I CURDI IRANIANI DEL RAJHELAT

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Come ha recentemente affermato Arash Saleh, il rappresentante del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano negli Stati Uniti, il “Rajhelat è sede del più antico partito curdo, della nascita del nazionalismo, dei peshmerga, dell’inno nazionale e dell’idealismo curdo”. Infatti, il Rajhelat, conosciuto anche come il Kurdistan dell’est, è quel territorio al confine tra l’Iran e l’Iraq dove risiedono all’incirca 12 milioni di curdi, la più grande comunità dopo quella presente in Turchia. Nonostante il numero elevato di curdi presente in Iran, la popolazione vive al limite della povertà, costretta a lavorare come kolbar (commercianti di frontiera) e in un continuo stato di oppressione da parte del governo perché ritenuti dissidenti.  Quando si discute di Iran, vengono analizzati i rapporti con gli Stati Uniti, il numero elevato di armi nucleari, il petrolio e le violazioni di diritti umani. Data l’importanza geopolitica a livello internazionale di questi temi, raramente si sottolinea il valore che la popolazione curda ha acquisito nello stato e il ruolo di opposizione che svolge contro il Regime. Questa analisi vuole sottolineare la funzione, spesso sottovalutata, dei curdi iraniani come oppositori, di come essi siano alienati da qualsiasi funzione governativa e quali siano gli obbiettivi che vorrebbero raggiungere per un futuro di cooperazione tra Iran e Curdi.

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Rajhelat: Il Kurdistan dell’est in Iran

Il Rajhelat è stata la sede della Repubblica di Mahabad, la prima organizzazione autonoma della popolazione curda fondata nel gennaio 1946, e distrutta undici mesi dopo nonostante la linea di difesa da parte dei peshmerga di Mustafa Barzani – poi presidente del Partito Democratico Curdo. Nonostante il fallimento della Repubblica di Mahabad, questi pochi mesi sono sempre rimasti impressi nei ricordi della popolazione, dato che rappresentano la nascita della prima indipendenza e il consolidarsi della comunità in Iran. Quando cadde Mahabad, il nazionalismo curdo ha iniziato a definirsi, diffondersi e organizzarsi, nella regione e fuori, tanto da portare alla creazione dei partiti e delle autonomie di oggi (come quella in Iraq) e di confermare l’importanza della comunità nell’equilibrio geopolitico del Medio Oriente.

Dopo Mahabad, I Curdi iraniani hanno goduto di un breve periodo di prosperità, concluso poi nel 1979, quando Khomeini promise loro che se avessero partecipato alla rivoluzione facendo cadere lo Shah, gli sarebbero stati riconosciuti i diritti di uguaglianza, lingua e cultura. Malgrado le promesse di Khomeini, gli articoli 15 e 16 della nuova Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, sottolineano chiaramente che l’unica lingua in cui si può parlare e insegnare è il Farsi e che l’unica cultura permessa è quella persiana. In seguito, poco dopo l’affermarsi del nuovo stato dell’Iran, il 17 Agosto 1979, Khomeini dichiarò una jihad (guerra santa) e una fatwa(ordinanza religiosa) contro la popolazione curda e i propri rappresentanti iraniani, successivamente dichiarandoli “nemici dello stato”.

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Dunque, dal 1979 i Curdi iraniani vivono in questo perenne stato di violenza e oppressione. Come conseguenza, e con il consolidarsi del nazionalismo, negli anni sono venuti a formarsi vari gruppi di opposizione al Regime, come il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e il Partito Komala. Entrambi i partiti sono considerati dissidenti dello stato, nonché terroristi. Nonostante questa etichetta, i due sono riusciti a organizzarsi clandestinamente nel Rajhelat, godendo soprattutto dell’appoggio dei peshmerga iracheni. Infatti, molti rappresentanti di questi due partiti sono stati obbligati all’esilio, spostandosi principalmente nella Regione Indipendente del Kurdistan Iracheno, ma molti rimangono attivi nel Rajhelat, cercando di difendere la comunità dalle violenze del Regime iraniano e dagli attacchi da parte dello Stato Islamico.  

