UNA RIVOLUZIONE POPOLARE RIUSCIRÀ A RIPORTARE LA DEMOCRAZIA IN SUDAN?

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Durante i mesi primaverili del 2019 una nuova ondata di proteste ha interessato alcuni paesi dell’area mediorientale – tra gli altri, Algeria, Sudan, Libano e Iraq – tanto da far parlare alcuni osservatori di una “seconda primavera araba” o “primavera araba 2.0”. È ancora difficile, tuttavia, comprendere la portata complessiva di questi eventi, dato che le conseguenze di questa “seconda ondata” non si sono ancora del tutto assestate in un panorama che rimane continuamente in trasformazione.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Quello che però si può fare in questa sede è compiere una valutazione degli eventi contemporanei alla luce di quelli passati, tracciandone un paragone, al fine di comprendere se si stia affermando una nuova tendenza politica o se, al contrario, questi eventi condurranno a poche novità.

Il caso sudanese

In Sudan, una serie di manifestazioni esplose sostanzialmente per protestare contro l’aumento del prezzo del pane nel dicembre 2018 ha portato nel giro di pochi mesi alla caduta del trentennale governo di Omar al-Bashir, ex presidente e capo delle forze armate del paese, giunto al potere nel 1989 con un colpo di Stato incruento. Alla caduta del dittatore, alla quale non si è giunti senza spargimenti di sangue e rischi di un’esclusiva presenza di militari al governo, ha fatto seguito l’istituzione di un governo di coalizione civile-militare che nei piani reggerà il paese fino alle elezioni del 2022.  

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Di fronte alla larga partecipazione della sezione civile della società nelle manifestazioni, che ha resistito anche durante i momenti più duri, ci si aspetta che il percorso segnato da qui alle elezioni sia tutto sommato privo di rischi e che la possibilità della costituzione di un nuovo regime autocratico sia ormai scongiurata. Tuttavia, guardando alla storia recente del paese, ci si rende conto che Khartoum è già stata scossa nella sua storia da eventi simili, terminando puntualmente con il fallimento delle pretese democratiche.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Gli eventi della primavera del 2019 che hanno portato alla caduta di Bashir, infatti, se da un lato possono sembrare un evento raro nel panorama regionale, dall’altro si iscrivono perfettamente nella storia politica sudanese. Dal 1956, anno dell’indipendenza formale del paese dal dominio coloniale anglo-egiziano, quello di Bashir è infatti il terzo regime militare che è costretto a cedere alle spinte rivoluzionarie della piazza, supportate anche da alcune frange dell’esercito. Già in altre due situazioni, nell’ottobre 1964 e nell’aprile 1985, infatti, manifestazioni avevano portato alla caduta dei regimi militari, rispettivamente guidati da Ibrahim Abboud e Jafar Nimeiry. In entrambi in casi fece seguito la creazione di altrettanti governi civili, che ebbero però vita molto breve.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

La tradizione politica sudanese

La semplicità con cui si sono verificati di volta in volta i tre diversi colpi di Stato militari che hanno colpito a più riprese il Sudan e minato qualsiasi pretesa democratica è stata principalmente dovuta all’incapacità politica dei partiti storici di mettere in piedi una politica inclusiva e lontana dalle divisioni interne al paese. Le innumerevoli contraddizioni che hanno sempre caratterizzato il paese – a livello sociale, geografico e politico – dal momento della sua indipendenza in avanti hanno comportato ripetuti e prolungati stalli politici, dai quali la fragile democrazia parlamentare non è mai riuscita a liberarsi.

Due anni dopo l’indipendenza, nel 1956, si diffuse la convinzione generale che il blocco politico potesse essere eliminato solo da una nuova forza al governo, quella militare. La presa del potere da parte di Ibrahim Abboud e degli altri ufficiali metteva la parola fine alla prima esperienza di governo civile ed autonomo del Sudan istaurando il cosiddetto “regime di novembre”. In questa occasione,  presentandosi come mera forza di transizione volta all’esclusiva risoluzione dei problemi politici ed economici del Sudan, il colpo di Stato riuscì a riscuotere sentimenti abbastanza positivi tra la popolazione, sostanzialmente desiderosa di un miglioramento delle proprie condizioni di vita dato che il governo civile non era stato in grado in quel lasso di tempo di far fronte alle questioni più impellenti, ovvero fornire al paese sia uno slancio economico che una pacificazione sociale [1].

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Il “regime di novembre” comunque non fu longevo e la sua fine arriverà sei anni dopo l’ascesa al potere. La pessima gestione della situazione meridionale, di concerto con il fallimento delle promesse di miglioramento, portò nei primi anni ’60 ad un progressivo indebolimento del regime che iniziò a perdere qualsiasi supporto tra le fasce della popolazione. Nonostante le leggi liberticide, i gruppi politici riuscirono a riorganizzarsi in forze di opposizione che incanalarono il malcontento della popolazione nei confronti del regime fino a causarne la caduta nel 1964 [2].

