LA SUCCESSIONE DI PUTIN È RINVIATA. MA NON DI MOLTO

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Il referendum concluso il primo luglio sancisce la possibilità del presidente russo di restare al potere fino al 2036. Ma non è affatto detto che la sfrutterà, e non per amore (mai sbocciato) verso  la democrazia. Anche la stabilità ha i suoi limiti.

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Cala il sipario. Con i risultati, tanto netti quanto contestati, del referendum costituzionale russo, si chiude il capitolo della successione al potere di Putin. Ma la questione è solo rimandata. E di pochi, pochissimi anni.

Troppo facile, infatti, affidarsi ai numeri che garantiscono al presidente in carica una longevità politica straordinaria, mai vista neanche ai tempi dell’Unione Sovietica. In punta di diritto (cioè del nuovo diritto, o meglio di ciò che ne rimane) Putin potrà effettivamente restare al potere per altri due mandati di sei anni dal 2024, ovvero fino al 2036. Significherebbe che ad oggi il leader del Cremlino avrebbe compiuto appena la metà della sua esperienza presidenziale.

Un’enormità temporale, specie in un tempo convulso e dinamico come quello presente. Un’idea tanto assurda quanto poco realistica. E siamo sicuri che anche il diretto interessato, al di là delle posizioni di facciata, la pensi così.

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Certo, che Putin si ricandidi nel 2024 è una concreta possibilità. Ma il suo verificarsi non appare dettato dall’ingordigia di potere del suddetto (che anzi ha fatto intendere in più occasioni di averne già abbastanza), bensì dalla fragilità conclamata del sistema, che in tali circostanze mostrerebbe tutti i suoi limiti strutturali.

L’assenza di un’esperienza democratica, il clima di continua emergenza (ora aggravato da nuove contingenze) e la lotta serrata nel pollaio dei papabili successori di Putin sono tutti elementi che non giocano a favore di un’alternanza. Ma nessuno al Cremlino è così sciocco da credere che questa non debba avvenire. Anche in tempi relativamente rapidi, considerando l’insofferenza montante nei confronti del potere.

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Contestazioni politiche, ambientali ed economiche scuotono in misura crescente la Federazione, dal suo centro moscovita fino alle più remote periferie. Rivendicazioni eterogenee che finora nessun leader dell’opposizione ha saputo – o voluto – unire. E che dunque il Cremlino ha potuto gestire. Ma le cose possono cambiare in fretta, pure nella lenta Russia che ha fatto della stabilità il suo mantra.

La ricerca del successore di Putin continua. Sottotraccia, lontano da occhi indiscreti. E naturalmente, senza coinvolgere la popolazione – almeno nel senso democratico a cui in Occidente siamo abituati. Il delfino del presidente uscirà allo scoperto più avanti, scelto da una cerchia di pochissimi eletti e protetto da “interferenze” fino all’ultimo momento possibile. Un po’ com’è avvenuto per lo stesso Putin nel 1999.

Se ciò non avverrà nel 2023, ma nel 2029 o addirittura nel 2035, significherà che la Russia soffre di un grave problema. Molto più profondo di qualsiasi ambizione mai concepita da Putin.

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