TRA CANADA E STATI UNITI: POLITICHE DI CONFINE, L’EMERGENZA COVID-19 E VECCHI DISSAPORI

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Il territorio canadese è tra i più vasti del pianeta, questo è risaputo. Ma non basta. Circa 1600 isole, beghe di confine con gli Stati Uniti, dibattiti con la Russia, rendono ad oggi più complicato il lavoro di chi intende mappare con certezza il Canada, definendone le esatte dimensioni. Il punto è proprio questo infatti: dove finisce il Canada? Dove iniziano gli Stati Uniti ?

Gli stessi abitanti potrebbero dare risposte discordanti. A questo contesto va aggiunto che il paese si impegna su più fronti e differenti modalità: se da un lato intende definire le questioni territoriali con i paesi vicini, puntando ad una risoluzione positiva per le proprie rivendicazioni, dall’altro non disdegna politiche di cooperazione e di diplomazia, sulla falsariga di quanto già dimostrato negli ultimi anni, perseguendo il fine ultimo di imporsi sul piano internazionale come degno avversario della Russia, utilizzando tuttavia un approccio di “low politics”, differentemente da una strategia più aggressiva posta in essere dagli Stati Uniti che,  sembra, stiano tornando in auge nell’Artico. Con gli Stati Uniti invece, il rapporto è sempre stato caratterizzato da alti e bassi. Ai tempi della pandemia da Covid-19, il discorso sui confini guadagna timidamente spazio.

Tra Ottawa e Washington è relazione complicata

 Due vicini di casa che mal si sopportano? Non troppo. Nell’Artico, Stati Uniti e Canada, avevano già sufficienti pomi della discordia su cui confrontarsi. Ad esempio, è sempre viva la discussione in merito al confine tra Yukon e Alaska, dove  il Canada intende quella zona che si affaccia sul mare di Beaufort come un proseguimento marittimo della linea di confine territoriale, mentre gli Stati Uniti vorrebbero ridisegnare il confine partendo ad angolo retto dalla costa. Vi è poi una seconda problematica, quella relativa alla navigabilità del passaggio a Nord-Ovest: i canadesi intendono l’area come acque interne, mentre gli Stati Uniti lo considerano uno stretto internazionale.

Come se non bastasse, poche settimane fa, l’interesse verso i confini tra i due giganti ha ridestato gli animi. Cambiano i tempi e lo scenario resta uguale, ma ai tempi del coronavirus, si riaccende il fuoco delle polemiche dettato dalla necessità di chiusura dei vari paesi. Gli Stati Uniti sono diventati in pochissimi giorni il paese con il più alto numero di contagiati, circa 300.000. Il Canada dal canto suo ne conta 14.000. Ad ogni modo la decisione ha interessato entrambe le parti: frontiere chiuse. Accordo su questo punto ma, sulle modalità di attuazione c’è molto disaccordo  e molto da discutere. Sulla questione, si sono susseguite molte voci in merito alla dichiarazione di Trump il quale avrebbe rivelato la sua intenzione di piazzare truppe armate al confine con il Canada. A denunciare questo intento è stato il premier canadese Trudeau, il quale si oppone fermamente alla possibilità di avere una frontiera fortemente militarizzata.

Prima le dichiarazioni, poi l’accordo

  Il territorio in cui lo Yukon canadese e l’Alaska statunitense confinano è sicuramente una zona oggetto di discussione, ma va detto che il Canada confina con ben 13 stati americani; è chiaro quindi intuire che le modalità di azione debbano necessariamente prevedere la propensione ad una linea morbida ed elastica. Ed infatti, morbido ed elastico è stato l’accordo di chiusura delle frontiere. Per intenderci, la chiusura è relativa solo ai viaggi e trasporti non essenziali; gli scambi di merci tra i due paesi potranno avvenire regolarmente. Le catene di distribuzione e i lavoratori non saranno interessati dal provvedimento dei due governi e non avranno ripercussioni. Ad onor del vero, va detto che Trump e Trudeau, avevano ripreso i contatti già da qualche giorno. Inizialmente infatti, avevano pensato che applicare alcune limitazioni, senza però chiudere i confini, sarebbe stato sufficiente a contenere il contagio.

