LO SHARP POWER CINESE: ESEMPIO PRATICO

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Sebbene gli analisti puntino sull’identificare scenari possibili nel campo della geopolitica, ancora oggi, parlando di Cina, si tende ad utilizzare molto il termine “soft power”, stando ad indicare l’insieme di manovre e politiche di diffusione di influenza verso stati esteri. Parlando di Cina, tuttavia, è necessario utilizzare il termine affilato, sharp, invece di soft. La Cina è un monolite che non fa proseliti, essa agisce per indebolire gli stati limitrofi rendendoli suoi tributari, ed il recentissimo caso kazako dimostra bene il modus operandi di Pechino.

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La scorsa settimana, l’Ambasciata Cinese in Kazakistan ha diffuso una nota ufficiale avvertendo il resto del mondo di un nuovo focolaio di malattia letale, un virus diverso dal COVID che, secondo Pechino, sarebbe stato nascosto dalle autorità. I principali focolai si sarebbero concentrati finora nelle regioni di Atyrau, Aktobe e Shymkent, che nel complesso hanno registrato quasi 500 nuovi casi e oltre 30 pazienti in condizioni critiche. Dall’inizio dell’anno la malattia avrebbe provocato 1.772 morti, di cui 628 solo il mese scorso. La notizia è stata immediatamente smentita sia dall’OMS che da Nursultan, bollando la notizia come fake news.

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Questa situazione è un chiaro esempio di come Pechino si adoperi per indebolire i suoi avversi: piccole operazioni per screditare i paesi non accondiscendenti, senza bisogno di invadere militarmente o imporre sanzioni economiche.  La situazione in Kazakistan si è infatti esacerbata molto rapidamente. Ex Repubblica Sovietica, il paese si era inizialmente dimostrato corrivo nei confronti dell’espansionismo cinese, accogliendo gli investimenti statali e l’acquisto del proprio debito. L’iniziale aiuto di Pechino però si è tramutato presto in timore, timore delle autorità kazake di diventare uno stato vassallo, strangolati dalla seta come Sri Lanka o Pakistan. Assieme a questo, bisogna ricordare come il Kazakistan confini con la provincia cinese dello Xinjiang, patria degli Uiguri, una minoranza di religione islamica ferocemente repressa da Pechino, con la quale il Kazakistan condivide la fede religiosa.

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Viste queste condizioni, il Kazakistan si è trasformato rapidamente da alleato ad ingombrante vicino, le relazioni sono precipitate ad inizio 2020 con arresti illustri dietro accusa di spionaggio e vendita di informazioni riservate a Pechino, sintomo di come evidentemente anche il paese semi-dittatoriale presieduto da Qasym-Jomart Toqaev si sia reso conto della volontà del dragone di riempire il vuoto di potere lasciato dagli U.S.A.Le relazioni internazionali, del resto, rispondono alla legge dell’horror vacui. Pechino con questa mossa diffamatoria spera di allontanare ulteriormente gli investitori stranieri dal paese ribelle, una piccola operazione di sharp power che forse però, questa volta, si è dimostrata fin troppo tagliente.

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