LESOTHO: IL PRIMO MINISTRO È UN OMICIDA?

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Thomase Thabane, il primo ministro del Lesotho, si è dimesso. Thabane, si è trovato con le spalle al muro dopo che, l’11 maggio, i partiti al governo, tra cui il suo stesso partito All Basotho Convention (ABC), avevano votato una mozione di sfiducia nei suoi confronti.

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Thabane, in carica dal 2012 al 2015 e nuovamente dal 2017, era stato incriminato, lo scorso febbraio, per l’omicidio della moglie Lipolelo Thabane, uccisa due giorni prima delle elezioni del 2017. A inizio anno era già stato emesso un mandato di arresto per l’attuale moglie di Thabane, Maesaiah Thabane che, dopo essersi resa irreperibile, il 4 febbraio si è consegnata di sua volontà alle forze dell’ordine.

Thabane ha ovviamente smentito il suo coinvolgimento nell’omicidio, ma sin da subito ha cercato di tutelare il suo ruolo politico. A marzo infatti, il Parlamento aveva votato un disegno di legge con il fine di impedire al primo ministro di indire nuove lezioni nel in caso in cui fosse stato sfiduciato, mossa a cui Thabane ha risposto sospendendo l’assemblea nazionale. Decisione che è stata immediatamente bocciata dalla Corte Costituzionale e a cui Thabane ha cercato di rispondere schierando l’esercito nelle strade della capitale, dichiarando che ci fosse un atto un colpo di stato.

Il Regno del Lesotho in realtà non è nuovo ad episodi di destabilizzazione politica. Dal 1966, anno in cui ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito ha conosciuto diversi episodi di violenza, tuttavia è la prima volta, nella storia del Paese, che un esponente politico viene coinvolto in un’accusa così grave.Quello che, nei fatti, è un caso di cronaca è anche un caso politico di rilevante importanza che potrebbe porre maggiore attenzione sulla classe politica.  

La corruzione infatti resta uno dei problemi principali del Paese. Secondo un rapporto di Freedom House l’agenzia anticorruzione (DCEO), non dispone di pieni poteri. Nonostante la mancanza di autonomia, i funzionari dell’agenzia hanno svolto alcune indagini controverse che hanno visto il coinvolgimento di diversi funzionari del governo. Tra queste, risalta l’indagine del 2018, che ancora una volta vede come protagonista il primo ministro Thabane nelle pesanti accuse di corruzione riguardanti questioni di natura mineraria.

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A questo si aggiunge un’effettiva mancanza di trasparenza dell’operato politico che trova legittimità dallo stesso sistema normativo. La gestione dei fondi pubblici, ad esempio, è protetta dal segreto e le informazioni sulle procedure di assegnazione degli appalti pubblici non sono accessibili online.  Inoltre i funzionari politici non sono tenuti a rivelare i loro beni o la natura degli interessi economico-finanziari che li coinvolge direttamente.

L’alto livello di corruzione e la mancanza di trasparenza sono accompagnate da una profonda asimmetria tra la Costituzione e l’effettivo rispetto dei suoi principi. La carta costituzionale garantisce l’indipendenza della magistratura, tuttavia, nei fatti, quest’ultima è privata della sua autonomia sia per l’influenza che la politica esercita nel potere giudiziario che per la mancanza di risorse. Nel 2018, il re Letsie III, ha sospeso il giudice suprema Nthomeng Majara, proprio su raccomandazione di Thabane. La sospensione, che secondo gli attivisti era stata spinta da questioni di natura politica, ha addirittura sfidato due sentenze dell’Alta Corte che aveva dichiarato l’impossibilità del governo di poter intraprendere un’azione contro Majara.

Il futuro politico del Paese resta comunque abbastanza incerto. La prossima settimana il parlamento potrebbe riunirsi per nominare il successore di Thabane.  Tra i possibili candidati Moeketsi Majoro, ministro delle finanze candidato dalla coalizione al potere.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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