IRAN: QUEI DELICATI INTRECCI CON PECHINO E MOSCA

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Eclettico, spregiudicato, divisivo e soprattutto senza peli sulla lingua. Mahmud Ahmadinejad ha da tempo abituato gli appassionati di politica interna iraniana alle sue dichiarazioni esplosive e a volte controverse. L’ex Presidente della Repubblica Islamica, in carica dal 2005 al 2013, è tornato a far parlare di se in seguito a presunte rivelazioni di cui sarebbe venuto a conoscenza riguardo a parti segrete di un accordo che coinvolge Iran e Cina. Teheran, per voce del suo Ministro degli Affari Esteri Mohammad Javad Zarif, ha comunicato la settimana scorsa che è stato negoziato un partenariato venticinquennale di interscambio con Pechino e che, una volta finalizzato, ne saranno divulgati i dettagli. Secondo Ahmadinejad la negoziazione con potenze estere di tale accordo metterebbe in pericolo la sicurezza nazionale. In particolare lascia trapelare che oltre al patto commerciale – che vedrebbe la Cina come primo mercato della vendita degli idrocarburi persiani – vi sarebbe un accordo economico per la costruzione di grandi infrastrutture e, soprattutto, una stretta collaborazione nel comparto militare.

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Settore navale, settore aereonautico e difesa antiaerea, cyber sicurezza, capacità di guerra elettronica, tutti temi che sempre secondo Ahmadinejad sarebbero al centro delle relazioni sino-iraniane, e che vedrebbero – inoltre – la cooperazione della Russia di Putin. Uno scenario non inverosimile, se si considera la debolezza economica della Repubblica Islamica, che ha stringente necessità di mercati sicuri per le sue esportazioni vessate dalle sanzioni internazionali, e l’appetito della Repubblica Popolare Cinese, che ha in Teheran uno snodo fondamentale per l’ambizioso obbiettivo della One Belt One Road, la cintura di collegamento di Pechino la cui realizzazione è traguardo imprescindibile per la sua tattica geopolitica.

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La triangolazione Iran – Cina – Russia potrebbe concretizzarsi anche in campo diplomatico, dove Mosca e Pechino godono del vantaggio di sedere entrambe fra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, probabilmente l’unico argine per la teocrazia degli Ayatollah di mitigare la strategia di massima pressione americana nei confronti del gigante persiano. Se così fosse si formerebbe un’alleanza profonda, e il monito di Ahmadinejad ne fa eco, interpretando un sentimento nazionale più volte storicamente –  soprattutto fra dine ottocento e inizio novecento – scottato dalle concessioni fatte dai governanti alle potenze estere. Un possibile asse a tre di stampo euroasiatico, quindi, nasconde per i turbanti neri di Teheran grandi opportunità e al contempo preoccupanti insidie. Alla sua gestione è affidata buona parte delle future fortune iraniane.

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