La seconda esperienza di governo civile in Sudan durerà comunque poco meno di cinque anni, cadendo vittima di un nuovo golpe nel maggio del 1969. Ancora una volta, la politica civile non fu in grado di fornire risposte concrete alle necessità impellenti di una società messa a dura prova da una dispendiosa guerra civile, tanto in termini economici che umani, tra la regione settentrionale e quella meridionale. Con il nuovo colpo di Stato e la caduta del governo civile nasceva il nuovo regime di maggio, identificato nella persona del colonnello Jafar Nimeiry. Il nuovo governo appariva sin da subito in aperta contraddizione con la politica settaria che lo aveva fino a quel momento preceduto: l’alleanza con le forze di sinistra riunitesi attorno ad una comune agenda progressista lo rendeva particolarmente innovativo agli occhi della popolazione, che infatti lo salutò con aperto entusiasmo [3]. Tuttavia, anche in questo caso, passò poco prima che anche il nuovo regime si scontrasse con le forze interne al paese.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Dal 1982 il dittatore dovette fare fronte ad una serie di rivolte, causate dall’introduzione di misure di austerità da parte del governo, quali l’aumento dei prezzi per il pane e lo zucchero. Questa nuova ondata di proteste ebbe come risultato la caduta del regime nel 1985 e l’istaurazione di un nuovo governo civile, caduto però a sua volta vittima di un colpo di Stato militare nel 1989, ad opera di Omar al-Bashir e di una componente islamista facente capo al teologo Hasan al-Turabi. Il nuovo golpe fu condotto senza spargimenti di sangue, e senza nessuna opposizione da parte della popolazione civile, stanca ancora una volta dello stallo politico in cui era ricaduto il paese. Tra le prime elezioni dell’aprile 1986 e il colpo di Stato si susseguirono infatti ben 5 diversi governi, compreso un periodo di 9 mesi, tra l’agosto ’87 e il maggio ’88 in cui il paese visse senza un governo formale [4].

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

La fine del regime Bashir e nuove prospettive per il paese

Il trentennale regime di Bashir, il più lungo tra i tre regimi militari susseguitosi, è stato segnato da innumerevoli violazioni dei diritti umani, violenze e crisi tanto politiche quanto economiche. Le proteste dell’aprile 2019 e il seguente colpo di Stato militare che hanno deposto l’ex brigadiere hanno rappresentato senza dubbio un punto di svolta per il paese. Tuttavia, come si vede dal passato recente del paese, tutti i regimi militari che si sono susseguiti sono caduti sotto la forza di proteste popolari, supportate peraltro da alcune frange interne ai militari stessi, schieratesi di volta in volta contro i regimi. Tuttavia, né la politica civile dopo Abboud, né quella dopo Nimeiry sono riuscite a fornire risposte adeguate alle crisi del paese, peraltro manifestatesi con sintomi molto simili tra loro, principalmente la stagnazione economica e le crisi sociali ed identitarie nel paese. L’incapacità dei partiti civili di rispondere ai fabbisogni dei cittadini tramite i mezzi della politica ha lasciato un vuoto istituzionale, riempito dall’esercito, più volte riscopertosi mezzo della forza politica di turno che ha in questo modo prevalso sulla sua parte rivale.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Il successo o meno di un governo civile in Sudan, in sostanza, non sembra essere dipendente dal fatto che esso sia figlio di una protesta popolare. Di questa lezione il prossimo governo civile dovrebbe fare tesoro, e la possibilità o meno che vi sia un ritorno di un governo militare dipenderà dalla capacità che avrà la politica di rispondere ai bisogni della popolazione, promuovendo una collaborazione tra tutte le anime del paese ed evitando di ricadere nella trappola del suprematismo da parte della componente maggioritaria del paese, che prima di questo momento ha riguardato le popolazioni residenti nel sud del paese, mentre ora potrebbe toccare quelle dell’ovest, nel Darfur. In un’ottica di unità nazionale, dunque, la politica deve inoltre basarsi su proposte e contenuti che abbiano risvolti nel pratico e che siano indirizzate a risolvere i problemi strutturali del paese, troppo spesso passati in secondo piano a causa delle divisioni settarie e identitarie di cui i partiti tradizionali si facevano vessilli.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.1″ hover_enabled=”0″]

Esistono però già degli elementi che inducono a pensare che ci possa essere una differenza nell’esito di questa rivolta, rispetto a quelle passate. A livello internazionale di sicuro la fine della Guerra Fredda rappresenta un dato importante, a cui ha fatto seguito la scoperta di giacimenti petroliferi e la collaborazione con nuovi partner, principalmente asiatici. Un ulteriore elemento di differenza risiede nella secessione della regione meridionale che può davvero rendere diverso l’esito di questa esperienza, poiché di fatto rimuove uno degli epicentri di maggiore criticità durante tutti i periodi di governo civile del Sudan. Tuttavia, uno stato di collaborazione pacifica col nuovo Stato meridionale non sembra essere stato raggiunto e questo potrà ancora rappresentare un problema per Khartoum, nei suoi rapporti internazionali, oltre che per la sua economia interna, se non dovesse raggiungere un accordo per la gestione delle risorse petrolifere.

[1]

Y. F. Hasan, «The Sudanese Revolution of October 1964,» The Journal of Modern African Studies, vol. 5, n. 4, pp. 491-509, 1967.

[2]

W. J. Berridge, Civil Uprisings in Modern Sudan: The ‘Khartoum Springs’ of 1964 and 1985, Londra; New York: Bloomsbury Academic, 2015.

[3]

P. K. Bechtold, «Military Rule in the Sudan: The First Five Years of Ja’far Numayrī,» Middle East Journal, vol. 29, n. 1, pp. 16-32, 1975.

[4]

K. O. Salih, «The Sudan, 1985-9,» in Sudan after Nimeiri, P. Woodward, A cura di, Londra, Routledge, 1991, pp. 45-75.

[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from AFRICA