LA CANCELLAZIONE DEL PROGETTO AEGIS ASHORE NELLA STRATEGIA GIAPPONESE

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Nel millenario gioco del Go, è tipico posizionare pedine in altre zone della scacchiera per mantenere l’iniziativa strategica. La rinuncia di Tokyo al sistema AEGIS Ashore potrebbe essere letta nella stessa maniera.

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Nelle scorse settimane il governo giapponese ha annunciato la sua intenzione di rinunciare all’installazione dei due sistemi di difesa missilistica AEGIS Ashore, la cui acquisizione era stata programmata nel 2017. La scelta di questo sistema difensivo era motivata dalle crescenti preoccupazioni relative ai programmi missilistici nordcoreani, i cui test avevano dimostrato di poter colpire le coste giapponesi. Nonostante la minaccia nordcoreana sia ancora presente, per motivazioni diverse il governo di Tokyo ha deciso di rinunciare all’assetto in questione. Ma cosa c’è di preciso dietro alla rinuncia a questa pedina apparentemente necessaria?

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Nello specifico, il sistema AEGIS Ashore è un sistema integrato di radar in grado di rilevare la presenza di missili e la traiettoria degli stessi, permettendo quindi di intercettarli e abbatterli con un vettore specifico a lunga distanza, prima del rientro nell’atmosfera. Un sistema di questo tipo sarebbe ben più che adatto al caso giapponese non solo per la natura essenzialmente difensiva dell’assetto, ma anche in quanto contromisura al tipo di arma che più di altre sta popolando le acque del Pacifico asiatico. Oltre ai test missilistici nordcoreani, anche la Repubblica Popolare Cinese investe massicciamente sui missili, in quanto necessari per colpire gruppi di intervento navale prima di finire dentro il raggio operativo di questi ultimi. La Cina ha già sviluppato tipologie di missili antinave con un raggio d’azione superiore alle controparti americane, rendendo il sistema AEGIS Ashore un asset importante anche nella gestione di rischi comuni all’alleanza USA-Giappone. Non è un caso che nel 2017 la Cina si sia opposta vigorosamente al dispiegamento statunitense in Corea del Sud del THAAD, un sistema antimissilistico mobile con performance nettamente inferiori all’AEGIS Ashore, ma il cui radar poteva fornire informazioni agli americani dallo spazio aereo cinese.

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Nonostante l’apparente funzionalità dell’assetto, la decisione di annullare l’acquisizione è stata presa basandosi su considerazioni economiche e ambientali. AEGIS Ashore avrebbe avuto un prezzo complessivo di 4 miliardi di dollari, tenendo in conto sia l’acquisizione che i costi operativi. Considerata la recessione economica incipiente causata dalla pandemia di COVID-19, la contrazione della spesa militare è quasi una conseguenza naturale. Inoltre, i due siti nei quali avrebbero dovuto essere installati i sistemi si trovavano troppo vicini ad aree urbane, creando il rischio concreto di caduta di detriti (come ad esempio i razzi propulsori che si distaccano dal missile dopo il lancio) su aree popolate e su beni di privati. Questo problema poteva essere evitato modificando il vettore, ma questo avrebbe fatto lievitare ancora di più i costi. Anche l’identificazione dei siti stessi (nella prefettura di Akita, a nord, e in quella di Yamaguchi nel sud) è stata particolarmente problematica, specialmente dopo la scoperta che i tecnici ministeriali incaricati della decisione hanno basato i loro calcoli su dati errati estratti da Google Earth. A complicare il quadro si è aggiunta anche l’opposizione al progetto da parte dei residenti delle aree in questione, preoccupati anche per eventuali rischi sanitari relativi alle onde elettromagnetiche del radar.

