GROENLANDIA: RIAPRE IL CONSOLATO USA, MA IL VERO OBIETTIVO SONO LE RISORSE MINERARIE

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Riapre il tanto annunciato consolato americano a Nuuk, Groenlandia. Tanta diplomazia e molti buoni propositi, ma dietro tutto questo, ci sono gli obiettivi minerari degli USA

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Riaperto ufficialmente il consolato americano in Groenlandia. L’avamposto diplomatico è attivo da alcuni giorni nella capitale Nuuk, dopo 67 anni di assenza. La rappresentanza diplomatica statunitense infatti, ha lasciato l’isola nel 1953, causando di fatto, quella che sarebbe stata gradualmente caratterizzata come la sparizione degli Stati Uniti dal panorama geopolitico dell’Artico. La riapertura arriva ampiamente pubblicizzata. Già da mesi Trump aveva ripreso fitti rapporti con la corona danese e con le autorità autonome della Groenlandia; già da mesi, l’apertura di un nuovo consolato, era molto più di un’ipotesi. Insomma, dopo gli strafalcioni del Presidente in merito alla volontà di acquistare l’isola più grande del mondo, e dopo la dura reazione danese, le acque si sono calmate. Ad ogni modo l’inaugurazione del consolato arriva a ridosso del nuovo piano da parte degli Stati Uniti di sviluppare una nuova flotta di rompighiaccio per aumentare la presenza nell’Artico. Sembrerebbe quindi che l’intento americano sia quello di rafforzare i rapporti diplomatici con la Danimarca.

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Il nuovo consolato trova i favori di Copenaghen e di Nuuk, i quali auspicano una serie di vantaggi che la cosa può portare alla Groenlandia in termini economici ed alla Danimarca, in termini di cooperazione. Inoltre, già ad aprile Il Dipartimento di Stato americano aveva, annunciato che avrebbe anche fornito aiuti per 12,1 milioni di dollari alla Groenlandia, un pacchetto che, a quanto sembra, sarebbe pronto a partire. Gli Stati Uniti quindi, si preparano di tutto punto per garantire vantaggi alla Groenlandia, diplomazia con la Danimarca e sicurezza e stabilità nell’Artico. È tutto qui? non proprio. Dietro tanto soft power, si annida lo stesso intento che perseguono Russia e Cina sul suolo groenlandese: accaparrarsi risorse minerarie. Russia e Cina sono già molto avanti in questo settore, ma non sono le sole. In Groenlandia infatti, operano già da alcuni anni, compagnie coreane, inglesi, australiane. Nell’ultimo decennio infatti, la popolazione ha visto un notevole incremento di attività estrattive, con conseguente danno all’ambiente ed alla psiche stessa degli autoctoni, stravolti da ritmi “insoliti”. Ad ogni modo anche gli Stati Uniti vogliono allungare le mani sulle miniere groenlandesi, e l’obiettivo sono le “terre rare”. Questi, sono dei minerali che non hanno un grande valore economico, ma sono fondamentali nella costruzione di componenti elettronici hi-tech.

 

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Da ciò si evince dunque, che più di tutto, ciò che fa gola agli americani, non è la cooperazione con gli stati rivieraschi, quanto piuttosto, il garantirsi una grossa fetta delle risorse minerarie di Nuuk. Dietro l’apparente filantropia di Trump, a supporto della causa groenlandese c’è quindi l’intento di ottenere concessioni per lo sfruttamento minerario. Tutto questo accade in una Groenlandia, dove le compagnie minerarie, russe e cinesi in primis, stanno già bucherellando il territorio, con il benestare delle autorità locali, le quali vedono nelle ingerenze straniere, lo spiraglio per ottenere maggiore indipendenza da Copenaghen. Lo sfruttamento delle miniere quindi, è ampiamente praticato, complice anche lo scioglimento dei ghiacciai. In questo contesto quindi, vuole inserirsi anche Trump, e possibilmente vorrà farlo da co-protagonista, contro Russia e Cina. La Groenlandia quindi, potrebbe rappresentare il campo di prova, dove in piccolo, potrebbero esplicitarsi tutti gli scenari che il futuro ha in serbo per l’Artico.

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Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) ed ho una laurea Magistrale in Scienze Politiche Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali.
La macroarea di cui mi occupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori.
Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.

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