IL SIGNIFICATO STRATEGICO DELLA RIMOZIONE DELLA SIMBOLOGIA SUDISTA

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Durante le proteste delle scorse settimane – probabilmente il più grande movimento di piazza nella storia degli Stati Uniti – abbiamo assistito al revival di un fenomeno spesso sottovalutato o incompreso alle nostre latitudini per il suo rilievo strategico. Perché collegato alle intrinsechezze della superpotenza. Al suo passato, al suo presente e, come vedremo, al suo futuro geopolitico.

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Come già accaduto in occasione di precedenti sommovimenti contro la questione della discriminazione razziale, i manifestanti hanno preso di mira statue e targhe dedicate a soldati e politici degli Stati Confederati d’America, alcune delle quali sono state rimosse su disposizione delle autorità locali in diversi Stati del Sud. Come quella eretta in onore dell’ex vice-presidente e senatore degli Usa John C. Calhoun, fervente sostenitore della supremazia bianca, rimossa da Marion Square a Charleston, South Carolina. O, ancora, quella in memoria dell’ex presidente confederato Jefferson Davis, rimossa da Portsmouth, Virginia. Finanche le statue raffiguranti il navigatore genovese Cristoforo Colombo sono state prese d’assalto.

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I vertici di Marina e Marines hanno annunciato il divieto di usare bandiere e stemmi confederati nell’ambito dei rispettivi servizi. Infine, la legislatura del Mississippi, ultimo stato federale su cui ancora sventola un drappo con un simbolo confederato, ha votato a favore della rimozione dell’emblema raffigurante una battaglia confederata dalla bandiera adottata nel lontano 1894.

Simboli considerati tutti, a torto o ragione, come emblemi delle pratiche schiaviste e segregazioniste, del razzismo e del suprematismo bianco, dell’oppressione e dello sterminio dei nativi indiani. Della cultura sudista uscita sconfitta dalla guerra civile del 1861-1865, combattuta tra i confederati secessionisti (Dixies) e gli unionisti del Nord (Yankees) per stabilire quale canone culturale, valoriale e geopolitico dovesse imporsi a livello nazionale. E ciononostante mai del tutto eradicata. Anzi, ancora oggi rivendicata da larghe fette di bianchi conservatori evangelici del Sud, grandi elettori dell’attuale inquilino alla Casa Bianca.

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Secondo un recente sondaggio AbcNews/Ipsos, la maggioranza assoluta degli americani si oppone a “rimuovere le statue Confederate dagli spazi pubblici” (51%) e alla proposta in discussione al Senato di “cambiare i nomi delle basi militari statunitensi che prendono il nome dai leader confederati” (56%)  Lo stesso Trump si è detto contrario a quest’ultima iniziativa, considerandola irrispettosa per i militari e per una parte della “grande storia americana”.

Tuttavia, la modifica è destinata a passare. Incontrando l’apertura dei militari ad una discussione bipartisan sul tema per ripristinare la fiducia e l’inclusione nazionale, il favore dei democratici al Campidoglio e la non opposizione dei leader repubblicani al Senato e alla Camera. Ennesimo fronte sul quale il pianeta presidenziale si trova a percorre una diversa orbita rispetto a quella del Congresso. E a quella degli apparati federali, predisposti a pensare e a programmare sul medio-lungo termine e sugli scenari più pessimistici. Custodi della strategia della superpotenza. Deputati a mantenerla stabile nel tempo, a proteggerla dalle intemperie dei cicli politici.  

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La partita in atto infatti non rappresenta una mera diatriba partitica o ideologica. Dietro la battaglia dialettica si cela una questione strategica di grande importanza per il futuro dell’unica superpotenza.

La più grande sfida e la principale minaccia alla sua traiettoria geopolitica potrebbero infatti arrivare, nei decenni successivi alla metà del secolo, quando gli ispanici costituiranno oltre 1/4 della popolazione, non già dalla competizione esterna con la Cina – potenza regionale in grande difficoltà per limiti strategici interni ed esterni, impossibilitata ad andare per mare dalla Us Navy, impegnata da minacce endogene che rischiano di minarne l’integrità territoriale.

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Bensì dall’esito tutto interno del processo di assimilazione dei latinos al dominante canone identitario, culturale e geopolitico della nazione. Risultante del sincretismo anglo-sassone tra l’individualismo liberale protestante di matrice inglese e il disciplinato collettivismo sociale di stampo tedesco. Forza culturale centripeta per i numerosi ceppi etnici che popolano l’America, convogliati a pensarsi come parte di un’unica e condivisa comunità di destino. Collante che lega una maggioranza assoluta, ma declinante verso il relativo, di bianchi caucasici (60% della popolazione) in gran parte fedeli alle chiese riformate e di ceppo europeo (tedeschi, inglesi, scandinavi, irlandesi, italiani, francesi, mitteleuropei ed est-europei) a minoranze, afro (14,1%), asiatiche (6,8%) e soprattutto ispaniche (18,3%), in crescita demografica.

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Se nell’immediato bisognava concedere una valvola di sfogo alla rabbia dei manifestanti, in particolare alla componente afro-americana, nella visione lunga degli strateghi statunitensi la rimozione della simbologia sudista e quindi l’attacco al suo background culturale è passaggio necessario. Per ribadire con forza l’esistenza di un unico modello culturale nazionale al quale tutti devono aderire, a prescindere dalle origini, dal colore della pelle, dalla religione. Quindi, per facilitare ed oliare i meccanismi assimilatori delle minoranze ispaniche, provenienti dalle terre colonizzate dai conquistadores europei dopo il 1492, la cui immigrazione continuerà a crescere in assoluto nei prossimi anni, con o senza Trump, per insopprimibili esigenze strategiche. Per mantenere sostenuta e giovane la forza lavoro, per abbassare l’età media della popolazione affinché conservi il vigore necessario per poter andare in guerra in caso di brutto tempo.

