LO SRI LANKA NEL POST GUERRA CIVILE: NAZIONALISMO SINGALESE E DISCRIMINAZIONE TAMIL

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A undici anni dalla fine della guerra civile, il predominio singalese e la discriminazione verso i tamil continuano a porre interrogativi sugli equilibri del Paese.

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Dopo più di un decennio dalla fine della guerra civile, la discriminazione della componente tamil in Sri Lanka non è ancora del tutto cessata.[1]
A undici anni dal massacro di Mullivaikkal, lo Stato che non ha ancora pienamente affrontato le proprie responsabilità riguardo il recente passato caratterizzato dalla violenza.  La discriminazione della minoranza tamil per mano nel Paese è stata incentivata dall’ascesa di Gotabaya Rajapaksa alla carica di presidente a seguito delle elezioni del 2019 e alla nomina di suo fratello Mahinda in qualità di Primo Ministro.  I Rajapaksa, importante e storica dinastia politica dello Sri Lanka, erano già alla guida del Paese durante gli ultimi anni della guerra civile. I suoi membri più di spicco sono stati direttamente coinvolti nelle violenze belliche e nel genocidio tamil, culminata con il massacro di Mullivaikkal. In quel tragico evento quasi cinquantamila civili di etnia tamil vennero uccisi nell’arco di pochi giorni, nel maggio 2009, nella Northern Province dello Sri Lanka. La presenza di questa famiglia nella vita politica dello Sri Lanka continua a tenere vivo il diffuso sentimento anti-tamil che la fazione singalese promuove da decenni.

 

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Nelle province settentrionali e orientali dello Sri Lanka a maggioranza tamil, la fine della guerra non ha significato anche il ritiro delle truppe governative e il ritorno alla normalità. In questa parte del Paese i livelli di militarizzazione restano alti, con numerosi posti di blocco e acquartieramenti. L’esercito nazionale, già oggetto di una progressiva crescita del proprio organico dalla fine della guerra, passando dalle 223.000 unità del 2009 a oltre 317.000 del 2019, mantiene qui di stanza 16 divisioni sulle 19 totali.  Inoltre, le attività e le indagini dei giornalisti locali e internazionali in loco sono ostacolate dalla censura e dall’intimidazione governativa.

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I vertici politici e militari dello Sri Lanka hanno a lungo negato, e in seguito ignorato, le violenze commesse dallo Stato ai danni della popolazione civile tamil, caratterizzate da uccisioni e sparizioni di decine di migliaia di individui.  Più volte negli anni le organizzazioni internazionali hanno denunciato la violazione dei diritti umani e l’uso continuo della tortura contro i civili da parte delle autorità del Paese, e il bombardamento di ospedali e altri obiettivi civili. Solo di recente però, alla fine del 2019, il governo ha ammesso pubblicamente il suo coinvolgimento diretto con le accuse, fornendo i dettagli di come molti civili, dopo l’arresto, vennero uccisi dopo essere stati gettati in pasto ai coccodrilli.  I responsabili non sono stati però mai processati da un tribunale internazionale per crimini di guerra.  Fino ad ora, ciò è stato dovuto a tre fattori principali. In primo luogo, molti di questi sono ancora parte del governo e delle forze armate dell’Isola. Secondo, l’assenza di un forte e deciso supporto di attori internazionali alla causa dei tamil dello Sri Lanka, ad esclusione dello Stato indiano del Tamil Nadu.  Infine, lo schieramento da parte della comunità internazionale a favore di una politica conciliatoria tra le parti mediante un’unità artificiale nel Paese al posto di una presa di posizione decisa che faccia chiarezza sulle responsabilità delle stesse e ottenga giustizia per le vittime. Tuttavia, questa unità artificiale si rivela comunque faziosa e non basata sul principio di uguaglianza, essendo monopolizzata dalla fazione singalese. Il caso più eclatante si ebbe all’indomani degli attentati di Pasqua 2019, quando gli stessi gruppi buddisti singalesi che predicavano l’unità dello Sri Lanka lanciarono numerosi attacchi ai danni di musulmani, soprattutto tamil, in diverse parti del Paese.

