IL DIRITTO ALL’ACQUA O GLI AVOCADO: IL DILEMMA CILENO

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In Cile una siccità decennale ha portato a galla i disastrosi fallimenti di una cattiva se non inesistente gestione delle risorse idriche del Paese. Nella regione di Valparaíso si distribuisce più acqua alla coltura intensiva di avocado che alla comunità locale. I cileni vogliono un cambiamento, ed una tutela effettiva del proprio diritto all’acqua

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Dallo scorso ottobre, il Cile era stato scosso da tumultuose proteste di piazza che rivendicavano un referendum per iniziare un processo di trasformazione della Costituzione, nella speranza di fare del Cile uno Stato sociale che potesse garantire condizioni di vita più dignitose per tutti. La pandemia ha pericolosamente sospeso la partecipazione democratica della società civile, dando respiro al governo di Sebastián Piñera, che ha posticipato l’appuntamento referendario dal 26 aprile ad ottobre prossimo.

Tra le rivendicazioni dei cileni, figura una gestione più giusta delle risorse idriche del Paese, che attualmente sono completamente privatizzate. Qui i privati possono acquistare sorgenti e fiumi, sottraendo queste risorse alle popolazioni locali che dipendono da esse per la propria sussistenza, e dirottandole verso l’irrigazione di monocolture intensive, in primis l’avocado, piantagione con un’impronta idrica insostenibile per un Paese che sta soffrendo pesantemente i cambiamenti climatici. (Duemila litri d’acqua per 1 kg di avocado, cifra 4 volte superiore all’acqua per coltivare 1 kg di arance, 10 volte a quella per 1 kg di pomodori).

Considerato un superalimento, estremamente popolare sui social e nelle cucine internazionali, l’avocado è maggiormente richiesto in Paesi, tra cui l’Europa, che non dispongono del clima adeguato alla sua coltivazione, e la sua coltivazione è cresciuta esponenzialmente proprio nei Paesi, tra cui il Cile, più colpiti da riscaldamento globale e siccità.

La paradossale sete della popolazione di uno dei principali Paesi esportatori di avocado pone quesiti cruciali. L’accesso all’acqua è un diritto universale, un servizio pubblico o una merce? In casi di sovrasfruttamento delle risorse e stress idrico, quali sono gli obblighi positivi in capo agli Stati per quanto riguarda il diritto all’acqua? E infine, nelle parole del sindaco del comune cileno di Petorca, Gustavo Valdenegro, chi viene prima, gli avocado o le persone?

 

Geopolitica dell’acqua

Risorse idriche, sicurezza e geopolitica sono elementi sempre più interconnessi, in uno scenario che concorrono a complicare fattori quali i cambiamenti climatici, il water grabbing (lett. l’accaparramento dell’acqua) e le scelte di gestione delle risorse idriche.

Era il 1995 quando il vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin sosteneva che se le guerre del XX secolo erano state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avrebbero avuto come contenzioso l’acqua, l’oro blu. La previsione è ancora attuale: a causa di cambiamenti climatici, inquinamento, sovrasfruttamento, e a fronte di un aumento notevole della domanda, l’acqua è oggi un bene scarso in molte aree del mondo.

 L’acqua, quale risorsa per sua natura condivisa, sfocia in conflitti (si parla di water wars) ed è frequentemente target di operazioni militari. Tra i principali conflitti dell’acqua troviamo le dispute sulle acque nel bacino del Nilo in Africa, nel bacino di Cauvery in India, del fiume Mekong nel Sud-est asiatico, le controversie transfrontaliere tra Afghanistan e Iran, quelle tra Iraq, Siria e Turchia per i fiumi Tigri e Eufrate. Queste tensioni regionali fanno capo al diritto dell’acqua (International water law), che si serve di strumenti internazionali di idro-diplomazia.

Quello che in questa sede è più rilevante accade a livello nazionale, dove le crescenti privatizzazioni hanno causato una frattura sociale sempre più profonda. Le proteste in America Latina, in particolare in Cile e Bolivia, portano alla luce una forte discrepanza tra scelte lassiste della classe dirigente e rivendicazioni delle popolazioni locali per una vita dignitosa. Si parla, in questo caso, di diritto all’acqua (right to water).

 

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Un diritto umano all’acqua?

Non è ancora chiaro fino a che punto si sia affermato un diritto all’acqua nel contesto del diritto dell’acqua. Vediamone i fondamenti.
L’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 richiede l’impegno a raggiungere entro il 2030 un accesso equo e universale all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, obiettivo considerato funzionale alla realizzazione di diversi diritti individuali, in primo luogo il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto alla dignità umana, e di diritti collettivi, tra cui il diritto a vivere in un ambiente sano ed il diritto allo sviluppo.

La comunità internazionale riconosce che questo diritto esercita una notevole influenza sulla giustizia sociale. Negli ultimi 10 anni si è verificato un processo di progressiva emersione del diritto all’acqua, sia per quanto riguarda la prassi giurisprudenziale che per la definizione di una precisa base giuridica.

Con la Risoluzione 64/292, l’Assemblea Generale dell’ONU nel 2010 ha sancito esplicitamente l’acqua come diritto fondamentale, essenziale per la realizzazione di tutti i diritti umani. Il processo di consolidamento è proseguito con la Conferenza Internazionale dell’ONU sullo Sviluppo Sostenibile di Rio+20 del 2012, in cui i governi hanno riaffermato il loro impegno nella realizzazione del diritto umano all’acqua, e con la Risoluzione 70/169 del 2015 è stato affermato il diritto in capo a tutti gli esseri umani ad avere un accesso all’acqua sufficiente, sicuro, accettabile, fisicamente accessibile e economicamente sostenibile.