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Oggi gli immigrati regolari costituiscono il 14% della popolazione, pari a 44,7 milioni su un totale di 327 milioni. Il 25%di questi origina dal Messico, seguiti da cinesi (6%) e indiani (6%). Secondo uno studio condotto dal Pew Research Center sull’identità ispanica, il passaggio intergenerazionale tra la generazione zero – gli immigrati latino-americani adulti nati all’estero – e quelle successive – i latinos nati negli Usa con almeno un genitore straniero – contribuisce a creare, ad ogni trapasso, un distacco e un affievolimento progressivamente maggiore dalle proprie radici culturali, linguistiche, ancestrali, mentre aumenta parallelamente l’identificazione di sé stessi come “americani”, nonché la conoscenza e l’uso della lingua inglese.

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Anche i dati sugli alti tassi di unioni miste matrimoniali o di coppia inter-etniche, sui trends positivi di conversione alle fedi protestanti, in specie evangeliche, tra i giovani ispanici, sia tra quelli nati all’estero che tra quelli nati negli States, sulle tendenze delle famiglie miste e dei loro figli a relazionarsi prevalentemente con individui della maggioranza bianca in contesti residenziali abitati in gran parte da famiglie bianche, a sposare soggetti bianchi e ad identificarsi con il canone culturale dominante, dimostrano ancora la vitalità dei meccanismi di assimilazione.

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E tuttavia, da alcuni anni, il limitato funzionamento dell’ascensore sociale, sostrato del Sogno Americano, unito alla necessità geopolitica di rendere costante il flusso di allogeni rende più dura la loro accettazione da parte di quelle fasce della popolazione bianca, di mezza età e meno istruita dell’America rurale e post-industriale (la c.d. “America profonda”), uscita sconfitta dal libero commercio mondiale e dai processi di automazione, che percepiscono i nuovi arrivati come minaccia al loro status socio-economico e ai tradizionali schemi di potere politico e culturale.

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Nel 2015, due terzi degli americani affermavano che gli immigrati non intendono rinunciare ai costumi, allo stile di vita e alla lingua del proprio paese di origine, con picchi dell’81% tra i repubblicani. La maggioranza relativa (49%) pensava che l’immigrazione dovesse essere ridotta, ancora una volta con una sproporzione tra repubblicani (67%) e democratici (33%).

In particolare, sono i messicani – che rappresentano il 62% degli ispanici presenti negli Usa – a destare maggiori preoccupazioni, mostrandosi come i più restii ad abbandonare religione cattolica e lingua spagnola per abbracciare quelle del ceppo dominante, rispettivamente l’evangelismo protestante e l’inglese. Il tasso di naturalizzazione dei messicani regolari è uno dei più bassi tra tutti i gruppi di immigrati per paese d’origine. Nel 2015 i due terzi (67%) degli immigrati regolari e il 64% degli immigrati regolari latinos hanno richiesto e ottenuto la cittadinanza Ma tra gli immigrati regolari messicani questo tasso scende al 42%.

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A ciò contribuisce sicuramente la prossimità del paese d’origine, separato dagli States da un fiume, il Rio Grande, che non rappresenta una barriera orografica insuperabile. Specie per quei milioni di chicanos che vivono o lavorano nei territori strappati al Messico con la vittoria nella guerra del 1846-1848 – Arizona, California, Texas, New Mexico – dove costituiscono la maggioranza relativa della popolazione o la seconda componente etnica.  

Da qui anche la lenta costruzione della 654 miglia di Muro al confine meridionale con il Messico – lungo 1954 miglia – avviata nel 1990 sotto l’Amministrazione di George H.W. Bush e proseguita in modo bipartisan dalle Presidenze Clinton, Bush figlio e Obama. Con l’aggiunta di ulteriori 76 miglia sotto l’attuale Amministrazione repubblicana. Concepito per motivi strategici per rallentare lentamente il numero di ingressi ed ostacolare i contatti e i legami culturali tra la diaspora messicana – quasi 37 milioni di persone, pari all’11,3% della popolazione totale, di gran lunga la componente più rappresentativa degli ispanici (60 milioni, 18,2% del totale) – e il loro passato troppo vicino anzitutto geograficamente per essere del tutto abbandonato.  

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Il timore degli strateghi Usa è che l’americanizzazione degli ispanici possa tramutarsi in ispanizzazione dell’America. Che l’ascesa dei Mexican-Americans possa dar vita ad un canone identitario “altro”, concorrenziale a quello originario bianco e anglo-germanico, che possa sfidare e rigettare la superiorità del modello monoculturale nazionale uniformato sull’identità “Wasp”, fondato sui “valori calvinisti dell’individualismo, sulla convinzione che gli esseri umani hanno il dovere di costruire un paradiso in terra” e sull’etica protestante del lavoro, anch’essa portato della componente germanica.

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Che non si percepiscano più parte di una missione comune, di quel “Destino Manifesto”, irrinunciabile motore mitologico e idealista dell’espansione geopolitica universale degli Usa dall’Atlantico al Pacifico e della sua successiva ascesa a talassocrazia globale. Mettendo in pericolo la sua compiutezza strategica di isola-continente priva di minacce interne e nel suo “estero vicino”.

Che possano abdicare al perseguimento del primato mondiale, alla percezione di sé come “americani”. Privando la superpotenza della fondamentale base antropologica sostrato di tutti gli imperi globali, al pari della potenza militare, economica, tecnologica e culturale.

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