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La mancanza di un’azione decisa a difesa della causa tamil da parte del più importante attore internazionale dell’area, l’India, costituisce un fatto notevole. Ciò è il risultato del tentativo indiano di attrarre lo Sri Lanka alla propria sfera d’influenza per evitare che graviti sempre più verso quella cinese.
La Cina ha infatti investito sin dai primi anni 2000 notevoli risorse nel Paese, trovando proprio nei Rajapaksa dei validi intermediari per i suoi interessi. In particolare, durante gli anni della presidenza di Mahinda Rajapaksa (2005-2015) lo Sri Lanka si aprì ai massicci investimenti cinesi, inclusa la costruzione di un porto ad alto tonnellaggio ad Hambatota (città natale di Mahinda Rajapaksa) la cui locazione fu poi concessa a Pechino per 99 anni. New Delhi è ben conscia che questo porto potrebbe essere utilizzato da Pechino non solo per scopi commerciali, ma anche militari.
Nell’ottica di un crescente influenza cinese in Asia, l’intesa tra Cina e Sri Lanka non è quindi passata inosservata all’India. Per quest’ultima, già alle prese con la stretta collaborazione della Cina con il Pakistan, evitare l’isolamento regionale risulta prioritario considerando le implicazioni economiche e strategiche di tale scenario.

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Nonostante l’India sia riuscita ad influenzare le precedenti elezioni del 2015, che assegnarono al moderato Ranil Wikremasinghe la carica di Primo Ministro, con il conseguente miglioramento delle relazioni bilaterali, non riuscì a ripetere la stessa impresa nel 2019. Così, dopo la nomina dei due Rajapaksa alle cariche di Presidente e Primo Ministro, l’India ha cercato un avvicinamento politico con questi. Il ministro degli esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar (di origine tamil, è bene ricordarlo), volò in Sri Lanka nel novembre 2019 per invitare Gotabaya Rajapaksa in India per la sua prima visita di Stato, che avvenne alla fine dello stesso mese.  Nel corso della stessa, nella quale Jaishankar si raccomandò con Rajapaksa circa il futuro della minoranza tamil nel Paese
chiedendo di “realizzarne le aspirazioni per l’uguaglianza, la giustizia, la pace e il rispetto”, il Primo Ministro indiano Narendra Modi annunciò una linea di credito da 50 milioni di dollari allo Sri Lanka finalizzata a operazioni di sicurezza e antiterrorismo e altri 400 milioni di dollari per progetti di sviluppo e infrastrutturali. In cambio, Rajapaksa placò i timori dell’India nei confronti dell’avvicinamento del suo Paese alla Cina affermando che non avrebbe permesso a nessun Paese terzo di influenzare i legami tra Sri Lanka e India.

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Nonostante le timide raccomandazioni dell’India, la discriminazione dei tamil in Sri Lanka non cessa, soprattutto dal punto di vista culturale. Gli esempi più concreti sono la rilettura dei curricula scolastici della storia del Paese e la distruzione di templi e cimiteri tamil con la costruzione di templi buddisti al loro posto. Ciò rappresenta l’applicazione delle decennali narrazioni dell’elitarismo singalese e dell’inferiorità tamil.
Il predominio singalese si esplica anche attraverso la supremazia linguistica. A partire dal Sinhala Only Act del 1956, che sancì ufficialmente l’inferiorità del tamil, ad oggi, la situazione non è molto mutata.  Nonostante in Sri Lanka, accanto al singalese, il tamil sia una lingua ufficiale a tutti gli effetti, per lavorare nel settore pubblico è richiesta spesso la conoscenza obbligatoria della lingua singalese, impedendo così a un gran numero di tamil di potervi accedere.
Se dal 1956 ad oggi la difesa della supremazia singalese da parte del governo è stata insindacabile, appare chiaro che la fine della guerra civile in Sri Lanka ha posto fine solo alle azioni belliche, non al profondo pregiudizio contro l’elemento tamil che condusse in ultima analisi alla guerra.

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Appare quindi chiaro che il conflitto etnico e religioso in Sri Lanka non può essere risolto a livello nazionale, in quanto questa via è stata già tentata con scarso successo attraverso un’apparente promozione di una politica conciliatoria. Al contrario, è necessaria un’azione internazionale che riconosca le recriminazioni della minoranza tamil, e che promuova i valori di equità ed uguaglianza nel discorso politico dello Sri Lanka mediante un costruttivo dialogo interetnico e interreligioso.

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Note

[1] Midlarsky M. I., “Origins of Political Extremism; Mass Violence in the Twentieth Century and Beyond”, parte IV, sezione 9, Sri Lankan Tamils, Cambridge

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