LA RUSSIA ACCENDE IL DIBATTITO SULLE ISOLE SVALBARD NORVEGESI A CENTO ANNI DAL TRATTATO DI PARIGI

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Era il 9 febbraio del 1920 quando, a Parigi si riunirono i rappresentanti di otto stati: Italia, Danimarca, Stati Uniti, Norvegia, Giappone, Gran Bretagna, Irlanda e Svezia, con lo scopo di porre un termine alla disputa legale in merito alla giurisdizione delle Isole Svalbard (o isole Spitzberg, come venivano chiamate all’epoca). L’Arcipelago, che si trova in pieno Oceano Artico, costituiva un punto strategico per le attività di pesca ed i legami commerciali. Gli otto stati, in quell’occasione stipularono il Trattato delle Svalbard. La disputa sulla sovranità di queste isole, venne risolta, assegnando la sovranità al Regno di Norvegia. L’intento dei firmatari, era quello di creare nelle Svalbard un unicum giuridico. Il Trattato infatti, ha previsto uno specifico tipo di sovranità per Oslo, che, infatti non può esercitare pienamente la sua giurisdizione, sulla base delle clausole dell’accordo, il quale fa sì che alcune leggi norvegesi, non siano applicabili alle Svalbard.  Tra gli altri, risulta emblematico il contenuto dell’articolo 9 del testo di Parigi, all’interno del quale  è prevista la totale demilitarizzazione dell’arcipelago. Infine vi è  la possibilità, da parte dei paesi firmatari, di avviare attività commerciali sulle isole e di permettere ai propri cittadini, la residenza nell’arcipelago. Agli otto paesi che diedero vita al Trattato, se ne sono aggiunti altri con il tempo, fino ad arrivare ai 46 attuali, spinti sicuramente dalla possibilità di avere una attività commerciale in un luogo strategico del Mar Glaciale Artico.

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Violazioni norvegesi e rivendicazioni russe

Negli anni però, qualcosa è cambiato. Numerosi sono stati infatti, i passi compiuti da Oslo, in maniera unilaterale, per rivendicare più sovranità di quanto non le spettasse sulla base degli accordi. In particolare, in tempi recenti, la Norvegia starebbe applicando numerose restrizioni ad attività commerciali, produttive,esplorative e di sorvolo, perlopiù russe e finlandesi; tale atteggiamento si pone in netta violazione del Trattato e, pone lo stesso, in una condizione di inutilizzo. A questo proposito, Islanda e Finlandia, ma soprattutto la Russia, stanno manifestando il proprio disagio e la propria preoccupazione. Il campanello d’allarme è stato suonato proprio da Mosca,la quale si è vista imporre limitazioni norvegesi sui propri elicotteri civili e sulle attività di pesca, per le quali, secondo il Trattato di Parigi, non vi è accesso discriminatorio. Le iniziative in risposta all’atteggiamento di Oslo, sono arrivate in particolare dal Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che si è mosso con l’intento di raccogliere favori dagli altri paesi, in chiave anti-norvegese; l’obiettivo sembra essere quantomeno, di costringere la Norvegia, a trattare un accordo. Attualmente il ministro, sta applicando una strategia bidirezionale, promuovendo da un lato, la propria posizione e cercando il parere favorevole degli altri stati, dall’altro, invece, punta all’incontro diplomatico con l’omologo norvegese. Lavrov infatti ha provveduto con numerosi tentativi a stabilire un dialogo con l’invio di richieste di incontro. L’ultima ad aprile quando con una comunicazione al Ministro degli Esteri norvegese Ine Eriksen Søreide, si chiedeva, ancora una volta, l’apertura di un dialogo mediante una consultazione, ma al momento, la posizione di Oslo, sembra essere quella di una chiusura totale sull’argomento; pertanto, la Norvegia sembra essere ferma nel non voler discutere della propria sovranità.

