DISASTRO AMBIENTALE IN ARTICO: SVERSAMENTO DI 20 MILA TONNELLATE DI GASOLIO NELL’ARTICO RUSSO

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I danni collaterali dello sfruttamento delle risorse artiche iniziano a manifestarsi, e sembrano estremamente gravi. Lo sversamento di oltre 20 mila tonnellate di gasolio nel terreno e nel fiume artico Ambarnaya avvenuto lo scorso 29 Maggio è già stato definito uno dei più gravi disastri della storia ambientale russa. L’apparente ritardo nella notifica a Mosca sembra, inoltre, aver ridotto la possibilità di arginare l’impatto che l’incidente avrà sul territorio.

 

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Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato lo stato d’emergenza a seguito di uno sversamento di gasolio di 20 mila tonnellate avvenuto nel fiume Ambarnaya, nella Siberia settentrionale. La situazione, già definita gravissima, sembra essere seconda, per impatto ambientale, solo al disastro che avvenne nel 1994 quando, nella Repubblica di Komi, ci fu una fuorisucita di petrolio da un oleodotto per uno sversamento totale di 94 mila tonnellate di greggio nel fiume Pechora che poi si riversarono nel Mare di Barents.

Le piogge torrenziali, che caratterizzarono i mesi successivi, permisero alla fuorisucita di allargarsi su un terriorio vastissimo e fu necessario un periodo di più di dieci anni di bonifica. L’incidente è avvenuto il 29 Maggio 2020 nei pressi della città di Noril’sk, a circa 3 mila chilometri da Mosca, nella Siberia settentrionale. Le cause sembrano essere dovute al danneggiamento di una cisterna di una centrale energetica della Ntek, una controllata della Norilsk Nickel, colosso della produzione di palladio, nickel, platino e rame. Sembra che a causa del cedimento di un tratto di permafrost, i sostegni abbiano ceduto e provocato lo sversamento.

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Da anni la comunità scientifica internazionale menziona lo scioglimento del permafrost e i danni che può provocare alle infrastrutture (urbane ed industriali) come uno dei principali motivi di preoccupazione ambientale. Inoltre, trapela che le autorità russe centrali siano venute a conoscenza dell’accaduto con due giorni di ritardo attraverso i social media, motivo per cui è stata aperta un’inchiesta sull’accaduto per inquinamento e negligenza. Il ritardo nella notifica dell’accaduto ha profondamente irritato il presidente Putin che punta fortemente sullo sviluppo dell’area artica per poter risollevare le sorti dell’economia russa. Il gasolio fuoriuscito ha colorato di rosso il corso del fume Ambarnaya per almeno 12 chilometri. Stando alle parole di Oleg Mitvol, ex vice capo dell’agenzia statale russa di controllo ambientale Rosprirodnadzor, sarebbe il primo disastro di tali proporzioni verificatosi nella zona artica e la pulizia potrebbe costare circa 1,3 miliardi di euro

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Anche sui metodi di pulizia non sembra esserci una linea d’azione chiara dopo che lo stesso governatore Alexander Uss ha espresso remore sulla possibilità di bruciare il combustibile versato per timore di ulteriori danni, opinione  peraltro condivisa dal Ministro delle Risorse Naturali Dmitry Kobylkin. L’intervento delle forze armate e del Ministero delle emergenze sembra essere l’unica strada percorribile.

Questo evento punta i riflettori non solo sui rischi che lo sfruttamento delle risorse artiche comporta, ma anche sulle capacità, sulla rapidità e sui metodi di reazione impiegati di fronte ad un incidente. Infatti in questi casi il tempo diventa l’avversario principale e la capacità di poter notificare ed attuare un protocollo di sicurezza in modo tempestivo può essere fondamentale nell’arginare un disastro che può avere un impatto ambientale catastrofico con effetti di durata anche decennale.

 

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Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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