GLI EFFETTI DEL PIANO DI PACE PER IL MEDIO ORIENTE SUL FUTURO DELLA CITTÀ DI GERUSALEMME

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Il Piano di Pace per il Medio Oriente, presentato dal Presidente degli Stati Uniti Trump a fine gennaio 2020, riconosce per la prima volta e a livello internazionale l’annessione israeliana di Gerusalemme Est del 1967. Nel definire lo status della città, il piano dichiara “Gerusalemme capitale unita dello Stato ebraico” e, in questo modo, rende legittima la sovranità israeliana su Gerusalemme Est. Questa dichiarazione si trova in linea con le misure intraprese dall’amministrazione Trump negli ultimi tre anni che includono il trasferimento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme e la chiusura del Consolato americano che fungeva da missione diplomatica degli Stati Uniti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

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Gerusalemme è al centro del conflitto israelo-palestinese ed è considerata la chiave di risoluzione dello stesso. Nel corso dei negoziati di pace, da Oslo in poi, la questione per la determinazione del suo status è stata sempre rimandata ad ulteriori negoziati data la sua importanza simbolica, politica e religiosa per entrambe le popolazioni nonché per le tre religioni monoteiste. Ad oggi, però, le azioni sullo spazio urbano hanno prodotto nuove situazioni concrete che stanno risolvendo sul terreno quella contesa che sembra non riuscire a trovare una soluzione a livello diplomatico.

Cosa prevede il piano?

L’analisi del piano USA rivela una forte intesa tra l’amministrazione Trump e il governo israeliano. Il piano consente ad Israele di continuare ad implementare le politiche di annessione sui Territori palestinesi Occupati indipendentemente dal consenso palestinese o dall’attuazione delle sezioni del piano che lo riguardano. Infatti, il piano “Peace to Prosperity”, anche definito dallo stesso leader statunitense “l’accordo del secolo”, risolve diverse questioni di stretto interesse per Israele, di cui quattro sono di cruciale importanza: il riconoscimento di Gerusalemme come sua capitale sovrana; l’impegno a impedire qualsiasi diritto al ritorno per i palestinesi; vengono ridisegnati i confini tra Israele e Cisgiordania (con i primi che annettono anche la valle del fiume Giordano, un’area fertile che rappresenta circa il 30% della Cisgiordania, in cambio di piccole aree desertiche nel Negev vicino al confine con il Sinai); la creazione di uno stato smilitarizzato per i palestinesi.

 

Quali conseguenze per Gerusalemme?

Il riconoscimento della sovranità israeliana su Gerusalemme Est comprende l’intero “Bacino Santo” della Città Vecchia insieme ai quartieri palestinesi che la circondano e che rappresentano il cuore della Gerusalemme araba e la sede dei siti storici e religiosi della città. In questo modo, il piano compromette lo storico legame dei palestinesi con la città e “risolve” la quesitone di Gerusalemme rendendola non più negoziabile.

Il percorso della Barriera di Separazione traccerà i nuovi confini di Gerusalemme. I quartieri palestinesi di Gerusalemme Est che erano stati fisicamente esclusi dal muro come Kufr Aqab, Semiramis, e il campo profughi di Shuafat, saranno, adesso, formalmente tagliati fuori dai confini municipali di Gerusalemme e trasferiti sotto il controllo palestinese: più di 120.000 palestinesi perderanno il loro status di residente e il diritto di accesso alla città. Allo stesso tempo, il muro definirà i confini della “Grande Gerusalemme Ebraica”, l’area metropolitana a maggioranza ebraica, annettendo i principali insediamenti ebraici all’interno dei confini della città. Il progetto era già presente nell’agenda israeliana ed è stato in parte realizzato attraverso la costruzione dell’area E1 (area predisposta per l’espansione degli insediamenti ebraici) e di un sistema stradale a solo traffico israeliano (vedi mappa infondo).

Uno Stato palestinese?

Una capitale palestinese sarà stabilita a est e nord del muro ed includerà i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est tagliati fuori dal muro e la città palestinese di Abu Dis. Come dichiarato nel Piano, “potrà essere chiamata Al-Quds o con un altro nome stabilito dallo Stato di Palestina”.  Gli sforzi di scambiare Abu Dis con la Gerusalemme Est storica non sono nuovi. Questo concetto è stato ripetutamente proposto nei precedenti negoziati tra israeliani e palestinesi come parte di un tentativo incessante di Israele di reinventare una “Gerusalemme palestinese” al di fuori di Gerusalemme e costantemente respinto dalla parte palestinese. Proporre Abu-Dis e i quartieri oltre la barriera come Al Quds “o un altro nome determinato dallo Stato della Palestina” nel quadro del Piano degli Stati Uniti ha lo scopo di rimuovere la questione di Gerusalemme dal futuro tavolo dei negoziati e di rendere illegittima qualsiasi rivendicazione dei palestinesi su Gerusalemme Est. L’idea di Stato palestinese che emerge è un insieme di piccole isole tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza circondate da insediamenti e collegate tra di loro da un complicato sistema di tunnel e di strade, questo scenario, come molti analisti hanno sottolineato, ricorda i bantustan del Sudafrica. Inoltre, il para-Stato palestinese, secondo il Piano, non disporrebbe di un esercito permanente e sarebbe tenuto a soddisfare una serie di parametri relativi alla sicurezza, periodicamente controllati da Israele.

