IL NAUFRAGIO A LARGO DELLE COSTE TUNISINE PONE L'ATTENZIONE SULLA CRISI DEI MIGRANTI DELL'AFRICA SUB-SAHARIANA (DIMENTICATI DA TUTTI)

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Il sito Tunisie Numerique ha dichiarato che sono stati recuperati 34 corpi, dalla Marina tunisina al largo delle isole Kerkennah, in seguito al naufragio, avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 giugno, del barcone partito da Sfax con a bordo 53 persone, anche se al momento non si si conosce con certezza il numero esatto delle persone a bordo. I corpi finora ritrovati appartengono a 22 donne, di cui una in gravidanza, 9 uomini e 3 bambini, tutti provenienti dall’Africa sub-sahariana. Tra le vittime anche un cittadino originario di Sfax alla guida del peschereccio. La Marina militare, la Guardia costiera e la protezione civile, in queste ore sono ancora a lavoro alla ricerca dei dispersi.

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Secondo quanto dichiarato da Ben Amor, del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftes) dalla fine del lockdown la guardia costiera ha bloccato 1243 persone nel tentativo di raggiungere le coste italiane, anche in questo caso la maggior parte delle persone fermate erano originarie dell’Africa sub-sahariana. La tragedia, avvenuta a poche miglia dalla costa tunisina, pone l’attenzione sul fenomeno dei migranti subsahariani e delle migrazioni intra-africane.

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Ogni anno dall’Africa sub-sahariana, infatti, partono migliaia di persone. La destinazione, tuttavia, non è solo l’Europa, in realtà buona parte del fenomeno coinvolge lo stesso continente. Secondo i dati del 2018, dei 27 milioni originari dell’area sub-sahariana, solo 8milioni hanno lasciato l’Africa. I restanti si sono distribuiti in Sudafrica, Costa d’Avorio, e nei Paesi nordafricani, come Tunisia, Egitto, Marocco e Algeria. Un aspetto che forse può sorprendere è la profonda ostilità dei Paesi di destinazione nei confronti di quelli che spesso sono vicini di casa.

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In Egitto, secondo l’UNHCR, negli ultimi anni le condizioni dei migranti sono peggiorate.  La maggior parte degli immigrati vive in quartieri isolati e poveri, vengono sfruttati nei negozi con salari molto bassi e sono spesso vittime di abusi. Sono le donne a pagare il prezzo più alto, costrette a subire, sul posto di lavoro, violenze sessuali e continue denigrazioni. Le scuole inolte sono un vero e proprio miraggio, in quanto aperte solo agli immigrati provenienti dal mondo arabo. La situazione non migliora se si osserva ad esempio l’Algeria. Anche in questo caso l’UNHCR ha evidenziato la situazione critica dei cittadini subsahariani che spesso vengono fermati al confine, espulsi ed abbandonati nel deserto privi di acqua e viveri per sopravvivere.

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Il Marocco, nonostante abbia più volte manifestato la volontà di investire nell’integrazione, non è in grado di fornire risposte soddisfacenti. Secondo Mehdi Aliou, fondatore del gruppo antirazzista Gadem, la maggior parte della comunità sub-sahariana lavora nel settore informale ed è inesistente per le istituzioni. Quello che emerge è un fenomeno di discriminazione e ostilità che non può essere ignorato a lungo. I migranti subsahariani, spesso costretti ad abbandonare i loro territori, oggetto di frammentazioni e tensioni ormai strutturali, si trovano schiacciati tra le ostilità degli stessi africani e le politiche migratorie dell’UE. In questi anni la cooperazione tra il Nordafrica e l’Unione europea si è incentrata, nei fatti più sul tentativo di frenare i flussi che nel trovare una soluzione, trasformando  i migranti in merce di scambio senza nessun rispetto dei loro diritti.

 

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