GLI USA SALUTERANNO L’OMS: SCACCO MATTO AL MULTILATERALISMO?

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A 3 anni e mezzo dal suo insediamento, il Presidente Trump continua- e presumibilmente non smetterà- sulla falsariga dell’ostilità nei confronti del multilateralismo in politica estera e, anzi, inasprisce i toni compiendo un passo storico. Il maggior contribuente in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanità, la massima agenzia sanitaria nel sistema delle Nazioni Unite, ha notificato il suo recesso al Segretariato delle Nazioni Unite e, contestualmente, al Congresso. Gli Stati Uniti, come da trattato istitutivo OMS, abbandoneranno effettivamente l’organizzazione solo un anno dopo la notifica del recesso, ovvero nel luglio 2021. Fino a quel momento, Washington farà parte a pieno titolo dell’organizzazione, sebbene ridurrà sensibilmente, o addirittura bloccherà, i fondi destinati al bilancio OMS. Tutto dipenderà essenzialmente dall’esito delle elezioni presidenziali di novembre, dato che Joe Biden, presunto sfidante di Trump, ha condannato la scelta definita “irresponsabile” e ha assicurato al popolo americano che qualora diventasse Presidente, riprendere la partecipazione all’OMS sarebbe il suo primo provvedimento.

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La scelta, come detto, è di portata storica; ma non stupisce se guardiamo alla piattaforma politica del Presidente Trump e ai precedenti nelle relazioni con altri importanti organismi o trattati multilaterali. Il recesso dall’OMS, di cui sulla base di ragioni circostanziate avevamo ipotizzato la futuribilità già nel mese di aprile, è solo la punta dell’iceberg di una strategia a lungo termine tesa a indebolire il funzionamento delle istituzioni o dei trattati multilaterali, in nome della sovranità e dell’unilateralismo. La lista dei recessi è lunga, e fin dai primi giorni in ufficio Trump ha messo le cose in chiaro. Inizialmente furono il Trans-Pacific Partnership (TPP) e l’Accordo di Parigi sul clima ad essere ripudiati, perché, secondo l’allora Neopresidente, contrari agli interessi commerciali ed industriali degli Stati Uniti. Poi, tra le proteste dell’Unione Europea, toccò all’accordo sul nucleare iraniano; mentre l’accordo commerciale NAFTA con Canada e Messico venne denunciato dagli USA e sostituito dal nuovo USMCA. Ma non solo: degno di nota è il ritiro statunitense dall’UNESCO, dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e dal Global Compact for Migration, firmato sotto l’egida delle Nazioni Unite.

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 E non bisogna dimenticare la critica all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) sul trattamento riservato alla Cina. Tale approccio è sfociato dal 2017 in una guerra commerciale su vasta scala- ancora in corso- contro la Cina, in barba alle regole e alle procedure della suddetta organizzazione commerciale.

Il ruolo globale degli Stati Uniti, fortemente collegato alla sua capacità di influire nelle dinamiche internazionali, sta gradualmente cambiando. Ma tale cambio di passo potrebbe subire una battuta d’arresto, nel caso in cui Biden prevarrà su Trump nelle presidenziali di novembre. In caso contrario, il processo di erosione del sistema internazionale multilaterale proseguirà: è la grande sfida politica a cui Donald Trump non rinuncerà.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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