I palestinesi che risiedono all’interno dei confini potranno scegliere tra tre diverse opzioni: diventare cittadini israeliani; diventare cittadini palestinesi; mantenere lo status di residente permanente in Israele. La questione della definizione dello status dei palestinesi è affrontata in maniera poco chiara ed è lasciata alla massima discrezione di Israele senza obblighi o tempi di adempimento. Con molta probabilità, i palestinesi resteranno in una condizione ambigua e senza un reale stato di appartenenza, soggetti alla buona volontà di Israele e con la possibilità di vedere il loro status revocato in qualsiasi momento.

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Lo status del Monte del Tempio/Haram al Sharif

 Tutti i luoghi santi di Gerusalemme, incluso il Monte del Tempio/Haram al-Sharif, resteranno soggetti al regime esistente che “should remain open and available for peaceful worshippers and tourists of all faiths.” Dall’elenco dei luoghi santi è stato omesso un certo numero di siti musulmani e cristiani mentre sono stati aggiunti diversi siti ebraici che Israele non ha mai considerato o riconosciuto ufficialmente come sacri. L’attribuzione della “santità” ai siti storici / turistici rafforza l’obiettivo delle organizzazioni di coloni, sostenute dallo Stato, come Elad, di occultare lo storico legame palestinese con Gerusalemme e rivendicare l’esclusiva presenza ebraica e israeliana nell’area.

Anche se il Piano, in teoria, dichiara che lo status quo del Monte del Tempio/Haram al-Sharif sarà preservato, in realtà, si discosta sostanzialmente da queste disposizioni prevedendo che “alle persone di ogni fede dovrebbe essere permesso di pregare sul Monte del Tempio / Haram al-Sharif, nel rispetto della loro religione, tenendo conto dei tempi delle preghiere di ogni religione e delle festività, così come di altri fattori religiosi”. Tale affermazione implica la possibilità di una divisione dello spazio e del tempo di culto che minerebbe lo status del luogo come sito religioso musulmano. Lo status quo conferisce ai soli musulmani il diritto di culto, mentre tutti gli altri hanno la possibilità di visitare il luogo, così come sancito negli accordi di pace con la Giordania e dalle parole dello stesso primo ministro Netanyahu nell’ottobre del 2015 “Muslims pray at the Temple Mount, non-Muslims visit it.” Tuttavia, egli ha contemporaneamente continuato a prestare supporto ai movimenti del Tempio che hanno l’obiettivo di rovesciare lo status quo del luogo.

Come nel caso di molte altre disposizioni, il Piano Trump utilizza un linguaggio ambiguo e contraddittorio, ma, in realtà, è in linea con l’agenda della destra israeliana. Le modifiche proposte nel piano violano gli accordi di pace tra Israele e Giordania e complicano le relazioni già fragili tra i due popoli che proprio negli ultimi anni si sono aggravate a seguito degli scontri avvenuti al Monte del Tempio / Haram al-Sharif.

Alla luce di queste considerazioni, gran parte del Piano Trump sembra non costituire la base per l’inizio di una negoziazione quanto, piuttosto, l’inizio di una nuova fase del conflitto. Esso rappresenta un piano di lavoro che promuove misure già attuate sul campo e che rafforza il controllo israeliano su Gerusalemme Est. Il rischio potrebbe essere quello di dovere accettare queste condizioni a scatola chiusa. Come hanno affermato sia l’ambasciatore degli Stati Uniti Friedman che il primo ministro Netanyahu, un accordo in merito all’avanzamento delle mosse israeliane è stato raggiunto tra Stati Uniti e Israele indipendentemente dalla posizione o dal consenso palestinese.

È chiaro che il Piano non fa altro che peggiorare le condizioni di vita dei palestinesi di Gerusalemme ponendo ulteriormente la popolazione sotto pressione, divisa e isolata dalla città, ciò causerà un aumento delle tensioni e degli scontri sia all’interno della città che nel resto del paese.

Come ha riportato Ir Amim, una vita sicura e stabile a Gerusalemme potrà esistere solo a seguito del riconoscimento del profondo legame che entrambi i popoli hanno con la città e solo quando entrambi saranno in grado di condurre la propria vita, quotidiana e pubblica, in assoluta autonomia. In assenza di una soluzione nel prossimo futuro, i due popoli continueranno a condividere una complessa realtà urbana basata su un delicato intreccio di relazioni interdipendenti. In questa realtà attuale, le politiche dovrebbero essere adottate per migliorare le condizioni di vita e la sicurezza personale di tutti i residenti di Gerusalemme, ma il Piano di Pace non sembra andare in questa direzione.

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