LA GRANDE SCOMMESSA: COME GLI USA PUNTANO AL DOMINIO SPAZIALE

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Dalla Guerra Fredda in poi la competizione per il controllo dello spazio ha acquisito sempre più rilevanza. L’amministrazione Trump, come si capì già dalla National Security Strategy del 2017, concepisce la creazione di un’architettura aerospaziale come funzionale all’interesse nazionale statunitense. L’annuncio della US Space Force e la messa in discussione di alcuni importanti trattati internazionali multilaterali costituiscono la strategia per fissare certe “frontiere spaziali” attraverso lo strumento della deterrenza.

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Non è la celebre saga di Star Trek, bensì un’ambiziosa sfida di natura geopolitica. Fin dal suo insediamento, l’amministrazione Trump ha messo in chiaro obiettivi di “controllo e dominio aerospaziale” per contrastare le mire di Russia e Cina in quel campo.

Gli Stati Uniti “devono mantenere leadership e libertà d’azione nello spazio”, recita la National Security Strategy (2017). Nel principale documento di sicurezza nazionale, il raggiungimento di un certo dominio spaziale viene collegato indissolubilmente all’interesse nazionale, perché la “democratizzazione dello spazio” ha un impatto nelle operazioni militari e nelle capacità degli Stati Uniti di prevalere nei futuri conflitti. Per ottenere tale superiorità strategica, occorrerà “preservare la pace attraverso la forza” (ndr NSS, 2017). Gli strumenti per esercitare la forza sono, naturalmente, gli eserciti, ma anche la rinegoziazione di certi trattati multilaterali che limitano le capacità militari delle grandi Potenze.

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In primo luogo, il Presidente Trump ha recentemente firmato la costituzione della US Space Force, il sesto reparto dell’esercito statunitense annunciato nel dicembre 2019 e che sarà operativo intorno alla metà del 2021. Questa forza aerospaziale si pone l’obiettivo di “sviluppare professionisti dello spazio militare, acquisire sistemi spaziali militari e far maturare la dottrina militare per il potere spaziale”. Sarà un reparto militare totalmente distaccato dagli altri, al contrario del USA Space Command, istituito nel 1985 dal Presidente Reagan come divisione del Dipartimento della Difesa. Tuttavia, esistono dei Trattati internazionali multilaterali che limitano le capacità militari statunitensi e di cui viene lamentata la violazione da parte della Russia, il principale competitor degli Stati Uniti per quanto riguarda il dominio aerospaziale.

Si fa riferimento al Trattato sul controllo degli armamenti in cielo aperto (Open Skies Arm Control Treaty), da cui Trump ha minacciato di sfilarsi. Il Trattato, aperto alla firma nel 1992- dopo il collasso dell’URSS- ed entrato in vigore dieci anni dopo, consente alle Nazioni contraenti di sorvolare i reciproci territori con elaborate apparecchiature di sensori per assicurare che non si stia preparando un’azione militare. Fin dalle sue origini, l’accordo si pone l’obiettivo di aumentare la fiducia reciproca e la trasparenza degli Stati rispetto alle attività militari a cui lavorano. Così, dopo l’abbandono di un anno fa del Trattato sui missili balistici a medio raggio con la Russia, gli Stati Uniti potrebbero denunciare un altro importante trattato multilaterale sul controllo degli armamenti. Tale azione rimane un’ipotesi, poiché il Presidente Trump ha annunciato negoziazioni in corso con la Russia al fine di dare nuova linfa all’accordo.

In definitiva, il rigetto degli accordi internazionali sul controllo delle armi, insieme al rafforzamento della proiezione militare nello spazio, rientrano nella logica della competizione internazionale con Russia eCina, Paesi molto attivi nel lancio di satelliti e che puntano apertamente ad una espansione nello spazio. E un’amministrazione, come quella Trump, che ci ha abituato alla competizione internazionale per riaffermare la supremazia strategica americana non può permettersi di rimanere indietro sulle questioni spaziali.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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