IL DIRITTO DI VOTARE VIA MAIL PER NON INCEPPARE IL PROCESSO DEMOCRATICO

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Le azioni di contrasto al Coronavirus rendono quasi impossibile lo svolgimento delle classiche campagne elettorali, ma soprattutto pare ben più complicato organizzare i seggi e chiamare i cittadini alle urne.

Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali americane –previste nel novembre 2020-, emerge il tema di evitare un arenamento del processo democratico, in quanto non esistono le condizioni per procedere a normali elezioni. In vista delle presidenziali, quando Donald Trump cercherà la riconferma alla Casa Bianca contro l’ex Vicepresidente democratico Joe Biden, la proposta di potenziare ed ampliare il voto per corrispondenza, o via mail, divide Democratici e Repubblicani, ma non, stando ai sondaggi, i cittadini.

Per intenderci, il voto per corrispondenza alle elezioni federali esiste già negli Stati Uniti, grazie all’ “Help America Vote Act” del 2002[1]. Questa legge è stata implementata soltanto da una ventina di Stati, che permettono ai propri cittadini di votare via mail sulla base di una motivazione valida che giustifica l’assenza dal seggio di appartenenza. Così, con l’appuntamento elettorale alle porte, alcuni deputati Democratici hanno tirato fuori dal cassetto un vecchio progetto di emendamento alla legge del 2002.

L’emendamento “Universal Right to Vote by Mail Act”, presentato al Congresso nel 2019, puntava ad istituire un sistema centrale di votazioni via mail, potenziando i servizi postali federali e garantendo a tutti gli aventi diritto la possibilità di votare a distanza. Tale proposta è stata rilanciata a gran voce da Michelle Obama, l’ex First Lady che con “When All Vote”, organizzazione di cui è copresidente, sta conducendo una imponente campagna di pressione e sensibilizzazione. “Gli americani non dovrebbero mai scegliere tra far sentire la loro voce e mantenere loro stessi e le loro famiglie al sicuro”, sostiene la signora Obama, sollevando una questione su cui serve iniziare a ragionare.

Di tutt’altro avviso sono gli esponenti Repubblicani, non intenzionati ad affrontare il tema in questo momento delicato, così come il Presidente Trump, il quale si è mostrato molto diffidente, perché, a suo dire, “le votazioni per posta sono molto pericolose per questo Paese a causa degli imbroglioni. Sono fraudolente in molti casi” E, inoltre, “tutti dovrebbero avere un ID elettore”. Per il momento, in attesa di un miglioramento delle condizioni sanitarie del Paese, i Repubblicani vorrebbero mantenere l’appuntamento elettorale. Mentre i due maggiori partiti si dividono, cosa pensano gli elettori?

La popolazione americana, in base al sondaggio condotto da Harvard and Harris Insights and Analytics su un campione di 2.394 unità, è per il 72% favorevole ad elezioni presidenziali organizzate interamente via posta; mentre solo il 28% degli intervistati si dichiara contrario[2]. Il Governo Federale non potrà a lungo procrastinare la decisione sull’organizzazione delle prossime elezioni presidenziali, e presto dovrà assumere una posizione chiara. Tuttavia, il fatto che il dibattito sia cominciato mostra un grande attaccamento della popolazione statunitense al processo democratico del Paese.

Fonti

[1]  https://www.congress.gov/bill/116th-congress/house-bill/138/text

[2] https://www.newsweek.com/over-70-percent-voters-support-making-2020-presidential-election-entirely-vote-mail-new-poll-1498798

 

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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