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Una lotta tra persecuzioni e riconoscimenti

Oggi, come riportano vari media, i curdi iraniani all’estero, e in Iran, vivono in uno stato di persecuzione continua e di lotta per il proprio riconoscimento. Rudaw Media ha recentemente confermato gli attacchi da parte dello Stato Islamico contro i curdi in Iran al confine con l’Iraq; il 20 giugno 2020, Kurdistan24 ha sottolineato come un politico curdo iraniano, esiliato in Olanda, sia riuscito a sopravvivere ad un tentato omicidio su commissione; il Human Rights Monitor ha confermato l’uccisione di due kolbar il 30 maggio 2020 da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, sottolineando come i kolbar siano sempre più spesso vittime di violenza dato il loro status di povertà; ed infine, il Middle East Eye ha confermato i bombardamenti aerei da parte della Turchia e dell’Iran nel Kurdistan Iracheno, mirati ad attaccare le presunte basi dei partiti di opposizione esiliati in Iraq; nonostante queste aggressioni abbiano violato i confini internazionali e la sovranità statale dell’Iraq, i due si sono avvelati del diritto di legittima difesa.

Questi esempi sovra-citati dimostrano solamente in parte la sofferenza della popolazione curda in Iran, perseguitata ormai direttamente e indirettamente dal Regime sia a livello nazionale che internazionale. Questa persecuzione continua viene spesso ignorata dai media internazionali, che come sottolineato precedentemente discutono di altre tematiche relative all’Iran. Nonostante questa mancata rappresentazione internazionale, il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e il Patito Komala, rimangono i più grandi oppositori del Regime Iraniano e continuano a mettere pressioni internazionali per il riconoscimento della loro causa. I due partiti hanno gli stessi obbiettivi, anche se espressi in due modi opposti, ed in particolare il Partito Komala, registrato anche come lobby negli Stati Uniti, cerca di utilizzare la propria posizione di opposizione per mostrare le molteplici violazioni del Regime iraniano ai media internazionali.

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Un futuro incerto?

Oltre a subire violenze, la comunità curda in Iran non ha il diritto di accedere agli studi universitari, al mercato del lavoro, ai sussidi economici, al permesso di parlare nella propria lingua e di esprimete i propri diritti civili e politici. Essi sono conseguentemente alienati da qualsiasi funzione dello stato, e portati a vivere al limite della povertà. Recentemente, il Programma di Peace-Building e Diritti Umani, parte dell’Istituto di Studi per i Diritti Umani della Columbia University negli Stati Uniti, ha tenuto un convegno con i rappresentanti del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e del Partito Komala, cercando di trovare un punto d’incontro tra i due e instaurare un dialogo con la comunità internazionale. Nonostante i limiti del Regime iraniano e le molteplici negazioni di espressione per la propria auto-determinazione, i due partiti si sono promessi di rinunciare alle proprie differenze, di unirsi per cercare di migliorare le condizioni dei curdi iraniani e di lavorare insieme per costruire un governo democratico, e federale, per il futuro dell’Iran. Il Programma di Peace-Building e Diritti Umani si è invece offerto di fare da intermediario con la comunità internazionale, ed in particolare cercare di aumentare l’interesse dei policy-makers statunitensi verso la questione per portarla dinanzi ai politici di Washington.

 

 

 

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L’unione stabilita dai due partiti per lavorare su un unico obbiettivo è oggettivamente un passo importante per la comunità curda iraniana, nonostante ciò il loro futuro rimane ancora incerto. Questo dovuto sia alla continua guerra contro lo Stato Islamico, sia per il preponderante ruolo acquisito della Turchia e della Federazione Russa nei loro equilibri, e sia perché la Repubblica Islamica dell’Iran non mostra nessun interesse nel cambiare la propria posizione. Ciò che desta particolare attenzione è il ruolo inesistente della comunità internazionale davanti a queste violenze, e non solo da parte dei media, ma anche da parte dei governi, che ignorando le violazioni “permettono” il comportamento del Regime che in mancanza di sanzioni e pressioni, continua ad attuare le proprie politiche di oppressione senza critiche. In conclusione, è opportuno sottolineare che le variabili sul futuro dei curdi iraniani sono incerte perché esse dipenderanno anche dagli equilibri geopolitici che si verranno a creare una volta conclusa la guerra in Siria, e dalla posizione che prenderanno i curdi siriani. Se i curdi siriani riuscissero a mantenere la propria autonomia nel Rojava, nonostante gli attacchi da parte della Turchia, i curdi iraniani potranno avere una leva maggiore contro il Regime dato che potranno godere sia dell’appoggio dell’autonomia siriana sia di quella ormai consolidata nell’Iraq. Infine, come ha sottolineato David Phillips, direttore del Programma di Peace-Building e Diritti Umani, “la causa dei curdi iraniani, è una causa molto nobile che dovrebbe essere supportata di più”.

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