IL MAROCCO TRA MOBILITAZIONI E REPRESSIONE: IL CASO DI HIRAK AL-RIF

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Le proteste del Rif in Marocco sono un esempio delle tante questioni irrisolte che riemergono in periodi di crisi. Dopo quasi quattro anni dalla nascita del Movimento, i problemi sollevati sono tutt’altro che risolti e lo Stato sembra seguire la via della repressione.

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Il riscatto dalla hogra e l’identità del Rif

Il Rif è una regione montuosa e affacciata sul Mediterraneo situata a Nord del Marocco. In quest’area le criticità socioeconomiche si innestano su una storia di emarginazione e trascuratezza da parte dello Stato. La popolazione locale deve fare i conti con importanti carenze strutturali quali problemi di approvvigionamento idrico, carenza di infrastrutture efficienti, di strutture sanitarie ed educative adeguate. In assenza di reali alternative, la popolazione riffana vive principalmente di impieghi informali come la coltivazione di hashish o la pesca. È in questo contesto che nella città di al-Hoceima, nell’ottobre del 2016, a seguito della tragica morte di Mohsin Fikri[1], nacquero delle proteste spontanee per porre fine alle frustrazioni vissute dalla popolazione locale. L’episodio catalizzatore delle proteste era il triste simbolo di una situazione non più sopportabile: la condizione di impiego informale di Fikri era comune a tanti altri giovani così come lo era il tentativo di sfuggire ai numerosi sequestri di merce da parte della polizia.

 

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Le mobilitazioni esprimevano il più forte sentimento di hogra[2] sofferto dalla popolazione locale e videro subito la partecipazione, tra gli altri, di migliaia di giovani. Da queste nacque Hirak al-Rif che si autodefinì Movimento popolare (Hirāk shaʻabī) e che si contraddistinse immediatamente per la partecipazione attiva dei manifestanti e per i suoi giovani leader. Hirak non ha mai avuto una connotazione politica, anzi una delle sue peculiarità è stata da subito quella di non volersi inserire nel discorso politico e in effetti non ha espresso vicinanza a nessun partito. I suoi obiettivi erano di natura concreta: l’implementazione di infrastrutture efficienti, ospedali, un centro per le cure oncologiche, la realizzazione di un’università e, in generale, l’attivazione di politiche di sviluppo per la regione del Rif. Tali istanze raccolsero da subito un ampio consenso popolare che permise alle mobilitazioni di diffondersi alle principali città marocchine assumendo ben presto una dimensione nazionale. Le proteste esprimevano il rifiuto verso lo status quo in un contesto nel quale le condizioni di lavoro erano sempre più precarie, la povertà affliggeva fasce ampie della popolazione e i giovani non avevano più fiducia nelle istituzioni.

 

 

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Tale sfiducia, in particolare, è indicativa del distacco tra il governo e le nuove generazioni diventato oggi notevolmente ampio e in cui i giovani non si sentono più rappresentati né ascoltati dagli esponenti della politica nazionale. Questa tendenza non era una novità nel Paese: una forte presa di coscienza avvenne all’indomani della primavera araba che in Marocco vide la nascita del Movimento del 20 Febbraio. Anche in questo caso i protagonisti delle vicende erano giovani esasperati dalle ingiustizie sociali, dai crescenti tassi di disoccupazione, nonché dalla corruzione e dall’inadeguatezza del sistema politico. Le proteste del 2011, però, rivendicavano istanze più generali e presero una connotazione politica che portò alla divisione tra un’ala riformista e una radicale. Tali mobilitazioni vennero infine sopite dall’impegno assunto dallo Stato nel varare una nuova costituzione, evento che tuttavia non produsse un concreto miglioramento all’interno della società. In chiave comparativa, Hirak al-Rif può essere visto come un’evoluzione delle precedenti esperienze di mobilitazione popolare: i manifestanti del Rif avevano vive nella memoria le azioni repressive e di divisione messe in atto dal regime pochi anni prima e sapevano bene che movimenti di protesta dichiaratamente politici avevano un’alta probabilità di subire la repressione dello Stato. In secondo luogo, un elemento di forte coesione e che ha favorito il successo di Hirak al-Rif è dato dalla storia di questa regione e dalla sua identità.

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Il Rif rappresenta un baluardo della lotta anticoloniale marocchina ed è il luogo di origine di Abd el-Krim al-Khattabi(1882-1963), eroe della resistenza contro la potenza coloniale spagnola e fondatore della Repubblica del Rif. A dimostrazione dell’importanza della figura di al-Khattabi nella memoria collettiva locale sta il fatto che molti manifestanti del Movimento siano scesi in piazza esibendo il suo ritratto. Un ulteriore elemento simbolico usato nelle proteste è la bandiera amazigh[3], segnale forte dell’identità locale che rivendica la propria specificità e trova un suo spazio di espressione in questa circostanza apparentemente slegata da questioni identitarie. In realtà, decostruendo il fenomeno delle proteste del Rif, è possibile rilevare in esse molti elementi profondi che sono tornati in superficie a seguito della morte di Fikri. Tra questi, l’identità amazigh e la storica marginalità della regione sono indubbiamente elementi fondamentali che hanno conferito al fenomeno una portata più ampia rispetto a quella legata alle esplicite rivendicazioni sociali. I giovani manifestanti del Rif hanno infatti sfruttato questa contingenza per riaffermare a gran voce la propria appartenenza locale, l’identità amazigh storicamente usata dai regimi coloniali e dallo stesso Stato marocchino come strumento per le strategie di divide et impera. In questo modo, la disoccupazione giovanile e le ingiustizie sociali rappresentano la cartina al tornasole dell’esclusione del Rif e, in generale, di gran parte della popolazione amazigh, dalle politiche di sviluppo economico e sociale e un’occasione per riappropriarsi dello spazio pubblico del dibattito. Tali elementi identitari e la storia di resistenza del Rif hanno costituito un humus fertile per la creazione di un’ampia base solidale e compatta del Movimento.