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La decisione è stata facilitata anche dal fatto che ad assicurare le capacità antimissilistiche ci sono anche otto cacciatorpediniere della Forza marittima di autodifesa, oltre ai sistemi PAC-3 della controparte aerea. Tuttavia, la versione a terra del sistema AEGIS avrebbe permesso di ridurre la dipendenza dalle cacciatorpediniere in quella capacità, considerando anche che il quantitativo di personale necessario per operare una nave è maggiore rispetto alla base a terra.

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La decisione di Tokyo di rinunciare a questo sistema di difesa genera quindi la necessità di soluzioni alternative, che possono essere l’acquisizione di sistemi THAAD o di un maggior numero di PAC-3. In realtà è molto probabile che queste soluzioni non saranno prese in considerazione per gli alti costi, ma soprattutto per la volontà politica giapponese di dotarsi di sistemi maggiormente offensivi. Non è un mistero che il governo guidato da Abe stia cercando di erodere lentamente il carattere pacifista della Costituzione, rappresentato dalla rinuncia alla guerra contenuta nell’articolo 9. Invece di dotarsi di un sistema puramente difensivo, il Giappone potrebbe optare all’acquisizione di capacità di pre-emptive strike, strategicamente difensive ma tatticamente offensive. Un esempio di questo processo è rappresentato dal riallestimento delle due navi classe Izumo, tecnicamente registrate come cacciatorpediniere (così come tutte le unità della Marina giapponese), ma di fatto delle vere e proprie portaerei da 27.000 tonnellate, che a breve saranno in grado di imbarcare gli F-35B a decollo verticale. Questi assetti doterebbero il Giappone di una maggiore forza di proiezione, il cui valore strategico è innegabile. Proprio su questi velivoli il Giappone ha investito pesantemente, acquistandone 147 unità di cui 42 riservate alla Marina. Numeri che rendono le Forze armate giapponesi il secondo contributore al programma firmato Lockheed Martin, dietro agli Stati Uniti. Sforzi economici di questo tipo sono perfettamente inscrivibili all’interno del tentativo del governo Abe di ampliare le possibilità operative delle Forze armate del Paese, e rendono quindi la rinuncia al sistema AEGIS Ashore un’ulteriore opportunità per ricalibrare la rotta in quella direzione.

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Nonostante il rischio di non adempimento di un contratto da 4 miliardi, da parte statunitense non ci sono state reazioni particolari. Sembrerebbe che la crisi sanitaria globale e le problematiche di ordine pubblico interno facciano in modo che l’agenda di Trump sia abbastanza folta da non far trovare spazio al Giappone, ma in realtà è probabile che vengano programmate nel prossimo futuro nuove acquisizioni da parte di Tokyo, considerata anche la volontà statunitense di avere alleati più proattivi per quanto riguarda difesa e sicurezza.

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In conclusione, è possibile ritenere che la rinuncia al sistema AEGIS Ashore altro non sia che un modo per portare avanti il processo di “normalizzazione” delle Forze armate giapponesi e del loro ruolo all’interno della vita dello Stato. Nonostante l’acquisizione di nuovi assetti possa avvenire in un tempo relativamente breve, la cornice politica e legale necessaria al loro uso richiede molto più di un paziente lavoro di comunicazione istituzionale. Simili cambiamenti, che non sono solo strategici ma anche dottrinali, richiedono profonde modifiche alla cultura strategica del Giappone e la modifica di quest’ultima è un processo politico e sociale che coinvolge non solo le azioni dei governi, ma anche la mentalità collettiva della popolazione e delle élite: per questo motivo è un cambiamento che non avverrà nell’arco di una legislatura, ma la cui rotta risulta tracciata quasi interamente. Se la politica di sicurezza giapponese fosse una partita a Go, la rinuncia a un assetto difensivo in favore di uno offensivo sarebbe chiaramente un tentativo di mantenere l’iniziativa per continuare a giocare nell’angolo opposto della scacchiera, cercando di portare il Paese verso la normalizzazione del suo status nella sicurezza internazionale.

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