DISINTERESSE INTERESSATO: IL PARADOSSO AFGANO

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Crocevia di popoli e secolare terra di passaggio, il mito e lo splendore dell’Afghanistan è – oggi – offuscato da decenni di conflitti, instabilità e insicurezza.
Ciononostante, e a dispetto delle tragiche condizioni socio-economiche, delicati equilibri internazionali si giocano proprio sui territori formalmente amministrati da Kabul. L’utilizzo del termine formalmente è d’obbligo nel descrivere il contesto afgano che, da diversi anni a questa parte, è un claudicante treppiede sorretto dal governo ufficiale, dai talebani – organizzazione di fondamentalisti islamici con un imprescindibile peso politico – e dagli Stati Uniti d’America, che in Afghanistan guida un contingente militare di diverse migliaia di uomini. Negli ultimi mesi talebani e americani hanno portato avanti fitti colloqui al fine di disegnare una road map di pace per il paese che fermasse la violenza diffusa e costituisse l’ossatura di un concreto sistema Stato.

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Kabul nel frattempo era impegnata a dipanare la matassa delle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso settembre, che in piena tradizione afgana si sono rivelate un concentrato di veti incrociati e accuse reciproche. I principali sfidanti, il Presidente uscente Ashraf Ghani e il capo dell’esecutivo Abdullah Abdullah, si sono vicendevolmente incolpati di brogli e scorrettezze elettorali, fino a giungere – a metà maggio – ad un sorprendente accordo di spartizione del potere.
La prima rilevante mossa di cui si sono resi protagonisti è stato l’annuncio dell’apertura di un confronto con la controparte talebana sul campo neutro di Doha, in Qatar, dove i talebani hanno un ufficio politico, e dove si sono svolti i colloqui fra barbuti e Stati Uniti. Questi ultimi osservano con profondo interesse agli sviluppi all’ombra di Kabul. Il Presidente a stelle e strisce Donald Trump, alle prese con l’emergenza sanitaria che non sembra indebolirsi ed a quattro mesi dalle elezioni, ha più volte promesso di ritirare le sue truppe dall’Afghanistan.

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Dalla Casa Bianca trapela che i vertici del Pentagono sarebbero particolarmente preoccupati di un ritiro lampo di oltre ottomila soldati, che se voluto in poco più di cento giorni non permetterebbe il completo rientro delle attrezzature, e soprattutto assicurerebbe fragili garanzie sul futuro comportamento dei talebani.
Di questi giorni è la rivelazione giornalistica che vedrebbe proprio cellule del movimento dei barbuti al soldo dell’intelligence russa per colpire militari e strutture statunitensi. Un indiscrezione che imbarazza Trump, che getta ulteriori ombre sull’avvenire del paese asiatico, ma che ne ricalca l’importanza nello scacchiere internazionale. Il destino dell’Afghanistan, ad oltre quarant’anni dall’invasione sovietica, è – quindi – ancora terra fertile per gli interessi delle grande potenze mondiali, che ne riconoscono l’importanza geostrategica, e che ne orienteranno le fortune.

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