 

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La grande partecipazione popolare è stata ottenuta anche grazie all’azione dei principali leader di Hirak. Sebbene, infatti, le proteste fossero di natura spontanea e quindi non organizzata, sono emerse ben presto delle personalità di spicco all’interno del Movimento. Il più influente è senza dubbio Nasser Zefzafi, giovane attivista e leader riconosciuto di Hirak. Il carisma e le doti comunicative gli hanno permesso di diventare uno dei principali interlocutori della popolazione nell’organizzazione delle proteste nonché motivatore a sostegno di un’ampia partecipazione. Nei suoi discorsi riusciva ad alternare l’uso della lingua amazigh del Rif, della darija marocchina e dell’arabo standard, capacità grazie alla quale la sua comunicazione arrivava efficacemente alle persone di ogni estrazione sociale. Attualmente, però, il suo attivismo è stato ostacolato in seguito all’arresto con l’accusa di “minaccia alla sicurezza nazionale” con una pena di 20 anni. Un’altra personalità centrale, simbolo della partecipazione femminile all’interno di Hirak al-Rif, èNawal Benaissa, attivista di 36 anni e madre di quattro figli. È stata arrestata quattro volte tra giugno e settembre 2017 e nel febbraio 2018 è stata condannata a 10 mesi di carcere, con sospensione della pena, e a una multa di 500 dirham (circa 46 euro) con l’accusa, tra le altre cose, di “istigazione a commettere atti di violenza”. Le accuse nei confronti di Zefzafi, Benaissa e di tantissimi altri attivisti del Rif dimostrano l’azione dello Stato che cerca di reprimere nel silenzio l’insurrezione popolare. Questa strategia, tuttavia, stavolta potrebbe non bastare considerando che il Movimento ha organizzato un comitato responsabile della comunicazione sui social media in cui, com’è noto, l’informazione si diffonde molto più in fretta di ogni atto censorio; un altro elemento di novità delle proteste del Rif è il sostegno e la partecipazione attiva delle comunità della diaspora, dimostrato dalla creazione di numerosi comitati di supporto al Movimento in diverse città europee.

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La risposta del Makhzen tra silenzio e repressione

Inizialmente, le mobilitazioni vennero per lo più ignorate dal re, fino a quando non si diffusero anche ad altre città e oltre i confini nazionali rendendo evidente la portata dirompente di Hirak al-Rif. A questo punto, Mohammed VIintervenne sul piano politico licenziando alcuni membri del governo ritenuti responsabili del malfunzionamento del progetto al-Hoceima Manarat al-Mutawassit (“al-Hoceima Faro del Mediterraneo”), elaborato per riqualificare la regione in vista di uno sviluppo economico. La mossa del re, attuata in un contesto politico alquanto fragile, mirava a smorzare il malcontento popolare per fermare le proteste seguendo la narrativa secondo la quale il re non è una figura cattiva, al contrario lo sono i membri del suo entourage. Tuttavia, tale strategia non è riuscita a frenare il Movimento. L’azione successiva è stata allora di aperta repressione attraverso l’arresto di decine e decine di attivisti del Rif e giornalisti. Oltre alla repressione delle manifestazioni, il re cercava anche di screditare la reputazione dei leader di Hirak accusandoli di ricevere fondi dalla rivale Algeria o dal Fronte Polisario: una vecchia pratica discorsiva attraverso la quale si cercava di manipolare l’immagine del Movimento facendolo passare per una minaccia alla sicurezza nazionale.

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Se questa è stata la risposta del governo nei confronti di Hirak al-Rif, oggi la situazione desta ancora preoccupazione vista la crescente propensione a reprimere ogni voce di dissenso all’interno dello Stato, a prescindere dal contesto o dall’oggetto dell’opposizione. Segnale ulteriore della tendenza a restringere la libertà d’espressione in Marocco è dato dalla legge approvata lo scorso 23 marzo: nell’ambito dell’emergenza causata dal coronavirus, sono state stabilite condanne a tre mesi di carcere e una sanzione di 1300 dirham (circa 120 euro) per chiunque violi “ordini e decisioni prese dalle autorità pubbliche” e per chiunque “ostacoli” attraverso “testi, pubblicazioni o fotografie” quelle decisioni. In base ad un aggiornamento di Amnesty International, questa legge è già stata usata in maniera strumentale contro attivisti dei diritti umani e giornalisti, rendendo evidente che la garanzia di alcuni diritti fondamentali nel Paese, come la libertà di espressione, sono seriamente a rischio.

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Note

[1] Venditore di pesce ambulante di trentun anni, morì schiacciato in un camion della nettezza urbana nel tentativo di recuperare un carico di pesce che era stato sequestrato e gettato dalla polizia.

[2] “Privazione della dignità” in arabo marocchino.

[3] “uomo libero”, termine che designa il popolo berbero nella lingua tamazight.

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