ZIMBABWE: RISCHIANO UNA CONDANNA LE TRE ESPONENTI DELL’OPPOSIZIONE TORTURATE E ABUSATE SESSUALMENTE

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È stata depositata presso il Tribunale speciale dello Zimbawe l’accusa di incitamento alla violenza pubblica contro Joana Mamombe, Cecelia Chinembiri e Netsai Marov, tre esponenti del partito di opposizione Movimento per il cambiamento democratico (MDC). Le accuse arrivano in seguito alla manifestazione del 13 maggio, a cui avevano preso parte per protestare contro l’assenza di misure economiche per ridurre l’impatto sociale del lockdown.

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Le donne, poche ore dopo la protesta, erano scomparse per poi essere ritrovate il giorno successivo in gravi condizioni e con evidenti segni di violenza. In seguito hanno dichiarato di essere state rapite, torturate e abusate sessualmente dalle forze di sicurezza dello Zimbabwe. Il governo, che ha prontamente negato, definisce le accuse infondate.

L’ONG Lawyers, che da sempre lotta per i diritti umani, chiede maggiore chiarezza sulla vicenda. Nonostante al momento non ci siano conferme sulla responsabilità delle forze di polizia resta comunque evidente il complesso tessuto politico-sociale del Paese. Il nuovo governo, guidato da Emmerson Mnangagwa, dopo il colpo di Stato del 2017 che ha posto fine ai 34 anni di regime del Presidente Mugabe, ha mantenuto parte della struttura politico-giuridica del regime precedente. Alle elezioni del 2018, l’MDC è riuscito ad aumentare la quota dei suoi seggi parlamentari, tuttavia le continue intimidazioni, hanno impedito, nei fatti, la possibilità del partito di fare opposizione. 

A questo contesto politico particolarmente teso si aggiunge la totale mancanza di libertà di espressione e partecipazione politica.Nonostante, infatti, Mnangagwa abbia più volte insistito sulla sua volontà di adottare importanti riforme per il rispetto delle libertà fondamentali, continuano ad essere registrate ripetute violazioni dei diritti umani.Secondo i dati di Freedom House e Human Rights Watch, nel 2019, si sono verificati diversi episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine con il fine di sedare le proteste antigovernative.

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Uno dei casi più gravi dello scorso anno, tra quelli riportati, riguarda le proteste di gennaio in seguito all’annuncio del governo di un aumento del 150% del prezzo del carburante. In quell’occasione, le forze dell’ordine hanno risposto esercitando una repressione intensa contro i manifestanti: 81 feriti, 17 morti, 17 donne vittime di violenza sessuale e oltre 1000 arrestati. Nei mesi seguenti, diversi attivisti, oppositori e intellettuali sono stati sottratti arbitrariamente dalle loro abitazioni e torturati dalle forze di polizia senza la possibilità di ottenere alcuna forma di giustizia.

Oltre all’assenza di libertà di partecipazione politica, si registra nel Paese anche l’assenza di un’informazione libera. I media sono dominati dalla Zimbabwe Broadcasting Corporation (ZBC) controllata dallo Stato e i giornalisti, inoltre, possono andare incontro a severe pene detentive.

L’influenza politica nei tribunali, tra l’altro, ha svuotato il sistema giudiziario del suo potere. Ad agosto del 2019, ad esempio, l’Alta corte di Harare ha respinto il ricorso presentato dal leader del partito MDC contro il divieto governativo di protestare in strada, costringendo il leader Nelson Chamisa ad annullare la manifestazione per tutelare la vita dei suoi sostenitori.Nel settembre del 2019 l’Organizzazione delle nazioni unite ha richiamato il governo con il fine di indagare sull’uso spropositato della violenza da parte delle forze di sicurezza; esortazione caduta nel silenzio. La vicenda delle tre attiviste pone nuovamente l’attenzione sulla grave crisi dello stato di diritto nel Paese.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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