IL PROCESSO DI TRANSIZIONE DEMOCRATICA IN ETIOPIA È A RISCHIO

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Sarebbero numerosi i morti e i feriti ad Addis Abeba, in seguito alle proteste che da ieri stanno attraversando le strade della capitale etiope e, contemporaneamente, di Adama, città dello Stato della Oromia. Oltre alle vittime ci sarebbero anche 35 persone arrestate, tra cui Jawar Mohammed, membro del partito Oromo Federalist Congress, e noto oppositore del governo.

 Il primo ministro, Abiy Ahmed, ha commentato la vicenda con preoccupazione per l’elevato numero di vittime, senza tuttavia fornire numeri ufficiali.  Le proteste sono esplose in seguito alla notizia dell’omicidio del cantante Hachalu Hundessa, 34 anni, ucciso, come ha dichiarato l’agenzia Reuters, nella notte tra il 29 e il 30 Giugno, da colpi di arma da fuoco mentre si trovava nella zona di Gelan Condominiums. La polizia ha arrestato due persone sospettate di aver preso parte all’agguato.

Nonostante, al momento, non disponiamo di notizie certe sul movente, alcuni attivisti sostengono che l’omicidio sia scaturito da ragioni politico-idelogiche.

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I testi di Hachalu Hundessa, infatti, era diventati un inno per i diritti del gruppo etnico Oromo ed avevano ispirato i movimenti protesta che portarono alla caduta dell’ex premier Hailemariam Desalegn.

L’esplosione delle tensioni sta mettendo a dura prova Abiy Ahmed, in carica dal 2018, sia per la rinnovata questione degli Oromo, che per l’intervento della polizia per arginare le proteste.

Il caso degli Oromo, del resto, si trova nella sfera delle questioni irrisolte. Gli Oromo, sono il più grande grande gruppo etnico, tra gli 80, che compongono la variegata mappa etnica dell’Etiopia. Secondo l’ultimo censimento del 1994, rappresentano il 32% della popolazione. Il Congresso federalista Oromo (Ofc) è il più grande partito dell’Oromia e, dal 2005, si batte per il rispetto e la tutela dei diritti umani del gruppo.

Nonostante gli sforzi di Abiy Ahmed di avviare un nuovo ordine politico-sociale dell’Etiopia che guarda verso i modelli democratici, continua a scontrarsi con le frammentazioni etniche e le vecchie diatribe che frenano il raggiungimento dell’obiettivo.

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Lo stesso Jawar Mohammed aveva accusato, nei mesi precedenti, Abiy Ahmed di promuovere misure repressive contro gli attivisti dell’OFC, attraverso arresti arbitrari e intimidazioni, con l’obiettivo di impedire qualunque attività politica da parte delle opposizioni.

Secondo l’ultimo rapporto di Human Righ Watch, i progressi raggiunti dal governo di Ahmed sarebbero poco significativi. Inoltre le proteste scoppiate in seguito alle accuse di Jawar Mohammed, sono state occasionalmente accolte dall’uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine.

I conflitti etnici e politici pongono l’attuale governo di fronte al difficile compito di garantire la stabilità attraverso misure che, se da un lato devono sedare la violenza, allo stesso tempo, non devono minare i principi democratici che promuove.

Un difficile bilanciamento che emerge da diversi aspetti.

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Il governo, infatti, ha cercato di rispondere alle accuse dell’opposizione, presentando, ad aprile, una proposta di legge sull’odio con l’obiettivo di limitare l’incitamento all’odio e alla violenza, che tuttavia, secondo alcuni attivisti, potrebbe finire per soffocare le forme legittime di manifestazione di dissenso politico. Le stesse critiche sono state rivolte verso la scelta di chiudere l’accesso a internet all’inizio di giugno, per una settimana, con l’obiettivo di arginare la diffusione delle campagne antigovernative, ma che nei fatti si è tradotta in una limitazione delle libertà.

Alla vigilia delle elezioni, che dovrebbero svolgersi ad agosto, Abiy Ahmed si trova ancora una volta di fronte ad un difficile campo di prova che potrebbe mettere a repentaglio gli obiettivi raggiunti con fatica negli ultimi due anni.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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