Questo processo ha consolidato il percorso di riconoscimento legale del diritto all’acqua sul piano internazionale e nazionale, che è stato talvolta recepito anche a livello costituzionale. Tuttavia, restano molti gli ostacoli per una piena implementazione del diritto universale all’acqua. Ostacoli geografici, climatici, infrastrutturali e soprattutto di volontà politica. In molti Paesi vi è ancora la predilezione del privato nella gestione, che si è tradotta spesso nel ridimensionamento del settore pubblico e nella mercificazione delle risorse idriche.

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L’oro verde cileno: gli avocado hass

L’America Latina vive nel paradosso della scarsità nell’abbondanza.

È la regione al mondo con la più alta disponibilità pro capite di acqua dolce. Tuttavia, distribuzione geografica diseguale delle risorse idriche, arretratezza infrastrutturale e politiche pubbliche spesso fallaci, hanno fatto registrare il paradosso di diverse situazioni molto gravi di stress idrico, al punto tale che in alcune zone i modelli esistenti di sfruttamento, gestione e distribuzione dell’acqua sono diventati insostenibili.

Il Cile è un caso emblematico, in cui la proprietà dell’acqua è un fattore determinante.
Parliamo dell’unico Paese al mondo in cui, per Costituzione, l’acqua è un bene completamente privatizzato, cosa che ha impatti drammatici su diritti umani, sicurezza idrica ed alimentare, sviluppo e sopravvivenza delle comunità rurali. La Costituzione cilena, del 1980, risale alla dittatura militare di Augusto Pinochet, e fornisce da allora il quadro giuridico ad un sistema estremamente neoliberista, che ha consentito la privatizzazione di servizi essenziali. Un Código de Agua nel 1981 consegnava i diritti d’uso dell’acqua cilena alla logica di mercato e alla finanza speculativa.

Il risultato è che in Cile, el agua se compra, se vende o se arrienda. Banche, fondi d’investimento e le grandi multinazionali dell’agrobusiness, in una corsa all’accaparramento, hanno acquistato i certificati di proprietà sull’acqua superficiale e sotterranea del Paese, a scapito di una popolazione intera. Ad aggravare la situazione, va rilevato che il Cile è tra i Paesi più toccati dal riscaldamento globale. Ha perso, dall’inizio degli anni 90, almeno il 37% delle sue risorse idriche. Sono 10 anni che una grave siccità e carenza di acqua sta colpendo il Paese, dato che ha spinto il Presidente Piñera a dichiarare uno stato di emergenza.

La zona più colpita è la zona centrale del Paese, in particolare la provincia di Petorca, nella regione di Valparaíso, principale area di produzione dell’avocado della varietà hass del Paese, l’oro verde cileno. Secondo un’indagine satellitare del 2011 dalla Dirección General de Aguas (DGA), a Petorca le grandi aziende che coltivano avocado hanno installato pozzi e canali illegali per irrigare i loro campi con l’acqua di falde acquifere e fiumi oggi completamente prosciugati, al punto tale che l’approvvigionamento idrico della popolazione avviene tramite camion cisterna che trasportano a più di 400 mila famiglie, circa 1.5 milioni di persone, 50 litri d’acqua (spesso contaminata) al giorno, secondo quanto dice l’attivista Rodrigo Mundaca, portavoce del Modatima – Movimento di difesa per l’accesso all’acqua, alla terra e protezione dell’ambiente.

Con la rete idrica a secco, a fronte dei 70 litri necessari a far crescere una singola pianta di avocado, i cittadini di Petorca ne ricevono 50 litri, quantitativo spesso insufficiente per la totalità delle loro esigenze igienico-sanitarie e alimentari, soprattutto in tempi di pandemia. Il risultato è che molti stanno abbandonando la regione, impossibilitati ad allevare i propri animali che stanno morendo, a coltivare le proprie terre ormai secche, e a vivere dignitosamente.
Il fenomeno di appropriazione dei terreni agricoli e delle risorse idriche (land grabbing e water grabbing) sta calpestando, a Petorca, il diritto all’acqua di un’intera popolazione, causando il totale disfacimento della comunità locale. Uno Stato più presente, quale garante per il rispetto dei diritti fondamentali dei propri cittadini, potrebbe fare la differenza.

Le parole dell’attivista Rodrigo Mundaca: “Non siamo contro gli avocado. Vogliamo che arrivino ai mercati dell’Europa e degli Stati Uniti. Però gli avocado non dovrebbero essere il risultato di una violazione sistematica del diritto umano all’acqua”.

 

 

 

 

 

 

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Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata, analista per IARI di Diritto Internazionale e diritti umani. Laureata in Mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli studi di Napoli l’Orientale, con una tesi sulla tutela dei diritti umani nel sistema giuridico islamico, sono attualmente laureanda magistrale in Relazioni Internazionali per l’area MENA nello stesso ateneo, redigendo la mia tesi sulla cooperazione strategica dell’Ue con i Paesi terzi per la gestione dei flussi migratori, e sto frequentando un Master di II livello in Politica e Relazioni Internazionali presso la LUMSA di Roma. Durante il mio percorso universitario ho avuto l’opportunità di studiare all’estero in Europa, America Latina e Nord Africa, esperienze preziose che mi hanno aiutata a dare forma ai miei progetti accademici e lavorativi.

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