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Il punto di vista della Norvegia: dall’Unione Sovietica ai giorni nostri

D’altro canto però, bisogna tener conto anche del punto di vista della Norvegia sulla questione. Se Oslo si pone con un drastico rifiuto del dialogo proposto da Mosca, significa che le ferite praticate in tempi di Guerra Fredda, non sono del tutto chiuse. Sembra quindi che i norvegesi, siano ancora memori della forte presenza sovietica sull’arcipelago durante quegli anni. In quel periodo infatti, i russi si assicurarono la propria presenza, demografica ed economica alle Svalbard, con l’acquisto delle miniere di Barentsburg, le quali, pur non essendo molto produttive, fornivano un pretesto per assicurare la presenza sovietica in un luogo così strategico. La popolazione russa e ucraina che andò ad abitare a Longyearbyen, principale centro dell’area,  era in netta maggioranza rispetto a quella norvegese. Invece dopo il crollo dell’Unione Sovietica, molti coloni abbandonarono le Svalbard, e la popolazione russa è passata dalle oltre 2000 a circa 400 unità. Una presenza massiccia e, sicuramente ritenuta minacciosa per la Norvegia, che ad oggi, risulta essere tra i paesi più ricchi del mondo, ma che vive con l’incubo costante di un gigante economico e militare, che si affaccia ai propri confini.  Vecchia acredine quindi. Ad avvalorare tale ipotesi, vi è anche il fatto che la Russia non è nuova nel denunciare le violazioni del Trattato da parte di Oslo, presunte o reali che siano. Vecchie tensioni, che trovano appiglio anche in un episodio particolarmente complesso avvenuto nel 2015, quando  le autorità norvegesi, violarono apertamente il Trattato impedendo la visita alle Svalbard da parte dell’allora vice-primo ministro russo Dmitrij Rogozin. La Norvegia giustificò questo atto, asserendo che Rogozin non era persona gradita in quanto coinvolto nelle vicende della Guerra di Crimea e sanzionato dall’Unione Europea.  Successivamente, la Norvegia si è dotata di un decreto per espellere persone incriminate dalle Svalbard, cosa che ha fece infuriare ulteriormente i vicini russi.

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La Russia tenta la via diplomatica, mentre NATO e Stati Uniti stanno a guardare

Da questo botta e risposta si evince principalmente che l’approccio previsto dal Trattato delle Svalbard, vive ormai un momento di scarsa considerazione e le condizioni previste, non trovano più così tanto accoglimento. Le continue violazioni degli accordi da parte della Norvegia, rendono di fatto, inutilizzabile il Trattato, ponendo la stessa Norvegia in una condizione di vantaggio, preso con prepotenza. D’altro canto però vi è la Russia. Il Ministro Lavrov non ha fatto mistero, in qualità di portavoce delle istanze governative di Mosca, della volontà di qualificare la Russia, come paese avente uno status “particolare” sulla gestione delle Svalbard. Questo intento che sta venendo alla luce, fornirebbe la spiegazione efficace della chiusura norvegese a qualsivoglia dialogo. Mosca vorrebbe sedersi al tavolo delle trattative con Oslo, con l’intento di realizzare un nuovo tipo di gestione dell’arcipelago delle Svalbard, in funzione di una futura cooperazione bilaterale riguardo la giurisdizione e le attività economiche nell’area. Ciò che preme ai russi è sicuramente rivendicare il diritto alle attività di pesca, in una zona che, secondo la Norvegia apparterrebbe alla propria Zona Economica Esclusiva, rientrando di fatto nelle sue 200 miglia dalla costa, come prevede l’UNCLOS. Ma sicuramente, tra gli obiettivi rientra anche la posizione strategica di tutto rispetto che le Svalbard rappresentano, e proprio ora, in un momento di forte presenza militare ed economica della Russia nell’Artico, questa possibilità risulta affascinante. Infine bisogna tenere in considerazione anche gli stati che “stanno a guardare”, in primis gli Stati Uniti. Già nell’ultimo periodo abbiamo assistito ad un incremento notevole dell’interesse statunitense per l’Artico, manifestatosi, tra le altre cose, con rinnovate intese diplomatiche con la Norvegia. Sicuramente quindi, le  tensioni tra Norvegia e Russia sarebbero gradite agli USA, in funzione di una destabilizzazione dell’equilibrio polare. Altro fronte invece, potrebbe riguardare i paesi NATO, che potrebbero vedere la diatriba con  i russi, come ultima spiaggia per riportare la Norvegia entro i ranghi del Trattato.

 

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