche minare al buon rapporto tra USA e Curdi al fine di contenere l’influenza Americana nella regione. Allo stesso tempo, appoggiare i Curdi minerebbe al rapporto tra Russia e Turchia che come accennato naviga già su acque delicate.

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Inoltre, non è chiaro fino a che punto la Russia sia effettivamente disposta a spendere le sue forze per supportare regimi locali come ha fatto in Siria. Covid-19 ha peggiorato ulteriormente questa condizione precaria perché ha congelato la politica medio orientale della Russia la quale ha dichiarato di intervenire solo laddove lo status quo è messo a rischio. Dunque, nuovi fronti non verranno aperti a breve e l’impegno in Libia sarebbe da leggersi entro questi termini.

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Il successo futuro di Putin dipende infine anche dalla volontà degli attori regionali di cercare il suo sostegno nonostante supporti anche i loro avversari. Infatti, se questo atteggiamento favorisce un bilanciamento di poteri nella regione, conduce anche gli attori ad essere restii ad affidarsi completamente alla Russia proprio perché essa concede supporto anche agli avversari. Quando qualcuno riterrà che Mosca stia dando appoggio ad un avversario in misura maggiore di quanto concesso a lui stesso, allora l’attore in questione potrebbe voler causare problemi a quell’avversario per minare il suo rapporto con Mosca.

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Se la politica Russa nella regione non riuscirà a contenere conflitti esistenti, ma al contrario contribuirà a ingigantirli, come quello tra Turchia e Curdi, allora ciò potrebbe segnare la fine dell’influenza Russa sulla regione. Putin è stato bravo a bilanciare tra rivali anziché supportare un paese contro altri (come gli Americani), ma non c’è garanzia che questo sia sostenibile nel lungo termine.

 

 

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