IL CAMMINO DELLA DEMOCRAZIA AFRICANA

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A sessant’anni dalle lotte per l’indipendenza dalle ex madrepatrie, il panorama della democrazia in Africa è ancora variegato e a volte di difficile comprensione. Ma si aprono prospettive ottimistiche per il continente, grazie anche ad una maggiore integrazione regionale.

 Il 1960 è stato l’anno dell’africa: dopo anni di dipendenza coloniale iniziata dalla “Scrumble for Africa” alla conferenza di Berlino del 1885, nel 1960 la maggior parte degli Stati del continente ottenne l’agognata indipendenza. Da quel giorno, tutta la comunità internazionale ha sempre guardato al continente per indagare in quali tempi ed in quali termini si sarebbe verificata la transizione verso una matura democrazia di stampo occidentale. Tuttavia, per decenni, il governo eletto in espressione della sovranità popolare ha avuto vita difficilissima nel territorio africano. I motivi sono molteplici e compongono un mosaico eterogeno in cui a fianco a storie di successo politico che in alcuni casi hanno persino superato le aspettative, si osservano scenari ancora connotati da regimi dittatoriali.

La componente etnica

In molti Stati, si pensi ad esempio al Rwanda, alla Repubblica Democratica del Congo, il Kenya o l’Etiopia, il processo verso la democrazia è reso difficoltoso dalla convivenza all’interno del territorio nazionali, di più etnie diverse: queste sono, nella maggior parte dei casi, fortemente legati ad antichissime tradizioni tribali, molto diverse le une dalle altre. Ciò rende particolarmente complesso il formarsi del sentimento di “unità nazionale”: come osservato dalla dottrina (v. Maipeng,1999), il formarsi di un sentire comune del concetto di “nazione”, è cemento necessario per introdurre la democrazia così come concepita nel mondo occidentale. Non a caso, le storie di successo nella transizione dal colonialismo alla democrazia moderna, nel continente, appartengono a quei paesi che hanno saputo creare un legame identitario forte: pensiamo al Ghana, ad esempio, o al Senegal. In questi contesti, è stata importante anche la presenza di personalità politiche forti ed in grado di riunire il popolo sotto l’egida di un’ideale comune. È quanto fece il primo presidente senegalese, Léopold Senghor, teorico del concetto di “nigrizia”: un concetto che riuniva la popolazione africana sotto le chiavi di lettura di dignità delle tradizioni locali, cultura e storia della nazione.

La democrazia monopartitica

Altro elemento importante nel quadro della transizione democratica africana, è il fenomeno dei regimi presidenziali a partito unico, in cui le elezioni si tengono nell’ambito del medesimo partito al potere, ed in cui gli altri partiti o sono esplicitamente dichiarati fuorilegge, o partecipano in modo marginale al processo elettorale. È stato per molto tempo il caso del Kenya o dello Zambia, in cui i “padri della patria” Jomo Kenyatta e Kenneth Kaunda, detennero il potere per vari anni, passandolo poi in successione ai loro figli o ai loro delfini. È ancora oggi il caso di Gabon o Guinea Equatoriale, ad esempio. In Guinea Equatoriale, Mbasogo detiene il potere dal 1979, il leader al potere da più tempo nel continente. Infatti, benché nel 1991 sia stato introdotto nella Costituzione del Paese il multipartitismo, tutte le elezioni successive, dal 1993 al 2016 sono state sistematicamente boicottate dalla maggioranza governativa ed il governo ha ormai assunto definitivi aspetti autoritari qualora non addirittura dittatoriali. Parzialmente diversa la situazione in Gabon: anche se il potere è effettivamente passato di padre in figlio, e l’ultima elezione è stata contestata dalle opposizioni, dalla introduzione dl multipartitismo sembra avviato un più efficace e concreto dialogo tra le forze politiche, destinato senz’altro a produrre frutti.

L’eccezione: la democrazia sudafricana

Sebbene ancora connotata da una pesante situazione di diseguaglianze sociali, la Repubblica Sudafricana, spicca nel panorama del continente per essere una delle democrazie meglio stabilizzate e più longeve del territorio. Anche se, dalle libere elezioni del 1994 in cui venne eletto Presidente Nelson Mandela, le prime che si tennero a suffragio universale di tutte le etnie, il partito dominante è sempre stato l’African National Congress (ANC), la forma di governo presenta una struttura compiutamente multipartitica, con il rispetto delle dinamiche del contraddittorio maggioranza-opposizione, le elezioni sono generalmente ritenute libere, ed il Paese dispone di sofisticati mezzi di controllo e bilanciamento dei poteri. Infatti, Freedom House assegna, ormai da molti anni, un punteggio medio di 76/100 al Paese, che entra di diritto nella classifica dei Paesi liberi e democratici. a creare questo panorama favorevole ha senz’altro contribuito la leadership di Nelson Mandela, e una costante attenzione del governo per il rispetto dei diritti umani, in parte dovuta alla feria nazionale dell’apartheid, difficile da risanare. Dal 218 tuttavia, le proteste antigovernative si sono via via intensificate, sotto le accuse al nuovo Presidente, Cyril Ramaphosa, di manovre anticostituzionali. Il Sud Africa, in ogni caso, rispecchia in pieno quanto già osservato dai principali indici di crescita demografici nel contesto dell’Africa Leadership Challenge, che osserva come nei Paesi in cui si è sviluppato un più vivace e democratico ricambio governativo, sono anche quelli con i migliori tassi di crescita. Ed indubbiamente il Sud Africa rientra in questi parametri: fa parte delle tre maggiori economie del continente insieme a Nigeria e Kenya, e funge da importante fattore di stabilizzazione della regione, grazie anche al suo ruolo egemonico nella SACU (Southern African Customs Union), una delle più integrati organizzazioni regionali Africane.

 Conclusioni

Di certo dal 1960 ad oggi, il cammino della democrazia africana è stato lungo e faticoso. Al momento però, i risultati possono considerarsi soddisfacenti, tenuto conto del delicato contesto geopolitico del continente e di quanto pesino ancora certe dinamiche neocolonialiste in cui, alle potenze tradizionali, si sono sostituiti nuovi attori, sia regionali che internazionali. Né bisogna sottovalutare il ruolo sia costruttivo- per la Tunisia-che distruttivo- per la Libia- giocato dalle primavere arabe. Tuttavia, al momento, il 43% dei Paesi Africani si presenta come inserito in un contesto liberal-democratico. Sebbene, in conclusione, il panorama della democrazia sia ben diverso dallo stampo occidentale con cui siamo abituati a confrontarci, possiamo aspettarci che, nel futuro, sulla spinta di una nuova coesione sociale che è già in via disviluppo nel continente, grazie anche al collante rappresentato dalle organizzazioni regionali e continentali, sempre più Stati si avvieranno stabilmente sulla strada di costruzione di democrazie mature.

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