Nonostante il crescente numero di casi, in quel periodo il Canada aveva assunto un atteggiamento specifico: chiusura dei propri confini, con esenzione per cittadini canadesi, diplomatici e cittadini statunitensi. La notizia, diffusa il 17 marzo,ha generato perplessità nell’opinione pubblica. Il considerare poi che gli stati americani, epicentro dell’epidemia, quali New York e Washington confinano con il Canada, suscita non poca preoccupazione; il premier Trudeau, comunque ha provveduto a rassicurare il paese, sostenendo che dato il livello di integrazione ed interscambio tra Canada e Stati Uniti, i cittadini americani meritino una considerazione differente. Ad ogni modo però, il rapido peggioramento della situazione, ha fatto sì che le parti, siano dovute correre ai ripari per attuare una chiusura dei confini. Per il momento, stando alle previsioni fatte dagli esperti, il picco non è ancora alle porte; questo è uno dei motivi per cui, per la chiusura dei confini, non è prevista una data termine.

Tra battibecchi e buon vicinato

Quella del virus è solo una delle ultime motivazione che porta Canada e Stati Uniti a confrontarsi, anche se non sempre in disaccordo. A volte da una parte e a volte dall’altra, le questioni sono tante, anche se talvolta pretestuose. È facile a questo punto pensare che in tale contesto, si utilizzi il coronavirus come la motivazione, seppur giustificata, per chiudere frontiere. limitare gli spostamenti ed impedire il diffondersi del contagio, come pretesto per risolvere vecchie beghe di confine e mostrare i muscoli con il proprio vicino. Tale pretesto sicuramente è un’arma in più anche per Ottawa, la quale ha sicuramente volontà di evitare che lo spaventoso numero di contagi del vicino americano, si presenti anche lì.

A dimostrazione di questa possibilità, vi è un precedente notevole, per il quale non bisogna andare neanche troppo indietro. In tempi non troppo lontani infatti,quando la politica era dominata “solo” dal dibattito sul terrorismo internazionale, il Canada affermò, forse provocatoriamente, di non poter concedere a chiunque il libero passaggio in quest’area. Questo, a dimostrazione del fatto che qualsiasi evento, può essere utilizzato come strumento di rivendicazione. La verità su cui c’è da discutere è invece relativa ai rapporti tra due vicini, che spesso si incrinano. Inoltre, va detto che, se da un lato Trump non nasconde il suo lato “militare”, anche il Canada non scherza. Infatti, dato che è forte l’intento di Ottawa  di controllare le proprie acque: potenziamenti nei porti di Iqaluit, nella baia di Buffin, basi militari a Resolute Bay e ampliamento del porto di Churchill, sono azioni intraprese già qualche tempo fa, per far capire agli americani che il Canada non è un territorio facile.

Va detto però che Stati Uniti e Canada, hanno anche trascorsi storici di buon vicinato, relativi ad appoggi di tipo militare che Ottawa ha fornito a Washington, nelle varie missioni in giro per il mondo. A questi si aggiungono lavori di cooperazione e ricerca congiunta tra i due paesi. Tuttavia però, il rapporto tra due paesi,andrebbe inevitabilmente verso un panorama tutt’altro che facile, proprio in considerazione dell’Artico, delle sue rotte e delle risorse che vi risiedono. Da quelle parti infatti è da tempo che la voce grossa appartiene alla Russia; è da tempo che la Cina, l’Unione Europea e le varie corporation di tutto il mondo si stanno interessando ai ghiacciai artici; è da tempo che il Canada ha fisso in mente il piano di “sostituire” Washington nel dibattito internazionale contro la Russia. Su questo punto il Canada lavora a tutto spiano, sul fronte dello sfruttamento energetico delle risorse artiche, ma anche sul piano infrastrutturale. Trudeau ed il suo esecutivo poi, non disdegnano l’aspetto diplomatico, con l’intento di porre sotto la propria ala protettiva tutti i paesi che hanno qualche problema con Mosca.

Però con Trump la musica è cambiata anche nell’Artico: si lavora alacremente per migliorare ed attrezzare navi e militari per tornare sulla scena artica, abbandonata per troppo tempo dagli americani. Ciò che emerge dall’attuale stato di pandemia è il funzionamento della macchina diplomatica dei due paesi, la quale regge bene, nonostante la forza singolare dei rispettivi leader. La decisione di chiusura delle frontiere, ha infatti trovato facile accoglimento. Gli obiettivi a lungo termine di Canada e Stati Uniti, non vengono menzionati in questo periodo; sembrano però essere un pensiero costante, solo momentaneamente annebbiato dall’emergenza.

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